Candidati

 

Tobia Zevi

Candidato alla Camera per il PD nel collegio Roma 9

 

 

Come è nata la tua decisione di impegno nel PD?

 

La mia passione politica è nata, come spesso accade, come passione civile che solo dopo si è trasformata in un lavoro. Ho iniziato nel mondo delle associazioni, in particolare in ambito ebraico (Ugei, ecc.), quindi fuori da una dimensione di partito; quando poi nel 2007 Veltroni, che allora era il sindaco della mia città, ha formato il PD, un po’ per caso e un po’ per scelta mi sono trovato a essere impegnato nel processo fondativo; il PD nasceva dalla fusione di alcune grandi tradizioni della politica italiana, quella comunista, quella socialista, quella cattolico-sociale, e anche di altre tematiche che apparivano attuali per un giovane, come quella ambientalista, oppure le esperienze civiche in alcune città, tra cui Roma che allora (era solo dieci anni fa ma ricordarlo ora sembra una bizzarria) era considerata un’esperienza di buon governo. Dopo quell’inizio di impegno nel PD ho avuto poi occasione di lavorare alcuni anni in un’amministrazione locale, la provincia di Roma presieduta allora da Nicola Zingaretti, e poi negli ultimi tre anni ho fatto il consigliere politico di Paolo Gentiloni prima alla Farnesina e poi a Palazzo Chigi.

Ho mantenuto la voglia di fare politica nella mia città, dove sono stato candidato nella segreteria nel PD. A mio parere la dimensione urbana rappresenta la sfida più grande nella contemporaneità e nel futuro: dal 2008 la maggior parte della popolazione mondiale risiede nei centri urbani. Questa trasformazione epocale può avere conseguenze devastanti se non è sostenuta da una riconversione ecologica, ma può essere anche l’occasione per costruire un mondo migliore. Così l’impegno locale diventa anche un impegno, come si diceva alcuni anni fa, glocale: molte delle grandi questioni del nostro tempo hanno nelle città il loro epicentro. Per fare un esempio, la solitudine (dovuta a molti fattori come l’invecchiamento demografico, la rivoluzione tecnologica, l’allentamento delle relazioni familiari e amicali) è una condizione che ha nella città il cuore della sua manifestazione. Questa è una delle ragioni per cui, nonostante le condizioni disastrose in cui versa Roma, mi piacerebbe impegnarmi nella mia città.

 

 

Come è nata la candidatura alla Camera, quindi l’impegno a livello nazionale?

 

Essere il candidato di territorio così vasto, il collegio più grande di Roma (350.000 abitanti), composto da una parte di periferia romana e da alcuni territori fuori dal comune di Roma, richiama la dimensione cittadina di cui parlavo prima ma tocca anche alcune grandi questioni nazionali, come l’aeroporto di Fiumicino, che è uno dei più importanti scali europei, o come la discarica di Malagrotta, che era la più grande d’Europa, o la tanto vituperata Ostia di cui si sono occupate a lungo le cronache.

La legge elettorale attuale, che pure ha grandi difetti (il principale dei quali è che sarà difficile formare un governo e una maggioranza parlamentare) ha però il merito, almeno per un terzo degli eletti, di costruire un rapporto diretto tra gli eletti e i cittadini. Io sono il candidato non soltanto del PD ma di tutta la coalizione, quindi non ho il problema di dover conquistare le preferenze, ma devo parlare con tutti i cittadini, soprattutto con quelli che di per sé non avrebbero voglia di votare il centrosinistra. Questo secondo me è il metodo più sano per fare politica, e anche quello più divertente. Io mi sono scelto un collegio molto difficile, ma comunque fare una campagna di questo tipo è la cosa più bella che possa accadere ad un politico: è estremamente entusiasmante poter parlare veramente con tutti i territori che ti riguardano, con tutte le categorie sociali, con tutte le persone, e non soltanto con quelli della tua area politica.

 

 

Ritieni che la tua appartenenza ebraica abbia influenzato il tuo approccio alla politica?

 

Assolutamente sì. Direi che due sono gli aspetti fondamentali. Uno è quello più scontato, cioè il fatto che noi ebrei abbiamo, anzi, dovremmo avere, una maggiore capacità di reazione, di indignazione, di attenzione verso tutti e in particolare verso le minoranze: abbiamo un curriculum che ci rende più sensibili sui temi della democrazia, delle garanzie, delle tutele, dei diritti umani. Questa sensibilità dovremmo tenerla sveglia e anche un pochino più manifesta.

L’altro punto - che sento particolarmente perché di formazione sono uno storico della lingua - è che l’ebraismo è anche un grande esercizio di autocontrollo su se stessi e sul proprio linguaggio. La lingua è quella che fonda il mondo, performativa e concreta. Questo esercizio di autocontrollo, personale e linguistico, è una delle grandi lacune della nostra epoca e della classe politica attuale. Oggi si è persa nel dibattito pubblico la capacità di rendersi conto di quanto le parole possano essere pietre, possano avere un ruolo dominante sia in positivo sia in negativo. Io nel mio piccolo quando faccio politica cerco sempre di ricordarmi dell’importanza delle parole. Questa forse, oggi che le ideologie sono tramontate, potrebbe essere la chiave che ci può salvare, per opporsi al declino e al degrado.

 

 

Peraltro mi pare che oggi anche nel mondo ebraico ci sia qualche problema di non attenzione al linguaggio.

 

Certamente sì: anche nella nostra piccola comunità ebraica nazionale, che è composta di piccole comunità ebraiche locali, si perde la capacità di discutere e di dibattere con civiltà e questo naturalmente è un grande dolore, e credo che lo sia per molti. In parte è dovuto ai social media, in parte al fatto che noi rappresentiamo i pregi e i difetti di tutti (anche se, come dicevo prima, per la nostra storia dovremmo essere più capaci di rispettare certi codici di comportamento). Siamo in un momento storico in cui, per la crisi economica e in generale per una serie di crisi epocali, spesso le persone sono preoccupate, disperate, in condizione precaria; questo non può non influenzare anche la dimensione ebraica, soprattutto in alcune comunità più numerose. A questi fenomeni le classi dirigenti possono contribuire in bene o in male. Se, come accade a livello di politica nazionale, sono i gruppi dirigenti a far leva su questi sentimenti comprensibili per mobilitare un proprio consenso, è chiaro che questi sentimenti si acuiscono e diventano più aggressivi; se invece lo sforzo è di rassicurare e costruire ponti è chiaro che nel breve periodo non è uno sforzo facile ma nel medio periodo è più solido e più positivo.

 

 

Pensi che la tua esperienza all’interno del mondo ebraico (Ugei, ecc.) sia stato un bagaglio utile?

 

Moltissimo. Gli anni giovanili sono quelli della formazione: avere la possibilità di affiancare allo studio anche un impegno civile, la possibilità di misurarsi con problematiche concrete, e anche con grandi questioni internazionali, sociali, ecc. è stato molto importante e ne ho un bellissimo ricordo.

Devo dire che la litigiosità del mondo ebraico di cui parlavi prima è stata nella mia esperienza personale anche, tristemente, una grande palestra. Visti gli attacchi che mi è capitato di subire nella mia gioventù, durante gli anni del mio impegno ebraico, credo di essere vaccinato quasi contro qualunque cosa, a meno che gli Spada non mi facciano un attentato a Ostia; tolto quello sono già  attrezzato a sostenere qualunque polemica o scontro. E questo mi ha dato una maggiore forza nell’impegno pubblico.

 

 

Dunque, al di là delle dimensioni, non hai notato grosse differenze tra il modo di far politica in ambito ebraico e nel mondo esterno?

 

Stando alla mia esperienza l’ambito ebraico è persino peggiore. Il tasso di litigiosità che ho respirato in ambito ebraico non l’ho respirato altrove. Naturalmente non è che al’esterno sia meglio. Nella comunità il dibattito è più viscerale, e questo rende le discussioni più accese (a volte anche in maniera inaccettabile) mentre invece quando si ha a che fare con il potere purtroppo non c’è bisogno di essere apertamente cattivi: si può essere cinici senza bisogno di urlare, lo si fa con un tratto di penna.

 

 

Noi di Ha Keillah abbiamo l’impressione che la sinistra ebraica sia in crisi rispetto a qualche anno fa, che abbia perso peso. O forse è un’impressione sbagliata?

 

Ti rispondo brevemente perché ci vorrebbero molte pagine. Io penso che la sinistra ebraica sconti la crisi della sinistra in generale nel mondo; in tutti paesi occidentali c’è una difficoltà a stabilire il perimetro dei propri obiettivi (la Merkel che difende l’ambiente è di sinistra o di destra? Macron che parla dell’Europa è di sinistra o di destra? Difendere l’occupazione a discapito della salute degli abitanti di una zona è di destra o di sinistra?) Recentemente qualcuno ha detto una cosa molto interessante: per assurdo la sinistra, che per prima nella storia aveva saputo costruire una narrazione internazionale, in qualche modo si è trovata spiazzata di fronte alla globalizzazione; quando il mondo è diventato veramente internazionale la capacità di fare battaglie a livello nazionale si è enormemente ridotta.

Poi c’è naturalmente una crisi fortissima della sinistra in Israele, che era un punto di riferimento: se c’era dibattito nelle comunità c’era anche la percezione di appoggiare una parte della società israeliana; se invece ci si ritrova a fare battaglie prive di sponda ci si sente non solo ininfluenti ma anche, diciamo, fuori asse.

Naturalmente - e lo dico da dirigente del PD, consapevole di tutte le cose buone che vengono fatte - c’è anche una difficoltà della sinistra italiana, in cui si rispecchia la sinistra ebraica italiana. Il senso di spaesamento che dicevi è un dato di fatto su cui si rende necessario uno sforzo di riflessione.

 

 

Secondo te perché la sinistra italiana è arrivata alle elezioni così divisa? E a tuo parere è un bene o un male?

 

Io penso che la spaccatura sia sempre una cosa negativa. Quando ci si separa le responsabilità sono sempre di marito e moglie, tuttavia ho la sensazione che l’unico vero obiettivo di Liberi e uguali sia quello di far perdere il PD; del resto - parlo da candidato in un collegio uninominale - noi avremo molti collegi in cui bene o male avremmo vinto con gente mediamente più capace, che invece verranno vinti dalla Lega o dai Cinquestelle perché c’è un candidato che ci fa perdere quella manciata di voti premiando di fatto quelli che secondo me sono i veri avversari, cioè le destre nelle varie sfaccettature. L’operazione di far andare al governo Salvini per eleggere venti deputati di Liberi e uguali francamente è complicata da spiegare.

 

 

In conclusione - tieni presente che questo numero di Ha Keillah andrà in stampa dopo le elezioni, altrimenti ovviamente non ti farei questa domanda - sei ottimista o pessimista?

 

Certamente noi scontiamo una cosa che si è già vista in Europa, cioè il fatto che abbiamo governato bene per cinque anni eppure molte persone non ci amano. Questo è un problema su cui finita la campagna elettorale dovremmo riflettere. Dovremmo chiederci come mai riforme importanti, che comunque hanno migliorato il benessere delle persone, di aggressione alla povertà che è stata la vera piaga di questi anni, non producono consenso. Ci sono stati errori di comunicazione ma anche qualcosa di più profondo. Del resto abbiamo dei precedenti emblematici, come la vittoria di Trump o quella della Brexit. Chi è più colpito dalla globalizzazione e dalle sue malattie tende ad arroccarsi su posizioni che porteranno a peggiorare ulteriormente la propria condizione.

 

 

E a tuo parere quali errori di comunicazione sono stati commessi?

 

Dico una cosa a partire dalla mia esperienza di candidato: è chiaro che se le persone sentono di stare male l‘elenco delle cose fatte, dei successi ottenuti e dei dati numerici può addirittura essere controproducente; se io ho la percezione che tutti abbiano trovato lavoro tranne me, se non posso andare una sera al mese in pizzeria con la mia famiglia, i dati positivi sull’occupazione mi fanno solo incavolare di più.

Poi siamo anche in un’epoca che cambia molto rapidamente. Cose che ci apparivano meravigliose soltanto pochi anni fa oggi sono considerati errori; gli anni a guida Renzi sono iniziati con un grande entusiasmo: l’energia che questo giovane leader era in grado di sprigionare è stata molto importante per avviare questa fase di ripresa; ma poi in poco tempo è come se questo senso, come dire, di continuo rilancio della sfida avesse affaticato certe fasce di elettori; non è necessariamente una critica, è che viviamo in un’epoca in cui le leadership hanno una difficoltà a rigenerarsi perché i cicli sono molto ravvicinati.

 

Intervista di

Anna Segre

11 febbraio

 

Tobia Zevi

 

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