Israele

 

Faccia a faccia con la società israeliana

di Beatrice Hirsch

 

Un nuovo traguardo raggiunto, quattro mesi e mezzo in Israele, ed eccomi di nuovo qui a condividere con voi la mia esperienza dello Shnat Hachshara (anno di formazione) del Movimento Giovanile Hashomer Hatzair.

 

La Comuna

Finito il kibbutz, salutati i nostri compagni sudamericani, che sono tornati a casa, io e le mie altre quattro compagne (messicane e statunitensi) ci siamo avventurate con i ragazzi dell’Hashomer israeliana, nel deserto del Negev. Dopo quattro giorni di hiking, che tra sofferenza, emozione e soddisfazione, ci hanno legate molto come gruppo, ci siamo finalmente trasferite a Haifa!

Arrivate in questa casetta nel turistico quartiere della vecchia Colonia Tedesca, abbiamo provato a sentirci a casa, ma era difficile sostituire il sentimento che ormai ci legava al kibbutz e non credevamo che in un mese e mezzo saremmo riuscite ad instaurare lo stesso rapporto con questa nuova città. Ma è stato più facile del previsto.

Questa parte del programma è chiamata la Comuna, dal nome, appunto, che viene dato alla casa in cui viviamo e al tipo di gruppo che la condivide, non semplicemente coinquilini. La Comuna è una comunità di persone che condivide i propri beni, un percorso di ideologia comune, e si applica nel sociale con delle messimot (missioni) come gruppo o come singoli membri per migliorarlo e per garantire un’alternativa collettiva alla vita individualistica e competitiva a cui la società spinge oggi. La Comuna viene spesso considerata, soprattutto in Israele, un kibbutz urbano; a Tel Aviv per esempio dei Bogrim (adulti) del nostro Movimento, hanno comprato un palazzo che stava per essere demolito e ne hanno ricavato vari appartamenti in cui vivono delle kvutzot (gruppi). Insieme formano una micro-collettività nella città, condividendo spazi come la cucina , il salotto, i bagni, le macchine e altro.

Questo periodo è dunque per noi un periodo per poter sperimentare e vivere un’altra realtà di vita comunitaria, diversa dal kibbutz e forse un po’ più moderna. Non avendo dei veri stipendi da mettere in comune, il Movimento ci ha fornite di 25 shekel (6€) al giorno per persona, che le due incaricate come tesoriere si sono occupate di gestire, prevedendo budget per la spesa e la vita del gruppo. Come kvutzà la prima settimana abbiamo avuto una lunga discussione su come avremmo dovuto regolare la kuppà (fondo collettivo), Vogliamo usare i nostri soldi privati? ci chiedevamo, Come facciamo a sopravvivere e a vivere come vogliamo o come siamo abituate, solo con 25 shekel al giorno? Alla fine ci siamo convinte che sarebbe stato meglio cercare di non spendere denaro personale, per rendere l’esperienza più completa; abbiamo deciso dunque di dedicare 20 shekel ogni due settimane per interessi personali e 30 al mese per viaggi al di fuori di Haifa. Anche se alla fine non ha totalmente funzionato e spesso ci siamo ritrovate ad usare i nostri soldi, soprattutto nei weekend, in cui di sovente alcune si allontanavano dalla Comuna per visitare amici e parenti, mi ritengo soddisfatta del tentativo. Adesso so su cosa bisognerebbe fare più attenzione per una possibile futura vita del genere.

 

Il volontariato e la società israeliana

La parte più interessante di questo periodo però, sono stati i vari volontariati che ci hanno portato a conoscere davvero dall’interno la comunità multiculturale della città e del Paese in generale. Alla domenica e al lunedì abbiamo insegnato inglese in una scuola elementare di periferia, chiamata Izraelia, in cui i bambini sono per il 90% figli o nipoti di immigrati dai paesi dell’Est Europa. Al martedì e al mercoledì, invece abbiamo dedicato i pomeriggi ad un’altra scuola elementare, Ein Hayam, in cui siamo state coinvolte nel programma dell’Hashomer, chiamato Nachshonim, che gestisce dei doposcuola in tutta Israele, in scuole con bambini in difficoltà. Infatti in questa scuola ci siamo trovate con cinquanta bambini per lo più violenti e maleducati con famiglie provenienti da tutto il mondo. È stato emozionante vedere questo vero e proprio melting pot di bambini che comunicavano tra loro esclusivamente in ebraico, bambini sicuramente israeliani, alcuni ebrei religiosi, altri meno religiosi ed altri ancora musulmani o cristiani, ma tutti israeliani. Qui prima di tutto ho migliorato molto il mio ebraico. Ma ho anche stretto un bel rapporto, attraverso questa esperienza, con un altro gruppo di ragazzi israeliani della nostra età, che hanno deciso di aderire al programma e dedicare questo loro anno (Shnat Sharut - anno di servizio), prima di entrare nell’esercito, a questi bambini bisognosi di punti di riferimento, limiti, attenzione e forse un po’ di semplice affetto. Altri due progetti interessanti di cui abbiamo fatto parte, sono stati lavorare in un Giardino Comunitario, una vera e propria comunità che si è formata intorno ad un orto organizzato nel mezzo di un quartiere sul mare. Anziani in pensione e bambini delle scuole della zona riuniti per coltivare verdure insieme. Siamo state anche fortunate a trovarci lì durante i festeggiamenti di TuBishvat, che per la prima volta per me ha segnato davvero l’inizio dei boccioli e della vita verde, che qui, a differenza di Torino, ricomincia davvero ora, dopo un brevissimo inverno. La settimana quindi si concludeva con un po’ di intrattenimento in una casa di riposo russa vicino al municipio, dove abbiamo fatto ballare delle signore anziane, senza poter comunicare, perché nessuna di loro parlava né ebraico né inglese, ma solo e rigorosamente russo e forse un po’ di yiddish. La responsabile delle attività del posto, una polacca, immigrata in Israele con la famiglia a sedici anni negli anni ’60, sionista fino nelle ossa, che ha infatti poi cercato di convincerci a fare l’Alyah, ci ha raccontato dell’importanza di quel luogo per i partecipanti, trasferitisi in Israele per sionismo intorno agli anni ’80/’90, a volte soli, senza famiglia o nipoti, e per i quali è stato impossibile imparare l’ebraico, poiché già troppo avanti con l’età.

 

A confronto con la realtà

Questo mese e mezzo a Haifa mi è sembrato eterno, abbiamo conosciuto talmente tante persone, abbiamo parlato e ascoltato storie incredibili, e siamo venute a contatto con realtà israeliane nuove (anche se le scuole dove abbiamo lavorato mi ricordano quelle del quartiere in cui abito, San Salvario) e spesso ignorate o nascoste durante i viaggi organizzati in Israele. Questo è un meraviglioso Paese multiculturale, ma finché continueremo a lottare per l’assimilazione delle diversità, perderemo sempre più cultura e non arriveremo mai a creare una società equa. È difficile per me, però, pensare che la soluzione contro lassimilazione possa essere, per esempio, dividere i sistemi scolastici separandoli totalmente (laico, religioso, druso/arabo e privato), come funziona qui, in cui ognuno impara su se stesso e ignora la storia e le difficoltà degli altri. Come si può pensare che la popolazione si unisca sotto un’unica bandiera se è lo Stato stesso a tenere i bambini separati dalla prima infanzia? E in un Paese come questo, fondato dall’immigrazione, è spesso incredibile immaginare che non siano accettati casi di immigrazione odierna e non si solleciti l’integrazione piuttosto che l’espulsione o l’isolamento. Come fa uno Stato creato da chalutzim (pionieri), immigrati in questa terra anche illegalmente, e onorati come eroi per questo, a progettare adesso di deportare 35.000 immigrati clandestini, che hanno rischiato la loro vita e la vita dei loro cari per raggiungere questa isola democratica? Queste sono le contraddizioni che ho notato e a cui ho spesso pensato in questo periodo, ma si tratta di un’altra lunga riflessione da affrontare, magari in un prossimo articolo.

L’esperienza a Haifa però è finita, abbiamo dovuto salutare tutti, promettendo di andarli a trovare presto, abbiamo riempito le nostre valigie, e detto addio alla nostra Comuna, in cui ormai dopo decine di cene e pranzi condivisi, con paste scotte e tortillias bruciate, peulot, discussioni, litigi e confessioni, ci sentivamo totalmente a casa. Prima di partire per la successiva avventura, però, abbiamo trascorso quattro giorni a Givat Haviva, centro culturale dove si trova l’archivio dell’Hashomer e il “Quartiere Generale”, partecipando alla Veidà (congresso) del Movimento israeliano, dedicata ai 70 anni della Medinat Israel. Abbiamo affrontato appunto tematiche relative alla storia dello Stato, alla Politica e al Movimento, insieme ad un migliaio di altri ragazzi più o meno della nostra età. È stato particolarmente emozionante essere circondati da così tante chultzot shomriot (camicie blu, uniforme del movimento) e vedere soprattutto una numerosa partecipazione da parte della Tnuat Haim (il movimento della vita) composto da centinaia di giovani (e meno giovani) adulti che hanno deciso di continuare la propria vita all’interno del Movimento. Essi vivono collettivamente in kibbutzim o Comunot, e spesso portano avanti progetti supportati dal Movimento, per influenzare la società che li circonda e il Mondo, come il Centro di Giustizia Sociale, il programma Nachshonim (di cui ho parlato prima), la scuola per immigrati a Lesbo e molti altri.

 

Il Machon

Infine dunque è arrivato il momento di lasciare Haifa e trasferirsi a Gerusalemme, per iniziare il Machon Le’Madrichei Chutz LaAretz, un programma della Jewish Agency per leader giovanili dei movimenti sionisti mondiali. Qui io e le due statunitensi ci siamo unite ad un gruppo di trenta ragazzi e ragazze provenienti dal Sud Africa, dall’Australia, dalla Nuova Zelanda e dall’Inghilterra, appartenenti a svariati movimenti, chi di destra, chi di sinistra, chi di centro e chi apolitico, chi modern orthodox, chi conservative, chi reformed, chi laico, chi umanista. Un incredibile crogiuolo di culture e ideologie, che mi ha già iniziato ad arricchire e che invece di dividerci ci stimola ad un profondo confronto e amicizia. Le altre due messicane si sono unite, invece, a duecentotrenta compagni sudamericani (anch’essi di vari movimenti). Qui nel Campus di Kiryat Moriah, infatti, si svolgeranno due programmi contemporaneamente, uno in spagnolo e portoghese e uno in inglese. L’esperienza si profila molto appagante, queste prime settimane saranno occupate da gite e attività dedicate alla storia del popolo ebraico nella Terra di Israele. Dopodiché inizieremo delle vere e proprie lezioni e workshop sul conflitto, sulla leadership giovanile, sulla società israeliana, sull’educazione, sull’etica, sulla religione e sulla cultura ebraica. Mi onora fare parte di questa parte del programma, che, in questo campus, dal 1946 educa giovani sionisti a diventare leader ebraici della Diaspora e spero di riuscire a trarre tutto quello che posso da questi prossimi tre mesi e mezzo di esperienza, prima di tornare a casa con il mio nuovo bagaglio.

 

Beatrice Hirsch

 

       Vignetta di Davì