Israele - Storia

 

Una Naqba ormai lontana

di Alessandro Treves

 

“Dite agli uomini di portare i carri... altrimenti verranno gli ebrei e vi prenderanno tutto” ordina il generale egiziano, ma il sindaco di Jaffa cade nel tranello. Seicento combattenti entrano a tradimento, e la città è perduta.

Un resoconto molto succinto della presa di Jaffa nell’Aprile del 1948, due settimane prima della fine del Mandato e della proclamazione dello Stato d’Israele? Non proprio. È vero, nel 1948 gli inglesi schierarono i carri armati, con l’ordine di difendere Jaffa araba ad ogni costo. Haifa era già stata conquistata dall’Haganà. Però i seicento combattenti dell’Irgun, galvanizzati dalle parole di Menachem Begin, attaccarono frontalmente, il secondo giorno di Pesach, senza infingimenti, anzi sospettosi della manovra di aggiramento (nome in codice, operazione “Hametz”) architettata dall’Haganà. È vero, nel 1948 si pensava che gli egiziani potessero sopraggiungere dal mare e rompere l’assedio; nonostante le molte incomprensioni (quando non aperte liti) fra Comitato Superiore Arabo, Lega Araba ed autorità locali come il sindaco di Jaffa, Yusif Haykal, la convinzione del muftì Amin al-Husayni e dei suoi accoliti era che gli egiziani e gli altri eserciti arabi avrebbero facilmente schiacciato le forze raccogliticce dell’Yishuv.

Però, a leggere bene il testo, e qui è colpa mia che non ve l’ho trascritto tutto, si legge che fu proprio il generale egiziano a tendere il tranello al sindaco di Jaffa, lungi dal soccorrerlo. Un tranello direi più machiavellico di quanto potessero mai escogitare i capi dell’Irgun. Dopo averlo invitato ad un ricevimento ed averlo fatto bere, il generale colpisce il sindaco col suo bastone del comando e lo fa prendere prigioniero. Indi finge che il suo esercito abbia deciso di ritirarsi, lasciando duecento sacchi di vettovaglie ed altri doni agli assediati. Una versione un po’ surreale del riutilizzo a chilometri zero degli avanzi dell’accampamento. Ma da ciascuno dei sacchi, portato in città da due facchini nell’entusiasmo precoce degli incauti abitanti, esce un combattente, anche i facchini gettano la maschera, in tutto sono seicento armati fino ai denti, e Jaffa viene rapidamente conquistata.

La Presa di Jaffa è un testo egizio rinvenuto sul lato posteriore del papiro Harris 500, che racconta in forma romanzata le gesta dell’astuto generale Djehuty, che aveva servito col faraone Thutmose III. Secondo la moderna esegesi, però, il fatto cui si riferisce sarebbe avvenuto davvero, ma durante il regno del successore di Thutmose III, Amenhotep II, forse nel 1418 a.e.v. L’anno in cui venne soppressa anche la rivolta di Aphek, guarda caso situata non lontano dalla moderna Haifa. Scavi archeologici a Jaffa sembrano avvalorare l’ipotesi di una distruzione di almeno parte della città, in quegli anni, da parte di forze egiziane. Sarebbero 3365 anni prima della Guerra d’Indipendenza d’Israele, ma anche un duecento anni prima che i figli d’Israele ricevessero la Legge sul Sinai. Può darsi che Kadosh Baruchù temporeggiasse, ancora incerto sulla sua formulazione definitiva, sta di fatto che gli habiru (che forse è improprio tradurre tout court come ebrei, ma di cui pare assodato le future dodici tribù fossero almeno una componente) a quel tempo scorrazzavano per la terra di Canaan fra saccheggi e violenze, ancora liberi e ignari di quel pesante apparato di regole di vita sociale che gli sarebbe poi capitato fra capo e collo solo una manciata di generazioni dopo. Pastori nomadi, occasionalmente servitori o riottosi mercenari, comunque marginali, in questo ed in altri testi essi vengono evocati come una minaccia per la società civile degli agricoltori e dei cittadini, qui forse addirittura uno spauracchio di cui si serve lo scaltro Djehuty per attrarre in trappola l’ingenuo sindaco di Jaffa. Gli ebrei usati come fake news, o come immaginarie armi di distruzione di massa per procedere all’invasione. Parte del fascino della Presa di Jaffa sta proprio nel suo carattere di romanzo storico, se è vero che riunisce elementi reali ma nella realtà disgiunti (Djehuty, la risottomissione di Jaffa sotto Amenhotep II) non a fini storiografici ma di fiction storicamente plausibile. E la ricerca della plausibilità si spinge fino all’analisi psicologica dei personaggi, nel fine dettaglio presumibilmente inventato della curiosità sottilmente adulatoria che spinge il sindaco, un po’ ubriaco, a chiedere al generale di mostrargli il bastone del comando, e quello glielo molla sul cranio.

Alla Presa di Jaffa è dedicato il terzo capitolo del volume di Colleen Manassa, Imagining the Past: Historical Fiction in New Kingdom Egypt[1]. Può essere un’occasione per riflettere, anche noi amanti dell’israeliana Tel Aviv, sul destino plurimillenario della consorella meridionale. La sua forzata sottomissione agli egiziani, per quanto ripetutasi più volte, si allontana per noi in un passato semi-leggendario, in cui il dolore e l’umiliazione del trauma sfumano nel mito.

Ma quella di settant’anni fa, alle forze del nascente stato ebraico, non è così lontana; il dolore e l’umiliazione sono ancora ben impressi in chi li ha vissuti o nei loro discendenti. #MeToo, sembra twittare ogni infrangersi delle onde sullo scoglio di Andromeda. Jaffa aveva oltre settantamila abitanti nel 1947, per un terzo cristiani, ed una classe media colta ed agiata che dava vita ai quartieri eleganti di Ajami, a sud della città vecchia, e di Jabaliya, ancora più a sud, verso Bat Yam. Negli ultimi mesi del Mandato, col dilagare della violenza verso la guerra aperta, cristiani e borghesi erano stati fra i primi a fuggire, e la debole società palestinese era implosa, come analizzato nel recente libro di Itamar Radai, Palestinians in Jerusalem and Jaffa, 1948: A Tale of Two Cities (Routledge, 2015); alla resa del 13 Maggio 1948 in tutta Jaffa erano rimaste non più di tremila persone.

Del quartiere Ajami, rimasto per anni lo scheletro di se stesso e recentemente in via di trasformazione in quartiere ebraico ultra-chic, ha raccontato un recente film; Jabaliya è stata ribattezzata con minimo sforzo fonetico Giv'at Aliyah, si è tentato di ripopolarla senza molto successo con olim europei, e vi sorge ora, con forse involontario sarcasmo, il mai veramente decollato Centro Peres per la Pace. Ma tutto questo è successo dopo. Di per sé non ci dice quello che ci preme sapere, come si comportarono gli ebrei in quei fatidici giorni di fine aprile. Su questo, al di là degli episodi singoli, non possiamo che attenerci alle parole di Menachem Begin (riportate sul website dell’Irgun):

Soldati dell'Irgun!

Prenderemo Jaffa. Stiamo iniziando una delle battaglie decisive nella lotta per l'indipendenza d’Israele.

Sappiate chi avete di fronte, ricordate chi avete lasciato dietro. Affrontate un nemico crudele, che vuole distruggerci. Dietro di voi ci sono i nostri genitori, i nostri fratelli, i nostri figli.

Colpite il nemico! Mirate bene! Non sprecate le munizioni! In questa battaglia, non mostrate pietà per il nemico, che non ne ha alcuna per il nostro popolo. Risparmiate donne e bambini. Risparmiate la vita a chiunque alzi le mani in segno di resa. È vostro prigioniero. Non fategli del male....

...colpo di scena dell’ultimo paragrafo: del papiro, frammentario e di difficile interpretazione, può essere data anche una lettura opposta, per quanto riguarda gli habiru: tratterebbesi in questa circostanza non di bande di predatori, bensì di umili palafrenieri al servizio dell’armata egiziana[2]. Segno che la narrazione di come esattamente siano andate le cose a Jaffa ha cominciato a divergere già parecchio tempo fa.

Alessandro Treves

Trieste e Tel Aviv


[1] 2013, ISBN-13: 9780199982226, pubblicato in Oxford Scholarship Online, Aprile 2014, DOI: 10.1093/acprof:oso/9780199982226.001.0001

 

 

Share |