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Salvati

Testimonianza di Emilio Jona

 

Aggiungo a questa mia recensione lo stralcio di una testimonianza che avevo intitolata “Un terrore tranquillo”, e che ho reso nel 1989 a Torrazzo (Bi) in un convegno che aveva per argomento: “Dalle leggi razziali alla deportazione”. Gli otto personaggi della mia famiglia offrono, nella varietà del loro salvarsi, uno spaccato perfettamente coincidente con quello storicizzato da Liliana Picciotto, con un finale anomalo e impensabile.

Nel settembre1943 il tempo era splendido, l’aria tiepida, i colori dell’autunno trionfali.

Quello che doveva rappresentare la fine della guerra, la dichiarazione di resa dell’8 settembre, mi fu annunciata da mia madre, svegliandomi dolcemente con un bacio, ricordo la sua voce rassicurante al mio orecchio che diceva: “Figlio, la guerra è finita”.

Dodici giorni dopo fuggivamo precipitosamente alla notizia che venti ebrei greci erano stati trucidati dai tedeschi e gettati, mani e piedi legati, nel lago Maggiore.

Fuggimmo tutti insieme, padre, madre e quattro figli tra gli otto e i quindici anni, e una domestica di “razza ariana”; trovammo rifugio nell’alta valle d’Andorno nella casa ospitale di un avvocato antifascista.

Mio padre che era un ottimista temerario, e dovrei dire incosciente nel suo ottimismo, non solo riceveva nel nostro rifugio i clienti più fidati, ma scendeva talvolta a Biella, dove scampò per caso all’appuntamento con due SS che lo attendevano nel suo ufficio,

Mi fu detto, ma non so se sia storia o leggenda, che quando i tedeschi vennero a cercarci a Biella-Piazzo si informarono, nel borgo, dov’era la nostra casa ed ebbero dai nostri compaesani una risposta evasiva per dar modo a qualcuno di venire ad avvertirci.

Furono venti mesi tragici, rischiosi e difficili che tuttavia, nella memoria, mi appaiono come del tutto privi di paura e ricchi di esperienze umane, di generosità e di altruismo, al di là della morte e degli orrori.

Quell’inizio di autunno in quella casa ospitale, con tutta la famiglia di nuovo riunita, fu l’ultima vacanza felice della mia adolescenza.

Quando una telefonata anonima minacciò il direttore delle Ferrovie elettriche biellesi di denunciare le sue visite all’avvocato Jona a S. Paolo Cervo, ove non avesse munito di una lampada più luminosa la stazione di Miagliano e di una panca quella di Andorno, questi vi provvide immediatamente e tutti ci sparpagliammo per il Biellese in cascine o case ospitali.

Teneva i contatti e trasmetteva le comunicazioni tra i membri di questa famiglia dispersa, Delfina, un’impiegata dello studio di mio padre, che bella, regale, impavida o inconsapevole dei pericoli, passò per diciassette mesi dagli uni agli altri portando viveri, lettere, denaro, notizie.

Può avere un qualche interesse tracciare una mappa dei percorsi e delle vicende di questo gruppo che comprendeva anche nonni e zii. Il figlio più piccolo, otto anni, visse con la sua vecchia balia, in un luogo che non so come potesse essere considerato sicuro, visto che si trattava di una cascinetta che la mia famiglia possedeva sulle colline di Valdengo.

Giulio, dodici anni, seguì la sorte di una nobile famiglia di antifascisti biellesi, quella del prof. Angelo Cova; assistette una notte alla cattura sua e dell’intero comitato di liberazione biellese appena formato; morirono tutti in campo di sterminio, ritornò il solo prof. Cova per spegnersi poco dopo la Liberazione. Giulio seguì la famiglia, sempre apparendo, come in quella notte, uno dei figli del professore, nelle sue peregrinazioni, in una vita di disagi e di privazioni.

Silvia visse a Pollone con Delfina, come fosse una sua nipote, sino alla Liberazione.

Il primogenito fu ospitato da una famiglia patriarcale di un industriale cliente del padre, come fosse un parente sfollato, lavorò nell’ufficio paghe, vide per la prima volta una fabbrica tessile dall’interno, ma dopo circa un mese, a seguito di una denuncia, forse più immaginata per comprensibili paure che reale, fu fatto scappare da una finestra per sfuggire all’imminente cattura. Il ragazzo quindicenne passò nella notte per Biella, andò ad abbracciare sua madre che giaceva malata di cancro in una cameretta dell’ospedale, era il 22 dicembre, e fu l’ultima volta che la vide, morì tre mesi dopo; proseguì per l’alta valle di Andorno, raggiungendo il padre e uno zio ospiti di una ignota signorina di mezza età, molto povera, dall’animo generoso e dal carattere difficile, parente di un cliente dell’avvocato che, per altruismo, bisogno e forse improvvisa burbera simpatia, li aveva accolti nella sua casa. Il giorno dopo, un primo rastrellamento tedesco e fascista si concluse nei pressi di quel loro rifugio con l’uccisione di un vecchio socialista che si era nascosto all’avvicinarsi dei nazisti.

Anche il primogenito e i suoi famigliari in quell’occasione e ripetutamente in seguito sfiorarono con perfetta incoscienza, senza paure e con una sorta di indifferenza, la morte: una pattuglia passò a distanza di pochi metri. Ma le paure apparvero dopo la Liberazione nei sogni notturni.

Si deve aggiungere che sicuramente gli abitanti dell’intera frazione, e non solo quelli, sapevano della presenza di quel gruppetto di ebrei a Vallemosche, e che, nel gelido inverno 1944-45, i tedeschi e i loro accoliti vissero per circa un mese a cinquanta metri dalla casa in cui essi erano nascosti, eppure nessuno mai parlò.

Ma la storia più insolita, rischiosa e fortunata fu quella dei tre nonni ultranovantenni.

La vecchia casa di Biella Piazzo era stata requisita dai tedeschi che si installarono nell’alloggio del primo piano, più grande e confortevole, mentre al piano superiore si sistemarono i repubblichini; ma con loro convissero per diciotto mesi i tre nonni con la loro domestica “ariana”.

Avevano avuto una segreta assicurazione dalla Questura locale che gli ebrei ultrasettantenni non sarebbero stati deportati e che comunque in caso di pericolo sarebbero stati preavvertiti tempestivamente.

Così ci fu questa incredibile convivenza con saluti formali e scambio di cortesie tra ebrei, repubblichini e tedeschi mentre a poche decine di chilometri, a Casale, Torino, Vercelli gli ebrei ultrasettantenni erano regolarmente avviati allo sterminio.

Nel ricordare questi momenti di una famiglia ebrea biellese e gli aiuti generosi che le consentirono di salvarsi, credo che non si debba dimenticare che io sono qui a documentarlo, mentre gli ottomila ebrei morti in campo di sterminio tacciono. Essi documentano col silenzio un’altra vicenda che nessuno può raccontare, ma che è esistita e che la loro morte testimonia: quella dell’indifferenza, della delazione, dell’odio.

Che questa memoria e il risentimento per la loro sorte non ci abbandonino perché anche su memoria e risentimento si fonda la speranza che quei tempi, quegli eventi non si ripeteranno.

Emilio Jona

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