Storie di ebrei torinesi
Migranti

 

 

Migranti, integrazione negata

 

di Sara Elter

 

Quando mi hanno assunta presso l’Ywca-Ucdg, mi è stato chiesto se ero laureata. “No, risposi, mi sono laureata all’università della strada”. Faccio questo lavoro da prima che esistesse ufficialmente, prima che si bombardasse la Libia.
All’inizio - era l’anno 2011 - lavoravo in seconda accoglienza e arrivavano soprattutto somali. Somali, eritrei, etiopi venivano in Italia per fuggire dalla guerra, approfittando del fatto di essere stati nostra colonia. A tutti loro veniva semplicemente riconosciuto il permesso politico. Le condizioni del Corno d’Africa infatti sono spaventose: dittature feroci, guerre e guerriglie, fondamentalismo islamico, feroci carestie. Iniziavano ad arrivare alcuni afghani che fuggivano dai talebani di etnia pashtun. Arrivava anche qualche pashtun, in genere fuggito dall’esercito dei talebani.
Poi bombardammo - o bombardarono, noi ci mettemmo basi e logistica - la Libia. Vidi alla televisione Gheddafi trascinato nella polvere mentre ero al lavoro con due somali e un congolese. Mi chiesero perché gli facevamo questo. Non sapevo - allora - cosa rispondere. Però dopo quel bombardamento iniziarono ad arrivare a centinaia, in Italia. Prima era gente che veniva buttata sulle barche sotto la minaccia dei fucili per fare un dispetto all’occidente (Gheddafi era ancora vivo). Poi persone che scappavano dalla ferocia dei libici e degli integralisti: vivere in Libia per un africano era diventato un grave pericolo. Scappavano anche libici, pakistani, bengalesi: tutte persone che lavoravano agli oleodotti e che quando iniziarono i bombardamenti salivano sulle barche purché fosse, cedendo i loro ultimi stipendi agli uomini armati che offrivano una via di scampo.
Lavoravo in un posto orribile. Quarantaquattro profughi (Somalia, Eritrea, Etiopia, Afghanistan e Congo) che venivano ospitati in una struttura fatiscente: letti recuperati chissà dove, nessun arredo, una cucina dove c’era un solo microonde ed un frigorifero. Nessuna assistenza medica, legale, psicologica. Solo io e il portiere di notte. Dopo 365 giorni esatti il mio compito consisteva nel buttarli fuori. Ricordo che capitò di mandare via 12 persone in pieno agosto. Piangevano loro, piangevo anche io. E allora mi dissi: durante la guerra ci fu chi trasgredì la legge e nascose gli ebrei in cantina e in soffitta. Di fronte a quelle persone gentili, oneste, che non avevano fatto niente di male al mondo decisi che io, ebrea, avrei fatto lo stesso. Li nascosi in comunità finché non finì il mese di agosto e riaprirono i dormitori (si, perché in agosto i dormitori chiudono per ferie) con la connivenza degli altri ospiti e del portiere di notte. Dove si mangiava in 32 si poteva mangiare in 44, mi dissero gli altri.
Alla fine dell’anno venni licenziata perché “troppo dalla parte dei profughi”.
Ero indignata, spolpata, stanca dell’Italia. Così decisi di andare in Israele a cercare lavoro, o comunque a ritrovare le persone della mia vita che avevano fatto l’alià. Una mattina ero a Haifa e notai un cartello che diceva: “Museo dell’immigrazione illegale”. Visitai quel museo - che peraltro è bellissimo e ne consiglio la visita - che illustrava cosa avveniva in Palestina sotto il mandato britannico. Fotografie di navi stracolme di reduci dai campi di concentramento che non sapevano più dove dirigersi: avevano perso case, lavori, averi. Non avevano più niente. Erano traumatizzati e stanchi. Le foto di quelle barche stracolme di gente denutrita e disfatta mi fecero una forte impressione: persone che inseguivano un sogno di pace, di vita futura e promessa venivano bloccate al largo delle coste dai britannici che non volevano sbarcassero. C’erano navi arrivate al largo con gente che si buttava in acqua pur di raggiungere la terra ferma. Quelle navi venivano rimandate a Cipro, dove le persone venivano sistemate in campi profughi fatti di tende.
Mi sedetti sulla spiaggia di Haifa sotto il museo e guardai il mar Mediterraneo. Era lo stesso mare. Era la stessa gente. Io avevo uno scopo. Io, ebrea, figlia e nipote di profughi. Io, ebrea in Israele, paese di profughi. Io che avevo il grande privilegio di poter fare la differenza, col mio umile lavoro. Non potevo certo cambiare il mondo, ma potevo fare qualcosa da dentro quel sistema, qualcosa di diverso.
Tornai in Italia e venni assunta come coordinatrice di una comunità sita a Giaveno: 14 pakistani e due bengalesi, tutti musulmani. Tutti uomini e io ero una donna, ebrea, per giunta. Dissi della mia ascendenza e loro sorrisero dicendo che eravamo fratelli. Ogni settimana in una riunione corale si discutevano i problemi interni di organizzazione, ma anche quelli personali: un metodo che mi è stato insegnato all’Hashomer Hatzair, frequentata in tutta la mia gioventù e i cui insegnamenti fanno parte della mia vita di tutti i giorni. Organizzai feste coi vicini, cene e lavoro comune nella piccola borgata di montagna dove li avevano sistemati. I ragazzi aiutavano volentieri i vicini di casa a sistemare la legna e ad aiutare le persone più anziane. Tutto si svolgeva d’amore e d’accordo. Con tutte queste persone non ho mai agito dall’alto, come i miei datori di lavoro avrebbero preferito, applicando i regolamenti, ma di accordo attraverso riunioni e azioni comuni. Anche le feste che facemmo con i paesi dove erano accolti portarono ottimi frutti. Il razzismo, una volta che metti le persone faccia a faccia, svanisce nel nulla come non fosse mai esistito. Da un’iniziale e comprensibile diffidenza gli abitanti parlavano dei nuovi ospiti definendoli “i nostri profughi”. Dicevano: i nostri profughi sono bravi. I nostri profughi non rubano. I nostri profughi sono bravi ragazzi. Gli ospiti delle mie comunità trovavano anche piccoli lavori da fare in giro, perché la diffidenza si era sciolta.
Per i miei datori di lavoro non era così. Nonostante tutti gli sforzi fatti con i Comuni, con la Protezione Civile, persino con la Croce Rossa, mi levarono la carica di coordinatrice. Divenni una semplice operatrice addetta all’accoglienza. Mi vietarono di avere ancora contatti con le istituzioni locali e con i volontari.
Il mio tempo era tutto dedicato ai profughi, perché su quella spiaggia di Haifa avevo deciso che anche se mi avessero licenziata, avrei continuato a sorreggere quella gente. Quella gente, mi spiegò un giorno un ragazzo afghano, scappa dalle proprie case perché ha ancora qualcosa da vendere per pagarsi il viaggio. “Quindi chi arriva fin qui non sono i poveracci: sono i negozianti, i professori, le persone le cui famiglie hanno di che pagare un viaggio che è lungo e rischioso. Chi rimane a fare la fame e a prendersi le bombe - disse seriamente - sono i poveracci”. Infatti in questi otto anni ho avuto a che fare con almeno 500 persone provenienti da paesi diversi e tutti devastati. Persone che parlavano inglese e francese e avevano quindi un’istruzione. Pochissimi gli analfabeti e i contadini che arrivavano: troppo poveri per pagarsi la salvezza in Europa.
I criminali che arrivano qui io non li ho conosciuti. Conosco persone cui è stato negato il permesso e che quindi sono senza documenti. Si arrangiano dormendo in posti estremi e nascosti e facendo lavori in nero, senza alcuna sicurezza. Queste persone lavorano nei cantieri e negli scantinati a cucire magliette. Se uno di loro cade da un ponteggio, poco importa: non ha documenti e nessuno ne reclamerà la salma, perché semplicemente non esistono. Li si cementa in un pilone e via così, come se niente fosse. Oppure stanno davanti ai supermercati a chiedere l’elemosina. E quando gli chiedi perché stanno lì, tra l’indifferenza generale, ti spiegano che non vogliono andare a rubare, loro sono onesti.
Adesso, da poco tempo, lavoro all’accoglienza di soggetti fragili che poi sono essenzialmente donne. Fuggono tutte da situazioni spaventose: musulmane la cui famiglia cerca di sposarle con uomini molto anziani e più ricchi; donne mutilate ai genitali che fuggono per evitare alle figlie la stessa sorte: figlie appena nate che muoiono solitamente durante il viaggio per la fame e gli stenti. Donne che scappano dalle mille guerriglie coi musulmani perché sono cristiane, o cattoliche. Donne che fuggono da un destino di prostituta in Libia e per questo vengono torturate e violentate per mesi e mesi al fine di pagarsi il viaggio. Le donne sono determinate a farcela ad ogni costo: vanno a scuola e imparano l’italiano in fretta; si prendono cura di figli frutto di violenza come fossero figli e basta. Sognano un futuro possibile con la loro famiglia accanto e io non riesco a spiegare loro che sarà ancora più dura adesso. Se prima badanti e colf potevano anche essere di colore, oggi invece i datori di lavoro e le famiglie non vogliono più stranieri in casa: a questo ha portato il razzismo dilagante in Italia.
Il decreto Salvini non ha fatto assolutamente piazza pulita di niente. Il decreto Salvini metterà migliaia e migliaia di persone in strada senza documenti. Persone che non avranno altra risorsa se non delinquere, perché senza documenti non si può lavorare in regola. Senza documenti e senza residenza non ci si può iscrivere al collocamento, né al servizio sanitario nazionale, né andare a scuola per imparare l’italiano, né tantomeno affittare una casa qualsiasi. Centinaia di persone arrivate in Italia con mezzi di fortuna e attraverso viaggi terribili (ricordiamo anche che la rotta per arrivare in Italia non è solo attraverso la Libia, ma anche attraverso la Tunisia, per esempio, o quella via terra che attraversa Turchia, Grecia e paesi dell’ex Yugoslavia; ci sono anche coloro che avendo la possibilità di avere il passaporto arrivano tranquillamente in Italia in aereo col visto turistico, attendono che scada e rimangono senza documenti) si vedranno negare qualsiasi legalità. E ce li troveremo - famiglie intere, con donne bambini e anziani - a dormire davanti ai nostri portoni e se ci azzarderemo ad aiutarli saremo anche noi passabili di denuncia. L’umanità è stata cancellata dal decreto Salvini. Ho sempre disobbedito agli ordini stupidi e irragionevoli, come quando ho nascosto i somali in comunità, e continuerò a disubbidire. Disobbedirò perché sono ebrea, prima di tutto, ma anche perché sono stata educata alla civiltà e alla democrazia, e al rispetto dei diritti umani. Ciò che è accaduto non deve più ripetersi, anche se in Libia sta accadendo, oggi, mentre noi siamo tutti nelle nostre tiepide case, al sicuro per il momento.
Dalle diciotto alle trentamila persone perderanno il lavoro. Persone assunte regolarmente come operatori per assistere nelle procedure burocratiche, assistenti sociali, amministrativi, legali, psicologi, personale medico di vario genere. I Cas, che oggi sono piccole entità con poche persone alla volta (alloggi da 4, 5 persone al massimo), che lavorano in modo sereno e pratico e soprattutto onesto, sono già stati costretti a chiudere. Per fare la spesa per 16 persone spendevo ogni settimana 500 euro e avevo cura di farlo sul territorio di riferimento. Solo di latte ogni settimana ne partivano 90 litri, perché i pakistani lo usano ovunque in cucina: praticamente quello che producono due mucche, su un territorio agricolo dove questo era incisivo. Migliaia di alloggi in provincia, in montagna così come in campagna, da anni sfitti, sono stati occupati dalle persone che arrivavano, sempre pagati con fondi dell’Unione Europea e dell’Unhcr. I migranti sono e restano una risorsa e chi non l’ha capito non sa quanto perderemo col decreto Salvini. Non solo posti di lavoro, non solo soldi, ma soprattutto in cultura e in umanità.
In ultimo i profughi che arrivano avevano un lavoro nella loro patria. Avevano studiato, alcuni fino alla laurea: ingegneri, medici, infermieri, educatori, giornalisti, sindacalisti, professori e maestri c’è di tutto, anche commercianti e sarti. Eppure siccome il sistema funziona così e non ci sono accordi - di nessun genere, neppure per i rimpatri - con i paesi di provenienza, devono ricominciare da capo con gli studi, dare la terza media. Ho conosciuto persone talmente intelligenti che parlavano 9 lingue, ho conosciuto ingegneri e insegnanti che poco avevano da imparare da me. Non sono io che li introduco in questa società basata sul consumo, sono loro che mi ricordano sempre che essere vivi presuppone amare il prossimo. Cosa che noi ci siamo dimenticati da un bel pezzo.
Riguardo ai fondi e ai finanziamenti, ribadisco il concetto: 35 euro al giorno sono considerati per tutto, compresi gli oneri per assumere i dipendenti che necessitano, gli insegnanti delle scuole statali che insegnano i corsi per imparare l’italiano, le spese mediche. È vero che l’Europa non ci manda tutti i soldi, ma in questo mi limito a riportare ciò che ci dice il media on-line Euronews.it che spiega testualmente: <Per quanto riguarda le cifre, Matteo Salvini ha ragione nel quantificare la spesa intorno ai 5 miliardi di euro: le previsioni per il 2018 contenute nel Def oscillano tra i 4,7 e i 5 miliardi circa, un numero in aumento rispetto ai 4,3 miliardi spesi nel 2017. Non si tratta comunque di soldi che vanno solo nell’accoglienza: la cifra include il soccorso in mare, la sanità e l’istruzione. È più sfumata anche la questione di quanti soldi ci arrivino dall’UE, perché se è vero che il contributo diretto europeo è molto limitato in rapporto al totale, è anche vero che l’Italia non conteggia le spese per i migranti nel computo del debito e del disavanzo pubblico, perché l’Unione Europea le riconosce come straordinarie>.

Sara Elter

 

Haifa, Museo dell'Immigrazione Illegale, ingresso
(foto di Sara Elter)

 

Vignetta di Davì

 

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