Israele

 

Blocknotes

di Reuven Ravenna

 

Il Trentotto

I cultori della storia notano, con un pizzico di misticismo, che il numero otto denota spesso avvenimenti, al positivo o al negativo, di grande importanza. Dalla Pace di Vestfalia (1648) alla "Primavera dei Popoli"(1848), dalla fine della Grande Guerra (1918) al famigerato Trentotto delle Leggi Razziste (Razziali) dell'Italia fascista. Attualmente per gli ottant’anni di quella pagina disonorevole, a dir poco, della storia italiana, è naturale che si discuta e si rifletta sulle cause, le complicità e soprattutto sulle conseguenze di quelle leggi. In prospettiva furono lo spartiacque per la minoranza degli "Israeliti" dello Stivale, che da novant’anni godevano della eguaglianza e della parità dei diritti e dei doveri nell'ambito della collettività nazionale. E fu la prima fase di un iter dall'esclusione alla repressione fisica del '43-'45, con la complicità fascista assecondante l'occupazione nazista.

Non ho quasi percepito la realtà di quegli anni per i miei dati biografici. Non ho compreso, per esempio, entrando nel '41 nella prima elementare nella scuola ebraica di Ferrara, dove nelle classi superiori insegnava Giorgio Bassani, come questa da istituto preesistente della Comunità Ebraica fosse per imposizione diventato la scuola degli esclusi. Il mio Trentotto, si può dire, mi coinvolse nella sua drammatica attualità nel '43, nei giorni della fuga verso la libera Helvetia. Oggi ci rimane il dovere di rivivere il dramma di coloro che persero gli impieghi, degli scolari e degli studenti espulsi dalle scuole e dalle università, assieme ai loro docenti, non dimenticando la solidarietà di tanti "ariani", come si nominavano allora i non ebrei, ma non ignorando l'indifferenza di molti, per tacere sulle dichiarazioni o peggio sugli atti di tipico antisemitismo degli accoliti del regime.

 

Negev

Dopo decenni ho rivisitato il Negev, in un tour di quattro giorni organizzato dall'Associazione dei pensionati amministrativi dell'Università Bar Ilan di Ramat Gan. Ho rivisto la fattoria di Dan Balutin, figlio di Ada Algranati di Firenze, sposa nel dopoguerra di un soldato della Brigata Ebraica, che coltiva vasti terreni e alleva animali salvati, con una puntata a Revivim, uno dei tre punti che nel '43 anticiparono il possesso del Negev allo Stato Ebraico, dove anni fa Yoel De-Malach (Giulio De Angelis) mi offrì un ortaggio irrigato coll'acqua salmastra, frutto della sua ricerca pioneristica, che gli procurò il Pras (Premio) Israel. Oggi è un kibbutz fiorente, quasi un’oasi. Da Yeruham a Dimona, città in ascesa, fino ad Hazeva nell'Aravà dove si teneva una mostra sulla tecnica più avanzata per far rifiorire il deserto e infine Sedeh Boker, l'ultima dimora dei coniugi Ben Gurion, la cui tomba è situata al cospetto di un paesaggio mozzafiato. E mi risuonano le parole del Grande Vecchio:"Il nostro futuro è nel Negev, dove si stabiliranno milioni di ebrei". Attualmente molti vedono l'avvenire in altre regioni.

 

 

Coltivazioni nel deserto del Negev

 

Casa di Ben Gurion nel Negev

Rifugiati

Trovo nel disordine di vecchie carte, la fotocopia della dichiarazione stilata da mio Padre z.l. con i miei dati biografici, al posto di confine svizzero, dove ci portarono all'indomani della nottata guidati da contrabbandieri per la montagna che divideva l'Italia occupata dalla Svizzera. Strada facendo, spossati, i miei genitori consegnarono uno dei sacchi a spalla ad un boscaiolo che scendeva a valle, che, dopo aver incassato una lauta mancia, si permise di borbottare: "Ecco altri stranieri che ci vengono a portar via il pane!"

Il mondo del terzo millennio è tra l'altro coinvolto in correnti migratorie senza precedenti, determinate da conflitti, dalla ricerca di condizioni di vita decenti o dalla fuga dall'oppressione politica. Israele negli ultimi lustri è stata anch’essa toccata da questo fenomeno planetario. La polemica odierna verte su cosa fare per i 35.000 infiltrati, rifugiati (entrati in passato, via Sinai, attualmente blindato da una barriera) che sono rimasti nel Paese. Sono per lo più fuggiaschi dall'Eritrea in regime dittatoriale o dal Sudan. Senza una chiara politica governativa, anni fa un gran numero di infiltrati si sono stabiliti nei quartieri diseredati di Tel Aviv. Molti vi risiedano da anni, formando famiglie. I bambini nati in Israele parlano solo ebraico. Date le proteste degli abitanti, vittime di questa massa di stranieri, le autorità di immigrazione si sono finalmente occupate del problema. Nel frattempo è stato istituito un campo di detenzione al Sud, ma si è legiferato che, consegnando loro una somma di denaro, una gran parte dei rifugiati, sarà respinta in altri Paesi africani quali il Ruanda. Il problema non è affatto risolto e la polemica è in calda effervescenza. Da una parte si sostiene che non possiamo sopportare l'onere di altri stranieri che nuociono agli israeliani, d'altro canto il popolo ebraico che è stato per secoli il perseguitato per antonomasia, non deve moralmente porre un ultimatum:"O ve ne andate entro tre mesi o sarete reclusi come illegali".

 

Il pendolo

L'altro ieri le notizie trattavano spasmodicamente del pericolo iraniano, da ieri la denuncia della polizia su presunte azioni di malgoverno del Premier di Israele occupa quasi totalmente i notiziari, i dibattiti e i sondaggi dell'opinione pubblica. Un paese che vive di news non è una novità. Da mesi il dibattito politico è stato in gran parte dominato dalle voci, dai sospetti riguardanti il Re Bibi, anche se accadessero nel frattempo attacchi terroristici, avvenimenti locali e mondiali di preoccupante interesse. I problemi di fondo rimangono e trascorreranno molti mesi fino alla decisione del potere giudiziario per una incriminazione o assoluzione totale di Netanyhau e come sempre tutto può succedere.

 Reuven Ravenna

15 febbraio

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