Italia

 

Una giornata per educare  

 di Beppe Segre

 

Quest’anno il Giorno della Memoria, a Torino, è durato da lunedì 15 gennaio a mercoledì 31.

Si sono svolte commemorazioni ufficiali e cerimonie di omaggio alle lapidi dei deportati, sono state posate alcune Pietre dell’Inciampo e sono state organizzate visite itineranti alle pietre già posate negli anni precedenti, le scuole hanno invitato gli ultimi testimoni a raccontare le loro esperienze, si sono svolte presentazioni di libri di storia e di narrativa, convegni storici, recite dai Diari di Anna Frank e di Etty Hilllesum e dalle opere di Irène Némirovsky, spettacoli musicali e teatrali, mostre fotografiche, proiezioni di film, esecuzione di musiche composte nei ghetti e nei campi di concentramento, lettura pubblica e integrale di Se questo è un uomo, mostre di documenti sull’applicazione delle leggi razziali, installazioni artistiche, e altri eventi ancora.

Si è parlato anche di Porrajmos, la persecuzione di rom e sinti, e si sono presentate storie e testimonianze di internati militari.

Comunità Ebraica, Pubblica Amministrazione, Museo Diffuso della Resistenza e della Deportazione, associazioni di deportati e di internati militari, scuole, enti di cultura e volontari hanno creato un’offerta di diecine di proposte per ricordare, in modo da permettere ad ognuno di scegliere l’attività più adatta e gradita, secondo la propria cultura e il proprio carattere.

Possiamo dunque valutare che la legge 20 luglio 2000 n. 211 ha inciso profondamente nella nostra società e costituisce una forte spinta a meditare sulla Shoah, anche se, in un’offerta così abbondante, naturalmente ci sono proposte che risultano più consone alla nostra sensibilità e altre che condividiamo di meno.

Ho sentito discorsi che spostano l’attenzione verso il passato: cinquecento anni fa Cortès distrusse per sempre le civiltà dei Maya e degli Aztechi, sterminando milioni di individui; fu un genocidio, non fu il primo ed a quello altri ne sono seguiti nel corso della storia, e la Shoah ne costituisce uno dei tanti.

C’è invece chi ragiona filosoficamente sulla Shoah, vista come una rappresentazione del male assoluto, e sull’uomo, che è sempre tentato alla violenza, poiché “Il male sta in agguato dietro la porta”(Genesi, 4, 7).

E c’è chi porta la sua riflessione sull’attualità. Il contesto storico e le motivazioni non sono confrontabili, ma l’odissea di centinaia di migliaia di esseri umani costretti oggi ad abbandonare la loro terra, attraversare deserti e mari, sopportare carceri e torture, rischiare di essere uccisi e di annegare, nella sostanziale indifferenza delle nazioni più ricche d’Europa, ci ricorda dolorosamente le tragedie degli ebrei braccati dai nazifascisti.

Amici cari ci invitano a condividere ricordi terribili, come se il Giorno della Memoria fosse una festa da celebrare insieme: come già scriveva Elena Loewenthal nel libro Contro il Giorno della Memoria vorremmo gridare che non sono gli ebrei che devono ripercorrere la Shoah, gli ebrei hanno già patito allora, e non hanno bisogno di studiare, il ricordo di sei milioni di uomini, donne, bambini ammazzati ci tortura ogni giorno dell’anno.

Ci sono incontri in cui vengono proiettati i documentari crudeli che conosciamo a memoria, con cumuli di cadaveri ignudi, e noi ci chiediamo se è proprio necessario vedere questa oscenità per capire il nazifascismo, e vorremmo che con rispetto e pudore ci si astenesse “dal dilungarsi a raccontare la crudeltà delle loro azioni per non profanare quell’aspetto divino che il Creatore ha concesso all’uomo”, come recita il Rituale della Rimembranza che leggiamo durante il Seder di Pesach.

Quest’anno una mostra al Museo della Resistenza e della Deportazione ha proposto un’antologia di barzellette della tradizione ebraica, con l’utilizzo di vecchie valigie consumate, la cui presenza suscita memorie di fughe in cerca di rifugio e salvezza. Certo, lo sappiamo che Abramo ride, che Sara novantenne all’annuncio della prossima tardiva maternità ride, che Isacco, con la storia drammatica che si troverà ad affrontare, porta un nome che rimanda alla risata; l’ironia ha accompagnato il popolo ebraico nella sua storia dolorosa e l’ha aiutato a sopportare i dolori e le umiliazioni ed a sperare nel futuro, ma la raccolta di barzellette è proprio lo strumento più giusto da usare per il ricordo della Shoah?

Da alcuni anni, poi, il Giorno della Memoria è l’occasione per l’apparizione davanti ai cancelli della Comunità o nelle aule dell’Università di alcuni figuri, che osano parlare di “responsabilità dei sionisti nello sterminio degli ebrei nella seconda guerra mondiale e sul suo utilizzo postumo a fini politici”, di “sfruttamento dell’Olocausto per la creazione e la conservazione di Israele” nonché di “pulizia etnica dei palestinesi”. Si tratta di antisemiti che devono essere svergognati, bisogna far loro digrignare i denti, come al figlio malvagio dell’Haggadah di Pesach. Ma, al contrario di quanto avviene nell’Haggadah, con loro è inutile discutere, si tratta di atti di oltraggiosa diffamazione e di incitamento all’odio etnico, che devono essere denunciati e puniti secondo le leggi della Repubblica Italiana.

E poi ci sono, fortunatamente, gli incontri con le scuole, in cui tanti docenti preparati e sensibili insegnano la storia del passato ed educano i ragazzi a contrastare razzismo e xenofobia.

Ci sono le letture e le riflessioni sui testi più profondi. Bastano a Primo Levi pochissime parole per ricordare Emilia, bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente, destinata a essere uccisa a tre anni, “perché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei”, sono sufficienti poche parole per esprimere l’orrore di fronte all’odio ed alla follia del progetto nazista di sterminio di tutto un popolo.

A proposito di cerimonie di commemorazione, ricordo un discorso di Rav Avraham De Wolff di qualche anno fa, quando era vice Rabbino Capo a Torino. Ci insegnò che in queste occasioni si devono fare tre cose.

Innanzitutto si devono ricordare le vittime, ed onorare chi ebbe il coraggio di opporsi al nazismo e chi rischiò la vita per salvare persone in pericolo.

Poi bisogna studiare ciò che è stato. Perché non sia dimenticato, distorto o, peggio, negato, bisogna organizzare lavori nelle scuole, spiegare agli studenti, sopperire ai programmi scolastici che spesso poco tempo dedicano alla storia dell’ultimo periodo.

E infine la cosa più importante: la vendetta. Il termine “vendetta” è una parola forte, che evoca violenza, e violenza in risposta ad altra violenza… senza fine. E allora, perché mai la evochiamo? Che cos’è questa vendetta dal punto di vista ebraico?

È la reazione all’ingiustizia patita. È volere e poter vivere in pace e con gioia. E vivere in un altro modo, nel modo opposto a quello che i nostri persecutori desideravano: bisogna comportarsi secondo democrazia, giustizia, apertura verso il prossimo, rispetto verso i diversi da noi, solidarietà verso i più deboli.

Questo il nostro compito, questo è quanto dobbiamo insegnare ai giovani.

Beppe Segre

 

Dario Treves, Forio d'Ischia, 1966