Lettere

 

Fanatici

 

Cara Ha Keillah,

Chi sono dunque quei “prepotenti” contro cui Amos Oz si scaglia alla pagina 36 del suo ultimo libro? (Cari fanatici, Feltrinelli, Milano 2017). L’autore si dichiara oppositore di ogni tipo di fanatismo. È contrario ai coloni israeliani che vanno ad abitare in case abusivamente costruite dal governo in territori non riconosciuti dal diritto internazionale e, con eguale fermezza, è contrario a tutte le forme di fanatismo palestinese, insomma ad ogni violenza di parte. Non ama i fanatici e vede nel fanatismo il nemico da combattere in ogni forma. Se la prende però in modo specifico contro i “fanatici prepotenti”: quelli proprio li considera i peggiori.

Cosa differenzia un fanatico “prepotente” da un fanatico “semplice”? Il fanatico prepotente usa il proprio potere in modo dispotico, mentre quello semplice enfatizza oltre misura il rango delle proprie argomentazioni. È dunque l’opportunità di avere un certo potere, e di gestirlo in forme violente, ciò che determina la possibilità di peggiorare il proprio fanatismo, per poi farlo evolvere verso quello di tipo prepotente.

Uno che non ha potere non è prepotente: è un fanatico come se ne trovano ad ogni latitudine e il suo fanatismo contiene, in quantità variabili, esasperazione, ignoranza argomentativa, bisogno di rivincita, disperazione individuale…

Quelli invece che sono più prossimi alla sfera del Potere, o che ne sono parte integrante e formale; quei fanatici che agiscono da fanatici essendo ben armati, protetti, meglio nutriti, più organizzati, si possono trasformare nella risma peggiore dei prepotenti.

Il fanatismo in questo caso è una miccia accesa contro le ragioni, contro la consapevolezza e la verità. Dei fanatici prepotenti non c’è da fidarsi.

La distorsione fanatica di chi non ha potere è questione che riguarda l’orientamento ideologico e l’esasperazione esistenziale; mentre invece la distorsione fanatica dei prepotenti riguarda un orientamento organizzato, la produzione di un’ideologia collettiva che vede nella prevaricazione e nel sistematico abuso di potere le forme normali con le quali esprimere la propria azione.

Dietro la buona creanza che pervade il libro di Oz, si legge dunque una dura condanna che differenzia il ragazzo palestinese il quale, come il Balilla, lancia pietre contro l’abusivo esercito invasore della sua terra, e invece la pattuglia israeliana che, armata di tutto punto, abbatte una povera casa contadina di una famiglia araba residente vicino a Hebron.

Il libro non nasconde quell’inquietudine morale che nessuna forma di retorica nazionalista riesce a eludere. Il libro disvela al lettore un diffuso disagio morale che in Israele ancora molti avvertono (almeno quelli che non sono già diventati cinici), ma che non sempre riesce a trovare la possibilità di diventare discorso. È Amos Oz che impresta le proprie parole di scrittore a chi ha perduto la capacità di esprimersi criticamente.

Lo fa con bonomia e con senso civico, però dal suo libro trapela un dolore continuo, un malessere che sfinisce. Il libro non diventa mai un pamphlet antigovernativo: lo scrittore ci addita responsabilità che chiedono di essere messe in chiaro, che esigono la loro giustizia. Anzi, si direbbe che il libro sia quasi una lettera rivolta ai nipotini, a Din, a Nadav, Alon e Yael: sono loro i rappresentanti di una nuova generazione che sta crescendo in Israele e che definitivamente dovrà sciogliere il nodo politico più intricato del mondo.

Voce alta di Israele, insieme a quella di David Grossman e di Abraham Yehoshua, quella di Oz è misurata nei toni e pacata nelle argomentazioni, ma profondamente inserita nel dibattito politico, nelle ferite più aperte e più dolorose del suo Paese. Scrive:

Da molti anni il mio presupposto sionistico è semplice: non siamo soli su questa terra. Non siamo soli a Gerusalemme. lo dico anche ai miei amici palestinesi. Non siete soli su questa terra. Non c’è scampo alla spartizione di questa piccola casa in due appartamenti ancora più piccoli. Sì, una casa bifamiliare. Se, da un fronte come dall’altro della barricata israelo-palestinese, qualcuno dice: “Questa è la mia terra”, ha ragione. Ma se su un fronte come sull’altro della barricata qualcuno dice: “Questa terra, dal Mediterraneo al Giordano, è solo mia, è tutta mia”, quel qualcuno è in odore di sangue (pag. 96).

Personalmente, molte cose ho in comune con Oz; non tutte, ma il suo garbato modo di discutere proprio là dove quasi tutti alzano la voce mi avvince.

Vorrei argomentare il punto che secondo me è quello decisivo: da dove nasce il fanatismo? Quale ne è la matrice? Perché alligna e poi si dilata tanto velocemente? Perché sembra un fuoco sospinto da un vento impetuoso?

Quel che penso è che il fanatismo abbia una matrice profonda legata ad umiliazioni subite; che conservi un’esigenza inesausta di rivalsa e un bisogno di rivincita; che nasca dalla paura di non sapere affrontare la complessità della vita, radicalmente selezionando le opzioni e scegliendo tra le molte possibilità solo le più estreme.

Il fanatismo cerca visibilità e spettacolarizzazione perché la rabbia covata è stata di notti insonni e di urla mai gridate, perché è pieno di invettive mai urlate, di odio e di bisogno di giustizia. Ridurlo a temperanza e a comprensione non è percorso che si possa ottenere con le armi, con un esercito di occupazione, con la prepotenza. Se si percorre questa strada, inevitabilmente il fanatismo cresce, anziché ridursi.

C’è il fanatismo di chi si è sempre sentito emarginato, ma poi c’è l’altro, del tutto diverso, di tipo istituzionale: il fanatismo prepotente di chi è sempre stato dalla parte del Potere. L’uno non vale l’altro. In questa guerra-guerriglia che sembra non finire mai, molte cose sono speculari e reciprocamente opposte, ma non il fanatismo.

Ci sono due fanatismi di natura diversa che si fronteggiano e si può essere sicuri che la casetta bifamiliare che dovrebbe ospitare i due popoli, sarebbe piena di urla e di improperi che da un appartamento si espanderebbero verso l’altro appartamento, che dunque risulterebbe troppo vicino geograficamente, ma molto distante sentimentalmente.

Il fanatismo cova la propria forza sotto la cenere, per poi riaccendersi improvviso. Quando poi esplode sembra solo irrazionalità e furore, ma forse noi possiamo ancora credere che se si abbandonasse la prova di forza, se ne potrebbero cogliere assai più nitidamente anche le ragioni profonde.

Giuliano Della Pergola

 

Ci domandiamo se non sia riduttiva una lettura che declina in una sola direzione, quella degli insediamenti, l’analisi molto più complessa condotta da Amos Oz sul fanatismo. Ci sembra che trascurare tutti gli altri fanatismi presenti al mondo - e non solo in Medio Oriente - cui Oz si riferisce, anche esplicitamente elencandone alcuni ad esempio, non faccia giustizia al pensiero dello scrittore

HK

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