Israele

 

Cosa fa più paura di Breaking the Silence?

di Giacomo Paoloni

 

Nel 2016, il governo israeliano, tramite il suo ministro della giustizia Ayelet Shaked, ha cambiato la corrente legge sui finanziamenti alle organizzazioni non governative (ONG). Quelle il cui budget è finanziato per oltre il 50% da finanziamenti pubblici stranieri devono dichiarare nei report pubblici e negli incontri con deputati alla Knesset di essere finanziati ‘da fonti straniere’. Dato che tutte queste organizzazioni da sempre rendono le medesime informazioni accessibili al pubblico, è chiaro che la legge avesse un altro intento. In altre parole, creare un alone di illegittimità attorno alle ONG di sinistra. Infatti, basta pensare che ONG di destra, con finanziamenti stranieri più onerosi, sono esentate da questo provvedimento in quanto finanziate da privati.

Delle 25 ONG colpite, non molte sono note agli israeliani quanto Shovrim Shtikà, in inglese Breaking the Silence.

L’organizzazione, fatta da ex soldati che hanno servito in Cisgiordania, prova a sensibilizzare il pubblico israeliano ed internazionale riguardo all’occupazione. La sua attività principale sta nel raccogliere testimonianze, la maggior parte anonime, di quei soldati che hanno servito in Cisgiordania. Breaking the Silence è soggetta a una campagna di delegittimazione trasversale. Perfino il comico Israeliano Lior Schleien, accusato spesso di essere troppo progressista da politici come Naftali Bennet, ha dedicato un’intera puntata all’organizzazione ripetendo note accuse, come l’illegittimità delle sue attività internazionali o l’accusa di mostrare senza contesto ‘la biacheria sporca d’Israele’ al mondo. Qualche mese fa, un leader di Breaking the Silence, Dean Issacharoff, è stato soggetto ad una campagna d’odio a causa di una testimonianza pubblica da lui rilasciata e ritenuta fasulla dalla polizia militare. Ciononostante, questo articolo non discute dei vizi di forma contestati a Breaking the Silence. Piuttosto, esso cerca di concentrarsi sulla realtà che l’organizzazione racconta.

Questo febbraio, nel ventitreesimo anniversario del massacro ad opera del fondamentalista ebreo Baruch Goldstein, l’organizzazione ha portato oltre cento persone nella sua escursione mensile a Hevron. Per l’occasione, ho deciso di partecipare alla visita guidata in ebraico.

Lo svolgimento della visita convincerebbe molti che probabilmente il motivo per cui Breaking the Silence fa paura è dovuto alla realtà che cerca di raccontare piuttosto che al modo in cui la racconta. Infatti, la realtà raccontata mette in discussione la stessa definizione di Israele come stato democratico, che sia progressisti che conservatori sembrano condividere.

 Hevron è la seconda città più grande della Cisgiordania. Essa è divisa in due settori, H1 e H2 da dopo gli accordi del 1997 fra Netanyahu al suo primo governo e Yasser Arafat. La visita guidata si svolge presso il settore H2, dove vivono fianco a fianco 600 israeliani e 850 palestinesi. Gli insediamenti israeliani a Hevron sono noti per la violenza e il fanatismo dei residenti, così come l’adiacente insediamento di Kiryat Arba. Difatti, ad accogliere i gruppi, oltre alle guide, ci sono alcuni volti famigerati dell’estremismo di destra israeliano, intenti a provocare le guide così come i partecipanti.

Uno di questi è Ofer Ohana. Di professione paramedico, Ofer Ohana è residente a Kiryat Arba ed ammiratore di Baruch Goldstein, come alcuni video su Youtube dimostrano. Durante il noto processo ad Elor Azaria, Ohana è stato interrogato per il sospetto che avesse occultato alcune prove per diminuire la responsabilità del soldato condannato per l’omicidio di un assalitore palestinese già incapacitato. Altro noto personaggio presente è Anat Cohen, residente a Hevron e nota per aver spesso attaccato fisicamente sostenitori dei diritti civili palestinesi che si trovassero sulla sua strada, davanti all’insediamento di Beit Hadassah.

Durante la visita viene spiegato al gruppo come la strada principale di Hevron, Shuhada, sia chiusa al commercio palestinese da dopo il massacro di Hevron, quindi dal 1994. In sostanza, un crimine perpetrato da un cittadino israeliano ha portato alla punizione collettiva dei palestinesi a Hevron. Dalla seconda intifada in poi, Shuhada è totalmente interdetta ai palestinesi, anche l’accesso pedonale. Più avanti, dove un tempo sorgeva una sontuosa stazione degli autobus, adesso c’è una base dell’IDF. Essa protegge tre insediamenti lungo la strada, Avram Avinu, Beit Romano e Beit Hadassah.

Alla fine di Shuhada, più di cento persone attendono un’ora prima che l’IDF e la polizia permettano loro di visitare il quarto insediamento, Tel Rumeida. Ma una volta arrivati lì, delle residenti inferocite si scagliano addosso alle guide. In particolare contro Avner Gvaryahu, il direttore di Breaking the Silence. Nonostante la violenza da parte di queste residenti, i partecipanti alla gita, senza aver fatto nulla, vengono scortati e controllati da soldati e poliziotti.

Subito dopo, presso il centro di ‘Youth Against Settlements’, l’attivista palestinese Issa Amro, venuto a parlare con i visitatori, cerca di far uscire senza successo i poliziotti dal proprio giardino. La richiesta sembrerebbe logica, dato che Amro non è colpevole di alcunché in quegli eventi. Ma è la situazione a sfuggire ogni logica di uno stato di diritto democratico.

In questa situazione, le persone che hanno provocato, insultato e agito con fare violento sono cittadini israeliani, e le autorità lì presenti non possono impartire loro più di un rimprovero paternale. Issa Amro è un palestinese. Non è un cittadino israeliano, ma è soggetto ad un’occupazione militare. La sua opposizione all’occupazione, per quanto portata avanti rispettando principi non violenti è, in qualunque forma, una minaccia alla sicurezza israeliana. Quel giorno, di questa situazione illogica ne hanno avuto un esempio tutti i visitatori. Il tour è finito prima del previsto poiché le autorità competenti non potevano garantirne la sicurezza. Ma Issa Amro e i palestinesi che vivono ad Hevron, nella zona H2, pagano tutti i giorni il prezzo più caro di questa situazione: la mancanza di dignità e libertà. Risulta quindi comprensibile che Amro nel suo discorso agli avventori si concentri più su dignità e uguaglianza come principi per la pace piuttosto che su quanti stati debbano sorgere.

Questa situazione nulla ha a che fare con la richiesta legittima di sicurezza da parte di molti israeliani. Essa è il risultato di una lunga occupazione militare, che per preservare la presenza di seicento israeliani, contrariamente al diritto internazionale, rende la vita di ottocento palestinesi miserabile. Verrebbe quindi da chiedersi cosa spaventi di più riguardo a Breaking the Silence, la realtà raccontata o alcune falle nel modo di raccontarla?

Giacomo Paoloni