Migranti

 

 

 

Decreto Salvini, prima e dopo

 

 

Com’era prima

Prima del decreto Salvini , divenuto attivo il 4 ottobre 2018 con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, l’accoglienza si svolgeva in due tempi distinti: una prima accoglienza e una seconda accoglienza.

La prima accoglienza serviva per attendere la decisione della Commissione Territoriale istituita dalla Prefettura. Secondo gli accordi di Dublino, questa prima accoglienza doveva durare non più di 90 giorni. Al termine di questa il richiedente asilo, passato l’esame della Commissione e ottenuti i documenti, entrava in seconda accoglienza. Questo di fatto accade in tutti gli Stati europei, tranne in Italia. In Italia, grazie ad un sistema burocratico sconnesso e pasticcione, si attende in media due anni, che a volte diventano tre.

I richiedenti asilo, una volta schedati nel porto di arrivo (quasi sempre Pozzallo, in Sicilia), venivano mandati nelle città di destinazione in un campo più grande (i cosiddetti hot spot, in Piemonte è a Settimo gestito dalla Croce Rossa), dove venivano poi diretti alle destinazioni finali. Queste destinazioni di prima accoglienza sono state solo ultimamente divise (legge Minniti) in due diverse modalità: Sprar e Cas.

I Cas (centri di accoglienza straordinaria) coprono la maggior parte dei posti in Italia (82%). La prefettura in genere istituisce bandi di appalto che sono di due anni . Questi bandi vengono vinti per ribasso: ovvero chi offre di meno vince, come si trattasse di patate o di asfaltatura delle strade. In genere si parte da una base di 35 euro per richiedente asilo, che bastano in effetti solo per coprire le spese di accoglienza: affitti, bollette, pasti, vestiti, stipendi dei dipendenti, kit per la scuola, eccetera oltre ad una “paghetta” detta Pocket Money, di 2,5 euro al giorno col quale le persone devono telefonare a casa ed in molti casi anche pagarsi il trasporto pubblico. Gli Sprar di prima accoglienza sono stati istituiti per consentire direttamente ai Comuni italiani di decidere quanti profughi è possibile accogliere sul proprio territorio e le modalità di accoglienza. Questo perché in precedenza le aziende vincitrici affittavano case vuote, dislocate soprattutto fuori città e in posizioni isolate. Per fare un esempio, ad un certo punto il Comune di Balangero (Piemonte), abitato da 86 persone per la maggioranza anziane, si vide arrivare la bellezza di quasi 200 profughi poiché era stata affittata una grande casa proprio in quel territorio. Venne quindi data ai Municipi la facoltà di accogliere direttamente i profughi nelle proprie strutture.

Nel sistema Cas, dunque, che è basato sull’emergenza, l’organizzazione è in mano a privati. Nel sistema Sprar prima accoglienza invece alle amministrazioni pubbliche. Il committente è sempre il medesimo, ovvero il Ministero degli Interni, attraverso le prefetture. Le quali dovrebbero controllare che tutte le procedure di appalto previste siano effettivamente messe in atto. Il sistema prima accoglienza ha però una caratteristica: i soldi sono garantiti cash, ovvero senz’altra formalità che quella di avere le persone in struttura: tot persone, tot soldi. Questo ha favorito da parte di coloro che facevano questo lavoro solo per questioni - diciamo così - economiche una certa ruberia sui fondi. Per esempio, i corsi di italiano. Ogni comunità deve avere a disposizione un insegnante interno per almeno 10 ore la settimana. Questo insegnante è previsto nei 35 euro, così come è previsto anche l’assistente legale (l’avvocato) che li aiuta a capire come arrivare alla commissione per il riconoscimento dello status di profugo.

Poi c’era - e dico c’era perché non esiste quasi più - un sistema Sprar seconda accoglienza. Questo differisce dall’altro, perché è basato su fondi europei appositi che prevedono che uno spenda una cifra in un anno, la rendiconti, e poi venga rimborsato. I tempi sono lunghissimi e coloro che aderiscono sono costretti ad anticipare tutte le somme. Così negli anni i bandi Sprar seconda accoglienza sono andati vuoti (a Torino per donne con bambini ci sono solo quattro posti in tutta la città, per fare un esempio) e praticamente non esistono più. Chi usciva dalla prima accoglienza con i documenti in regola entrava in seconda accoglienza, dove si stava un anno per una vera e propria integrazione sul territorio: ricerca lavoro e sistemazione abitativa. Il tutto funzionava abbastanza bene, poiché in un Cas si iniziava ad avere un medico, a imparare l’italiano fino alla terza media, ad iniziare a gestirsi la vita un passo dopo l’altro. Non è da dimenticare che chi arriva dai viaggi della speranza sono persone fortemente traumatizzate, uomini ma soprattutto donne, che arrivano tutte incinte a seguito delle violenze ripetute e continuate che hanno subito sia durante il viaggio che nei “campi” in Libia.

Cosa cambia col decreto Salvini

I Cas e il sistema Sprar Prima Accoglienza verranno accorpati. L’accoglienza verrà divisa in prima e seconda accoglienza. La prima accoglienza avrà nome Cas, la seconda Sprar.

I richiedenti asilo che d’ora in poi arriveranno verranno smistati in centri che non potranno essere di meno di 50 posti. Sono previsti Cas da 50, 100, 200 e anche fino a 500 persone. Questi Cas, che noi operatori chiamiamo ormai “pollai”, saranno edifici in cui verranno stipati tutti i richiedenti asilo: tutte persone di cui ancora non si sa nulla, appena arrivati dagli inferni libici. In questi Centri non ci saranno operatori. Non ci saranno legali. Non ci sarà personale medico. Ci sarà un solo direttore che dovrà gestire il tutto e nei Cas più grandi un solo infermiere per tutti. Per questo Salvini dice che si passerà da 35 euro a 19. Perché non sono previsti nella cifra gli stipendi del personale addetto. I richiedenti asilo ospitati in questi “pollai” non avranno documenti provvisori. Avranno un semplice “domicilio” che forse, e dico forse, permetterà loro di accedere al sistema sanitario nazionale. Non sono previsti neppure i corsi di lingua per queste persone immagazzinate dentro a questi centri; però per passare la commissione dovranno sapere l’italiano. I richiedenti asilo non avranno l’obbligo di stare dentro le strutture - che verranno comunque chiuse alle ore 20 di sera - però se verranno fermati per la strada senza documenti rischieranno il carcere anche senza avere mai fatto niente di male.

I permessi

Come ha affermato l’avvocato Savio dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione, che raccoglie avvocati che da sempre assistono i richiedenti asilo per ottenere i documenti grazie ai gratuiti patrocini) “Salvini e il suo staff hanno avuto estrema cura nel depurare da ogni testo riguardante questa problematica la parola umanità in tutte le sue accezioni: se scorrete il decreto sulla Sicurezza non troverete la parola umanitario, umanitaria, ecc. Perché l’intento è svilire questa massa di persone dall’idea di umanità. La parola umanità è stata eliminata dal testo”.

Di fatto nella questione dei permessi rimane tutto come prima, fuorché la parola umanitario. Il permesso umanitario veniva dato a coloro che avevano problemi differenti dal politico e dal sussidiario che erano permessi politici, ovvero riferiti alla situazione personale o del paese rispetto a gravi mancanze dei diritti umani o a stato di guerra o guerriglia. L’umanitario veniva dato per esempio ai nigeriani abitanti nel Delta del Niger, dove la popolazione vive al di sotto del limite di povertà stabilito in un euro al giorno. Anche ai bengalesi in quanto la loro nazione è globalmente riconosciuta come la più povera al mondo. Il permesso umanitario durava due anni e poi poteva essere rinnovato o convertito in permesso lavoro qualora il profugo avesse avuto la fortuna di trovare un posto di lavoro (tempo indeterminato o determinato superiore ai sei mesi). Sono state tante le persone che hanno trovato lavoro in questi anni e hanno potuto dunque regolarizzare la loro posizione.

Cosa accade adesso

Il permesso umanitario ha in realtà cambiato nome: diventerà permesso speciale che comprenderà: vittime di tortura, vittime di disastri ecologici (per esempio i terremoti o le carestie), persone che avendo fatto richiesta prima del 4 ottobre rientrano ancora nel vecchio sistema legale. E poi persone che si sono distinte per particolare valore civile.

Cambia nome, ma nella sostanza verrà dato a discrezione del questore (non del prefettura e non della commissione a questo preposta). La cosa gravissima è che durerà un anno e poi potrà essere rinnovato (se le condizioni persistono), ma non potrà MAI essere convertito in permesso per lavoro. Quindi anche se una persona che è stata torturata al suo paese trovasse modo per fermarsi definitivamente e in condizioni ottimali in questo paese Italia non potrà farlo.

Il permesso politico e quello sussidiario di fatto non cambieranno, se non che le persone che lo deterranno (insieme ai casi fragili come le donne o i minori non accompagnati) potranno entrare negli Sprar seconda accoglienza come spiegato più sopra.

I minori non accompagnati

I minori non accompagnati sono tantissimi: bambini partiti dal proprio paese e divenuti ragazzi durante il viaggio, che dura parecchi anni. Finora venivano accolti in comunità per minori (anche con minori italiani, per esempio) e al compimento del 18° anno d’età dovevano iniziare le pratiche per diventare cittadini italiani. Prima dell’entrata in vigore del decreto la maggior parte dei minori non accompagnati (in sigla Msna) otteneva il permesso umanitario: è probabile che ora la maggior parte riceverà un rigetto alla domanda di asilo. Ovvero diverranno automaticamente clandestini.

A cura di
Sara Elter

Fonti:
www.asgi.it

www.meltingpot.org

 

 

Frontiera di Ventimiglia. Sullo sfondo Mentone
(foto di Sara Elter)

 

Ventimiglia, assemblea all'aperto
(foto di Sara Elter)

 

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