Italia

 

Memoria smemoranda

di Emilio Hirsch

 

Scrivo a cavallo di Shabat Zakhor, quando la Torah ci fa obbligo ricordare le persecuzioni di Amalek e ci impone di mantenere la memoria per costruire un futuro migliore. Shabat Zakhor capita circa un mese dopo la giornata che per lo Stato Italiano rappresenta il momento di ricordare le persecuzioni nazifasciste. Le intenzioni di questa giornata di gennaio sono le migliori e in fondo la coscienza della Shoah viene attizzata un po’ ovunque anche in persone totalmente ignare e indifferenti. Ci vuole però poco perché questa stessa occasione si tramuti in un momento in cui l’antisemitismo si sfoga con maggiore energia del solito. Porto in calce un esempio che mi ha particolarmente colpito. Si tratta di uno scritto che mi è arrivato via internet, presentato dal “foglietto della ricerca”, blog di orientamento progressista che offre informazione accademica nel senso più ampio del termine e sempre di buon livello. L’articolo è firmato da Adriana Spera, una delle fondatrici del blog e precedentemente consigliere comunale di Rifondazione Comunista a Roma. Lo scritto, inizialmente sul tono impegnato e positivo, atto a ricordare giustamente che le vittime della Shoah non erano solo ebrei, conclude come riporto integralmente.

“Insomma, la persecuzione etnica nei confronti di questi popoli non ha, ad oggi, ricevuto alcun riconoscimento istituzionale, né temiamo mai lo avrà, considerato che tuttora sono vittime di discriminazioni ed emarginazione sociale. Chissà, forse, hanno pesato i numeri? La cattiva coscienza dell’Europa e del mondo cieco dinanzi alle persecuzioni degli ebrei? Non vogliamo pensare che vi siano vittime dello sterminio nazista di serie A e di serie B.

La lezione della storia sembra non l’abbiano imparata in molti, neppure le vittime, se è vero come è vero che uno dei posti dove i migranti in fuga da guerre e persecuzioni trovano meno accoglienza è proprio Israele, se la popolazione palestinese è costretta a vivere in condizioni di totale deprivazione.”

È inutile spiegare ad altri ebrei perché questo sillogismo ci fa temere che la giornata della memoria sia da abolire perché divenuta un veicolo di antisemitismo, ormai sdoganato dal linguaggio “politically incorrect” ma di grande seguito inaugurato da Trump e ora con epigoni locali tra Lega/5 Stelle. Altrettanto inutile sarebbe dialogare se le parole della Spera fossero arrivate dall’antisemitismo storico di destra. Dobbiamo perdere le speranze di una spiegazione e di una maggiore empatia anche se queste parole arrivano da sinistra, pur sempre estrema? Dobbiamo davvero rassegnarci all’adagio secondo cui, come in un cerchio, gli estremi si ricongiungono. Da un giornale ebraico progressista come HK questo dovrebbe essere rigettato. È per questo che qui cercherò brevemente di rivolgermi alla Spera probabilmente annoiando e intristendo buona parte dei nostri cari lettori.

Tutti gli ebrei a cui ho mostrato le righe del “foglietto” si sono sentiti frustrati e offesi ma spesso scrittori come la Spera si trincerano dietro una fittizia distinzione tra antisemitismo e antisionismo. Dov’è che il ragionamento della Spera diventa antisemita? Evidentemente è nell’inciso “neppure le vittime”. A chi si sta riferendo? Alle “vittime”: quindi a quelli che non ci sono più. Quindi a qualcuno che certamente non ha contribuito al conflitto in Medio Oriente. Oppure intende estendere il termine “vittime” a tutti gli ebrei? Me incluso che ovviamente non sono aguzzino di palestinesi? (Non si può neanche dare per scontato che tutti gli israeliani lo siano, ma questo è un altro discorso). È ovvio che non ha senso. Ecco dove il seme dell’antisemitismo è di nuovo sbocciato. Il cliché è sempre lo stesso: sei italiano, ebreo o israeliano? Per chi tieni? Sei colluso! È un po’ come quando vedendo l’immigrato magrebino ci immaginiamo subito il terrorista islamico o incrociando il vicino senegalese lo inquadriamo come spacciatore. Eppure sono sicuro che la scrittrice dell’articolo aborre queste semplificazioni. Perché allora, nel giorno della memoria, ci si permette questo linguaggio? Non ho spiegazioni se non un clima in cui si è deciso di ridurre le barriere del pudore nel confronto con l’altro e soprattutto nel confronto con il diverso. Accusare gli ebrei di oggi, non un nucleo informe ma me e te lettore in prima istanza, di sfruttare la persecuzione della Shoah per un proprio tornaconto, di aver costruito il mito delle vittime di serie A e di serie B per giustificare le proprie nefandezze è raccapricciante. Se qualcuno l’ha fatto ne risponda singolarmente ma accusare le “vittime” di non avere imparato nulla dalla storia, sempre che le “vittime” in realtà siano i discendenti dei superstiti e pertanto anche cittadini inermi ed estranei a quanto imputato, significa colpire l’ebreo in quanto ebreo e ovviamente questo non ha altri nomi se non antisemitismo. Sempre perché ho simpatie progressiste non ho ancora perso la speranza che la scrittrice un giorno avrà l’illuminazione di cambiare registro.

Quando penso alle “vittime” e quindi ai nonni ed ai genitori bambini, mi chiedo spesso perché non fossero fuggiti prima. Perché non avessero percepito di essere in pericolo e non avessero reagito con maggior decisione e risolutezza. Ora nel pieno della maturità mi è più chiaro e posso ritornare al passato con maggiore indulgenza: è difficile perdere la speranza nel vicino, soprattutto quando ne hai condiviso ideali e percorsi. È difficile perdere la speranza che si tratti di un episodio marginale e che in fondo ci saranno altri che si schiereranno sinceramente a difendere le “vittime”. Forse la giornata della memoria una utilità ce l’ha anche per noi: dobbiamo abituarci a vivere con meno speranza.

Emilio Hirsch

 

Dario Treves, La Camargue, 1962

 

Share |