Israele

 

I nostri nipoti ci chiederanno

di Yehuda Bauer
 

(pubblicato su Haaretz, 26 gennaio 2018)

 

Hanno attraversato frontiere senza permesso generando con ciò problemi sociali, economici e politici. Abbiamo cercato di fermarli, inutilmente, fino a quando la frontiera si è stabilizzata e l’ingresso di rifugiati è giunto alla fine. È la storia di noi ebrei fra il 1945 e il 1947. Circa 250.000 persone in fuga, immigrati illegali. Nel nostro caso non vi era un paese terzo disposto ad “assorbire” i rifugiati in cambio di accordi in materia di sicurezza e altro.

 Israele non è un’eccezione. Raramente i popoli apprendono dalla loro storia e anche noi non abbiamo appreso niente. Come i “nostri” africani, gli ebrei erano stranieri, un’altra razza. E come faremmo senza gli africani? Scaricheremmo i nostri impulsi razzisti sui palestinesi e su noi stessi. Da un punto di vista pratico la deportazione di africani è un atto di totale stupidità. Sono circa 37.000, cioè lo 0,4 per cento della popolazione, disposti a lavorare accanto o al posto di altri lavoratori stranieri che importiamo in massa in Israele perché gli israeliani, soprattutto gli ebrei fra di loro, non amano sporcarsi le mani. Non abbiamo bisogno di portare qui gli africani; essi stanno già qui. La logica economica ci insegna che decine di migliaia di loro possono essere occupati al salario minimo e pagare le tasse fino a quando decidano di tornare nei loro paesi. Se non possono tornare possono essere assorbiti in Israele come i 300.000 immigrati che sono giunti qui in virtù della Legge del ritorno ma non sono considerati ebrei. Gli africani sono appena il 10 per cento rispetto a loro. Ma il problema non è economico, attiene al colore della pelle. Il problema non è Tel Aviv sud, che sarebbe povera senza gli africani così come lo era prima del loro arrivo. La gente di quell’area imprecherebbe contro il governo e il comune eppure voterebbe per loro nelle elezioni. Quelli che sono oppressi votano sempre per coloro che li opprimono.

La persona a cui competono le deportazioni, il Ministro dell’Interno Dery, getterà in prigione senza limiti di tempo coloro che rifiutano di lasciare Israele. L’incarico gli si confà: conosce infatti personalmente la questione essendo stato lui stesso in carcere: inoltre sa cos’è la discriminazione. Vi era discriminazione un tempo contro gli immigrati dal Marocco anche se senza la minaccia di essere espulsi. I rifugiati meritano il carcere, o no ? Gli “orientali” del Ministero dell’Interno perseguitano coloro che sono più orientali di loro, la cui pelle è più scura, agli ordini di quella che è essenzialmente un’ideologia nazionalista askenazita. Il Dipartimento immigrazione del Ministero ha emesso un comunicato preciso: il Ruanda li accetterà. Abbiamo visto un documento rilasciato dal Ruanda o dall’Uganda o da altri paesi che lo attesti e si impegni a mantenere quanto è stato promesso ai deportati?

Qual è l’interesse di noi israeliani ed ebrei in tutto ciò? Abbiamo posto fine all’arrivo di rifugiati in Israele con un muro e i Beduini nel Sinai non possono più derubarli, violentarli o torturarli. Ci avevano detto che sarebbero arrivati in centinaia di migliaia. Non è avvenuto. Se vogliamo essere amati dall’Africa dovremmo accettare i rifugiati - “gli infiltrati” - possa Dio avere pietà di noi - ed esserne orgogliosi così come lo fummo quando accogliemmo profughi dal Vietnam o dalla Bosnia. In più otterremmo una piccola ma importante forza lavoro.

Non diventeranno ebrei, non lo vogliono, ma forse saranno amici degli ebrei, il che è importante. Moralità e politica coincidono qui.

Se tutti questi argomenti non servono, dobbiamo fare appello a coloro che eseguono le espulsioni: gli agenti di polizia che arrestano i rifugiati, i funzionari del Ministero, gli autisti degli autobus chiamati a trasportarli, i piloti alla guida degli aerei destinati ad andare in Africa.

Dobbiamo trovare i nomi di costoro ed appellarci a loro dicendo loro: quello che vi si chiede viola ogni regola morale ed umana. Non fatelo. Se lo farete renderemo pubblici i vostri nomi, un atto pienamente legale. L’argomento che avete soltanto obbedito agli ordini e che siete addetti del settore pubblico non vi aiuterà. Ci ricorda molto da vicino vicende simili nel nostro passato. Un ordine dall’alto non ci libera dalla responsabilità morale. I vostri nipoti vi chiederanno: cosa hai fatto, nonno o nonna ?

 

Yehuda Bauer
Haaretz, 26 gennaio 2018

Traduzione di Giorgio Gomel

 

Yehuda Bauer è uno storico (Università ebraica di Gerusalemme ) ed è Presidente onorario dell’International Holocaust Remembrance Alliance

 

Non ingannare né angustiare lo straniero, perché stranieri foste nella terra d'Egitto
(Esodo, 22,20)

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