Storia

 

 

Rita Montagnana

di Manfredo Montagnana

 

Abbiamo pensato, a settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione italiana, di dedicare qualche riga al ricordo di una delle 21 donne (su 556) protagoniste dell’Assemblea che produsse la nostra carta fondamentale, Rita Montagnana che ebbe un ruolo decisivo nel far crescere il movimento femminile in Italia.

 

Rita Montagnana nacque a Torino il 6 gennaio del 1895, la quarta dei sette fratelli Montagnana. Suo padre Moise e sua madre Consolina Segre erano iscritti alla Comunità ebraica di Torino ed erano entrambi abbastanza osservanti, almeno finché Moise scomparve nel 1903. La famiglia viveva in una villetta di Borgo San Paolo, lo storico quartiere operaio, acquistata grazie ai guadagni di Moise, direttore della sartoria Bellom che serviva casa reale.

Come le sorelle Gemma, Lidia ed Elena, anche Rita imparò a lavorare da sartina; la sua esperienza nell’atelier Sacerdote la segnò profondamente: raccontava spesso che quasi ogni giorno una delle sue compagne sveniva per lo sfibrante lavoro di dieci ore. Nel 1911 aderì, insieme a Lidia, alle manifestazioni che accompagnarono lo sciopero degli operai metallurgici; a diciotto anni assunse la carica di segretaria del Circolo socialista femminile La difesa di Borgo San Paolo, partecipando attivamente alle manifestazioni operaie del 1917 contro la guerra, insieme alla sorella Clelia e al fratello Mario.

Furono anni di impegno a fianco di altri attivisti socialisti “sanpaolini”, durante i quali fondò il Ricreatorio Laico Pilade Gaj, luogo di gioco e di formazione per i bambini del borgo e fece parte delle “compagnie di difesa proletaria” durante il “biennio rosso”.

Questi pochi cenni ai primi vent’anni della sua vita fanno anticipare l’eccezionale impegno di Rita a favore del movimento operaio, soprattutto dopo l’adesione al Partito Comunista d’Italia nato dalla scissione del Partito Socialista nel 1921. Fu lo stesso Antonio Gramsci a chiamarla l’anno successivo a Roma per organizzare il movimento femminile e dirigere il quindicinale La compagna. Proprio nel 1921 Rita fu inviata a Mosca dove partecipò alla Conferenza Internazionale Femminile, che si affiancava al III Congresso del Comintern (Internazionale Comunista). Durante questo viaggio si maturò la sua sconfinata ammirazione per l’Unione Sovietica, che la portò ad ignorare fino alla fine gli orrori dello stalinismo.

Durante il viaggio di ritorno passò per Riga e ricordò poi: “Che miseria c’era allora! E gli ebrei come erano trattati!” Non dimenticò mai la sua identità ebraica, ricordava volentieri alcune parole ebraiche, tanto che convinse la famiglia a ebraicizzare il nome della prima nipotina Enrichetta in Rivkà (Rebecca), storpiato poi in Reukà e infine in Richi.

Sposatasi con Palmiro Togliatti nel 1924, le nacque l’anno successivo il figlio Aldo. Nonostante le nuove responsabilità familiari, continuò a svolgere attività di partito, finché espatriò con il marito, prima in URSS e poi a Parigi dove lavorò al Centro estero del partito e operò come “fenicottero” cioè incaricata di portare nell’Italia fascista materiale propagandistico e di mantenere i collegamenti con i compagni in clandestinità.

Nel 1936 accompagnò Togliatti in Spagna e vi restò per tutta la durata della guerra civile fino al 1939. Anche in questa occasione, come spesso nei due decenni successivi, si confermò la totale dedizione di Rita al partito, anche quando comportava la rinuncia ad accompagnare la crescita del figlio Aldo, lasciato allora in URSS in un collegio per i figli di dirigenti dei partiti comunisti di tutto il mondo.

Rientrata in Italia nel 1944, Rita ricoprì subito importanti ruoli politici: fondatrice e presidente dell’UDI (Unione Donne Italiane), organizzatrice instancabile del movimento femminile, una delle 26 donne elette nel 1946 nell’Assemblea Costituente, senatrice nel 1948. Fu sempre presente quando si potevano difendere i diritti delle donne, come in occasione di una visita del 1948 agli stabilimenti Mirafiori della FIAT, così ricordata da una compagna:

 “C’era il reparto presse, dove io sapevo che le donne quasi tutte avevano perso un dito o un pezzo di dito . . . Allora quando sono arrivata lì dico a Rita: <<E’ quel reparto>>. Allora lei fa fermare la macchina . . . è salita su quella scaletta e ha fatto il comizio: <<Operaie, fatemi vedere le mani>>. E tutte le operaie così d’attorno . . . con la tuta da lavoro, con le loro mani così. . .ci riceve Valletta e dice: <<Cosa ne pensa della FIAT?>>. E lei: “. . . non avrei mai immaginato che gli operai stessero così male>>. Valletta si è sbiancato.”

Ho raccontato questo episodio perché ci aiuta a capire gli ultimi trent’anni della vita di Rita, trascorsi nel quartiere di Santa Rita quasi a Mirafiori, ormai esclusa dalla vita politica attiva, ma sempre disposta a dialogare con le donne del quartiere. Rita si mantenne sempre in contatto con il mondo politico, non solo attraverso la lettura de L’Unita e della Pravda (che riceveva per posta) ma anche tramite il rapporto con la sua sezione del partito. Nell’alloggetto dove abitava con il figlio Aldo da tempo malato, giungevano periodicamente lettere e cartoline da tutto il mondo, specialmente in occasione della Giornata della donna l’8 marzo, come quelle di Dolores Ibarruri, la “pasionaria”.

Di Rita, mancata il 18 luglio del 1979, mi pare giusto conservare l’immagine di una donna che voleva a tutti i costi rimanere una del popolo, che rifiutava di farsi intervistare, che scriveva pochissimo e mai di sé. Mi ricordo che, in occasione delle visite a casa sua a Santa Rita, sorrideva quasi sempre forse per nascondere le non poche difficoltà incontrate nella sua tormentata esistenza, superate fino all’ultimo con l’estrema dedizione alla causa che aveva sposato fin da giovanissima.

 

Manfredo Montagnana

 

Rita Montagnana

 

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