Israele - Storia

 

 

Sadat a Gerusalemme 40 anni dopo

Una lettura critica

 di Yossi Amitay

 

Il mese di novembre del 1977 è stato testimone di una serie di eventi consecutivi di immenso rilievo nella storia del conflitto arabo-israeliano. Il primo fu l’annuncio del Presidente Sadat al Parlamento egiziano della sua decisione di recarsi alla Knesset israeliana e portare un messaggio di pace al popolo di Israele. Il secondo, l’immediata calorosa accettazione di tale iniziativa di pace da parte del Primo Ministro israeliano Menachem Begin. Il terzo, l’arrivo del Presidente egiziano all’aeroporto Ben Gurion il 19 novembre e il quarto la festosa sessione alla Knesset dove da entrambe le parti furono pronunciati discorsi in favore della pace. Furono giorni indimenticabili di sollevamento morale e di grandi speranze per una nuova era di pace e di amicizia tra i due paesi fino a quel momento nemici, forse una promessa di pace per l’intera regione che avrebbe posto fine per sempre a guerre e a spargimento di sangue. Mentre guardavamo in televisione l’arrivo del Presidente egiziano all’aeroporto di Tel Aviv, ci sentivamo come se si stessero aprendo i cancelli del cielo e stesse succedendo l’inimmaginabile.

La gioia per un simile evento e l’assoluta euforia che invase tutti noi in quei giorni ci fecero dimenticare per un momento i punti essenziali della controversia fra le due parti, già emersi in quei festosi discorsi alla Knesset. Eravamo tentati di credere che la strada per un accordo di pace fosse realmente aperta e percorribile. Ma dopo solo poche settimane ci rendemmo conto che i sentimenti di ostilità e di paura così profondamente radicati e gli ostacoli concreti esistenti non potevano essere spazzati via in una notte. Ci rendemmo conto anche che il raggiungimento della pace sarebbe stato disseminato da alti e bassi. E questo fu ciò che in effetti avvenne. Questa storia ebbe apparentemente un lieto fine. Il 17 settembre 1978, dieci mesi dopo la storica campagna di Sadat a Gerusalemme, a Camp David furono raggiunti due accordi: uno, bilaterale, tra Israele e l’Egitto e l’altro - la struttura di un accordo - riguardava la questione palestinese. L’accordo bilaterale tra Israele e Egitto fu approvato dai parlamenti di entrambi i paesi e concluso ufficialmente sul prato della Casa Bianca nel marzo del 1979. Quanto ai negoziati per un accordo riguardante la questione palestinese, essi si dimostrarono zoppi fin dall’inizio e vennero congelati a causa delle insormontabili divergenze di opinione tra Israele e Egitto, in assenza del partner palestinese.

Il mio proposito di riconsiderare il carattere unico dell’accordo di pace e i suoi problemi intrinseci, fu rafforzato dalla conversazione che ebbi con Stanley Hoffman, già professore di relazioni internazionali all’Università di Harvard. Egli mi disse che nel corso della sua carriera aveva studiato a fondo processi di pace e accordi di pace tra paesi precedentemente rivali, ma raramente aveva riscontrato il caso in cui due parti fossero riuscite a sedere a un tavolo di negoziati avendo in partenza aspettative e quadri di riferimento così contrastanti, e tuttavia, alla fine, fossero riuscite a giungere a un accordo di pace. Secondo lui, Begin si aspettava che un accordo di pace con l’Egitto avrebbe eliminato il maggiore e il più potente stato arabo dal quadro del conflitto, il che avrebbe migliorato la posizione di Israele in qualsiasi trattativa futura nei confronti della Siria, della Giordania o nei confronti dei Palestinesi. Sadat, per contro, credeva che un accordo di pace con Israele, basato sulla formula “territori in cambio della pace” sarebbe diventato un modello per qualsiasi futuro accordo di pace tra Israele e altri paesi arabi, compresi i Palestinesi. Tali diversità di aspettative causarono senza dubbio grossi ostacoli. Infatti l’accordo fu raggiunto dopo 13 giorni di aspre discussioni. Ora, mi disse Hoffman, si tratta di vedere quali aspettative saranno realizzate, se quelle di Begin o quelle di Sadat.

Dopo questa conversazione feci un passo ulteriore e mi dedicai all’analisi del testo dei discorsi pronunciati da Sadat e da Begin durante la sessione alla Knesset, con l’intento verificare se ci fossero state differenze o contraddizioni anche solo impercettibili tra i due leader riguardo al nocciolo delle ragioni del conflitto e alle eventuali soluzioni. Devo confessare che sul momento, mentre si tenevano i discorsi, mi ero lasciato trasportare, come la maggior parte degli israeliani, dall’euforia di quell’evento e, in una certa misura, avevo trascurato le differenze che emergevano e il loro potenziale impatto sul processo di pace, le loro conseguenze e implicazioni. Riscontrai sostanziali differenze nei quadri di riferimento dei due leader e nelle loro definizioni delle componenti della pace e degli obiettivi in almeno otto punti. Li citerò brevemente:

Nel suo messaggio di pace Sadat si era rivolto al “popolo di Israele”, intendendo la collettività delle persone che vivono in Israele e non altrove. Begin, a sua volta, aveva parlato nell’interesse del “popolo ebraico” nel mondo la cui nazione storica è “Eretz Israel” e nella quale sarebbe rimpatriato.

Sadat si era astenuto dall’affrontare il tema della legittimità dell’esistenza di Israele. Si era riferito alla sua esistenza come a un “fait accompli”, riconosciuto da tutto il mondo e pertanto anche dall’Egitto. Begin aveva ripetutamente affermato l’eterno legame storico, che non era mai cessato, tra il popolo ebraico e la sua terra che secondo lui costituiva la base della legittimazione dell’esistenza di Israele come stato-nazione del popolo ebraico.

Quanto al carattere della pace tra Israele e i vicini arabi, dando un’enfasi particolare alla questione palestinese, Sadat aveva asserito più e più volte che la pace doveva essere “giusta”. Begin aveva parlato di una “pace autentica e completa che avrebbe riconciliato il popolo ebraico e la nazione araba” (senza menzionare nessun popolo arabo specifico).

Sadat aveva enfatizzato la centralità della questione palestinese nell’intero conflitto arabo-israeliano. Begin nel suo discorso non aveva menzionato per nulla la questione palestinese salvo una volta quando aveva invitato i leader arabi ad andare in Israele a discutere la pace. In quel contesto aveva invitato gli “autentici rappresentanti degli arabi di Eretz Israel” , riferendosi a loro come a semplici abitanti di Eretz Israel e non come a una particolare entità nazionale.

Quanto alla dimensione territoriale del conflitto, Sadat aveva insistito su un “completo ritiro di Israele dai territori che erano stati conquistati dalle sue forze armate, compresa Gerusalemme araba”. Il termine “occupazione” non era mai stato adoperato nel discorso di Begin. Secondo lui la forza era stata impiegata contro Israele e fu Israele che “vinse contro l’aggressione e assicurò la sopravvivenza del nostro popolo non solo per l’attuale generazione ma per tutte le generazioni future”.

Gerusalemme era stata dipinta da Sadat come una “città di pace, che sarà sempre l’incarnazione vivente della coesistenza tra i popoli delle tre religioni” Aveva dichiarato che era inammissibile che il suo status fosse concepito all’interno di un quadro di annessione e espansionismo. Begin, a sua volta, aveva insistito sul libero accesso da parte degli appartenenti alle tre religioni ai rispettivi luoghi santi, accesso garantito nel momento stesso in cui la città era stata riunificata (cioè, sotto la sovranità israeliana).

Quanto alla sicurezza, Sadat aveva riconosciuto il diritto di Israele a vivere sicura accanto ai suoi vicini arabi, garantito da qualsiasi tipo di aggressione. Qualsiasi garanzia internazionale di sicurezza Israele fosse riuscita a ottenere sarebbe stata accettata dall’Egitto. Begin aveva affermato che Israele aveva ricevuto lezioni di sicurezza dall’Olocausto, vale a dire che soltanto a Israele era affidato il compito di salvaguardare la sicurezza del suo popolo, che garanzie internazionali non avevano alcun valore e che rendere sicura la vita degli israeliani richiedeva una dimensione territoriale.

Sadat aveva affermato che il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nel 1967 doveva essere “un fatto logico e incontestabile, non soggetto a discussione o dibattito”. Begin aveva sostenuto che tutto era negoziabile e aveva invitato Sadat e gli altri leader arabi a non escludere dai negoziati nessuna questione, senza porre condizioni a priori.

Dopo aver elencato queste differenze di impostazione tra Egitto e Israele, ci si può chiedere: bene, allora? Erano differenze così importanti? In fondo, il superamento di qualsiasi conflitto sta nelle differenti posizioni delle parti prima che siedano al tavolo dei negoziati. Le differenti posizioni dovrebbero essere dibattute nel corso dei negoziati. Al massimo le parti si devono adoperare per giungere a un compromesso che se anche non è l’ideale può essere accettato da entrambe. Non è quello che effettivamente avvenne a Camp David? Infatti, le due parti erano consapevoli fin dall’inizio delle profonde divergenze esistenti, ma questo non impedì che i negoziati fossero avviati, con tutti i loro alti e bassi.

È un fatto che le due parti in effetti giunsero a un accordo grazie al quale si ebbe perfino un testo per una sua realizzazione. Inoltre, giungere alla pace non è mai una mossa ideologica, bensì pragmatica. Ognuna della parti in causa può continuare a rimanere ferma nella sua posizione ideologica ma ciò che conta realmente sono gli equilibri di potere e gli interessi manifestati da entrambe. In verità, il vantaggio percepito, che era stato apparentemente raggiunto alla fine della guerra del Kippur, facilitò il conseguimento di un accordo di pace che le due parti definirono un accordo strategico che doveva essere salvaguardato e mantenuto.

Tutto questo è vero. Eppure a me pare che il peso dei contrasti tra Egitto e Israele, emersi nei discorsi dei due leader alla Knesset non dovrebbero essere sottovalutati. Essi possono avere un grosso impatto sulla qualità della pace nel corso della sua realizzazione o, come Mubarak ha puntualizzato più di una volta, sulla sua “temperatura”. Basti ricordare l’obiezione di ampi circoli egiziani, in particolare di intellettuali,a approfondire e vivificare la pace con Israele. È un fatto che mentre in Israele si è dato grande spazio a cerimonie per il quarantesimo anniversario dell’iniziativa di pace di Sadat, in Egitto non è avvenuto nulla di simile e sui media l’argomento è stato trattato in sordina. Senza dubbio molto è dovuto all’immagine di Israele e al modo in cui è percepito dalla coscienza egiziana. Potranno questi divari di percezione diminuire in futuro? A mio giudizio, pur consapevoli della profondità e della dimensione di tali divari, non si dovrebbe scartare questa eventualità. I concetti ideologici non sono mai definitivi e immutabili. Essi possono essere intaccati da un insieme di interessi bilaterali e regionali. C’è molta saggezza nel tentativo del Presidente al-Sisi di marginalizzare le componenti ideologiche del conflitto e forse perfino di portare a una loro de-ideologizzazione che aumenterebbe la speranza che possa crescere il peso delle componenti pragmatiche, soprattutto nei riguardi della questione palestinese. Purtroppo finora questo cauto ottimismo non ha ancora portato a una svolta tangibile. La causa palestinese è sempre stata ed è tuttora il centro dell’intero conflitto arabo-israeliano. Fino a quando rimarrà irrisolto, la percezione dei dissensi può tornare alla ribalta e mettere perfino in pericolo i limitati risultati oggi raggiunti.

 Permettetemi di concludere questa previsione non tanto ottimistica citando un vecchio detto dei nostri Maestri:

"Le tue azioni possono farti fare passi avanti, le tue azioni possono farti fare passi indietro"

Yossi Amitay

Traduzione di Anna Maria Fubini

 

Il ministro degli esteri Moshe Dayan e il presidente egiziano Anwar Sadat

 

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