Libri

 

Salvarsi

di Emilio Jona

 

Con Salvarsi. Gli ebrei italiani sfuggiti alla Shoah-1943-1945, Einaudi 2017, Liliana Picciotto prosegue, e in un certo senso conclude, il suo encomiabile lavoro di ricerca, documentazione e analisi delle vicende dell’ebraismo italiano sotto il fascismo. Si tratta di un libro che trae origine dai materiali raccolti dal Centro di documentazione ebraica contemporanea (CDEC) ed è frutto di un lavoro di molti anni su di un vastissimo campione degli ebrei che si salvarono in quel breve lasso di tempo in cui il fascismo italiano emulò la Germania nazista nella realizzazione della “soluzione finale”.

Quanti negano l'evidenza e cioè che la guerra che si combatté con la Resistenza fu una guerra civile, oltre che patriottica e di classe, e che vedono la RSI (Repubblica Sociale Italiana) come un fantoccio e un’appendice della Germania nazista e i suoi militanti solo come dei suoi servi potrebbero trovare un qualche supporto (isolando questa vicenda da quella più generale) nel fatto che i fascisti “repubblichini”non applicarono le norme che, nel novembre 1943, avevano emanato sulla sorte degli ebrei (secondo le quali, come nemici, dovevano essere isolati in campi di concentramento), ma consentirono ai tedeschi di operare direttamente sul territorio italiano, catturando ogni ebreo per avviarlo fuori del paese, verso i campi di sterminio o consegnarono loro, per quello scopo, quanti ebrei diligentemente andarono a ricercare per le città e le campagne. A quelle migliaia di persone catturate ed uccise, pari al 19% dell'ebraismo italiano, Liliana Picciotto aveva dedicato un libro memorabile, che nell'individuarne i nomi e i tempi e i luoghi in cui 7172 ebrei erano stati trucidati, metteva indirettamente anche in luce le connivenze e le responsabilità italiane in quello sterminio (va ricordato che metà degli ebrei furono arrestati ad opera dei “repubblichini”). In questo libro invece si racconta la storia di quell'81% che si salvò e dei modi con cui ciò avvenne. Il suo interesse, anche se il suo contenuto riguarda prima di tutto noi ebrei uno per uno, i pochi ancora sopravvissuti e gli eredi di coloro che si salvarono, non è strettamente ebraico, perché riflette soprattutto il comportamento e la storia delle donne e degli uomini del nostro paese in quegli anni cruciali, ed è una storia e un comportamento che fanno loro onore e che riscattano l'indifferenza con cui la quasi totalità del popolo italiano accolse le leggi razziali del 1938, che erano palesemente inique e punivano ed isolavano immotivatamente una percentuale, per altro insignificante (lo 0,011%) della popolazione, perfettamente integrata nella nazione fin dagli anni del Risorgimento, e in parte persino fascista. 19 anni di fascismo, duramente repressivo solo verso i suoi oppositori reali o potenziali e per il resto paternalistico, retorico e tranquillizzante, avevano ottuso le menti e accentuato il conformismo e la disattenzione per i valori di libertà e uguaglianza, ma ora finalmente tutti i nodi erano venuti al pettine: le sorti ormai chiare di una guerra impopolare e malamente combattuta, la disgregazione del regime fascista, la violenza da occupante del vecchio alleato, le condizioni disastrose in cui il fascismo aveva ridotto il paese. Ora il fatto che di una comunità che nel 1943 era costituita da 32.802 ebrei italiani e da 5542 ebrei stranieri se ne sia salvato l'81% è un dato significativo della mutazione di quell'indifferenza in una partecipazione e in una solidarietà che la Picciotto esamina in tutto lo spettro delle sue componenti. Anzitutto il campione preso in esame, poco meno di un terzo dell'intera comunità ebraica italiana, è significativo e imponente e individua nelle sue varie componenti soggettive, positive e negative, una sorta di geografia della salvezza. La giovane età, le buone condizioni sociali ed economiche, la vicinanza alla frontiera svizzera (furono 4265 gli ebrei ivi accolti), la più breve durata dell'occupazione nazista, ad esempio, ne furono le principali componenti positive. Questa indagine sulla geografia della salvezza ha significato poi l'individuazione, sul piano sociologico e antropologico, dei modi e della storia di come quelle decine di migliaia di ebrei si sono salvati e sono stati salvati. E qui lo spettro delle varie modalità e delle loro rilevanze appare chiaro e convincente. Vi è stato anzitutto e in misura generalizzata un movente umanitario, una solidarietà umana e una sorta di “resistenza civile non armata e non politicizzata (che) germogliò in mezzo alla gente stanca della guerra, della retorica del regime, della violenza nazista e delle difficili condizioni di vita”, e poi il sorgere finalmente di un impegno politico e di un antifascismo assistenziale. Rilevante e capillare fu il soccorso prestato dal mondo cattolico, l'ospitalità in case religiose, (a Roma il 30%, vale a dire 220 di esse, ospitarono ebrei) l'aiuto di parrocchie e sacerdoti e delle comunità valdesi, e poi, diffuso e variegato, quello delle amicizie, delle parentele, di dipendenti fedeli, collaboratori amici, partigiani, antifascisti, coraggiosi primari di ospedali e di case di cura. Particolare rilievo ebbe la DELASEM (acronimo di Delegazione assistenza emigranti) che, passata in clandestinità, operò prima di tutto a favore degli ebrei stranieri, profughi senza denaro, documenti e luogo dove riparare, e poi a favore anche degli ebrei italiani. Accanto alla storia delle salvazioni nelle sue linee generali, l'autrice riserva un ampio spazio alle testimonianze degli scampati; delle 613 testimonianze raccolte ne vengono scelte una sessantina che con la vivezza del vissuto raccontano i tanti modi con cui ci si è salvati e la tipologia dei salvatori. Ci si è salvati disperdendosi tra la folla, nascondendosi sotto un letto, diventando partigiano, sconfinando in Isvizzera, buttandosi da una finestra, vagando di rifugio in rifugio, mimetizzandosi da malato in un ospedale, mentre i salvatori rappresentano una mondo quanto mai eterogeneo e variegato: un collega di lavoro, una portinaia, uno sconosciuto, una balia, un amico antifascista, alcune suore, un industriale, un prete, una folla amica, un primario ospedaliero, un giudice, un carceriere, una guardia di finanza. Quella che appare ben documentata è un’Italia sommersa, fatta non solo di ebrei ma anche di un altro popolo in fuga, militari sbandati, soldati degli eserciti alleati, oppositori politici che un’Italia ufficiale aiuta protegge e salva con un comportamento di apertura verso l'altro, spontaneo e collettivo che finalmente rompe e riscatta l'indifferenza e la meschinità del passato. Una storia, quella di Salvarsi,raccontata in modo appassionato ed esaustivo, che dovrebbero meditare oggi i tanti ritornati a rinchiudersi nel loro meschino ed egoistico particolare.

Emilio Jona

Liliana Picciotto, Salvarsi. Gli ebrei italiani sfuggiti alla Shoah. 1943-1945, Einaudi 2017, pp. 592, € 38

 

 

 

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