Pasqua / Pesach

 

Le due Pasque

 

di Federigo De Benedetti

 

 

Vorrei parlare delle due Pasque, quella ebraica e quella cristiana, festività comunque centrali in tali religioni. La celebrazione dell’Ultima Cena può essere considerata la cerniera fra le due confessioni, la quale cerniera, come ogni zip che si rispetti, può unire e può dividere, e qualche volta s’inceppa e non va più né su né giù. Ammesso e non concesso che sia avvenuta in realtà, è stata rappresentata in migliaia di quadri, affreschi, con o senza donne che servono, in abiti che si ritenevano propri del trentatreesimo anno dell’E.v., o di quelli che usavano ai tempi dell’artista e nei luoghi che lo stesso frequentava, spesso sono incongruamente sfarzosi, considerato che si trattava di povera gente: pescatori, artigiani, un esattore delle imposte, il figlio di un falegname…. Gesù e gli apostoli sono in tutto tredici. Queste rappresentazioni sono talvolta straordinarie, sta di fatto però che violano palesemente uno dei Dieci Comandamenti, che in teoria varrebbe anche per i Cristiani, il secondo nella Bibbia, che dice” Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire...” ecc. Se le cose fossero avvenute proprio così, o all’incirca così (e perché dubitarne?) si avrebbe la conferma che Gesù sino all’ultimo fu ebreo, magari un po’ eretico, ma tutto sommato osservante. Noi ebrei, nel Seder, ricordiamo la liberazione dalla servitù d’Egitto: altrettanto avranno fatto, allora, Gesù e i suoi compagni. Oggi si spezzano le azzime, e ognuno dei presenti ne mangia un pezzetto; allora il rito non era tanto diverso, lo conferma il Vangelo, che, come si sa, è vangelo.
Una piccola digressione: le riunioni conviviali periodiche possono essere di vario tipo: esempio: dei clienti abituali di un certo bar tutti fanatici tifosi juventini (ai tempi supponiamo tifosi del Nazaret Football Club, che seguivano la squadra anche nelle trasferte), oppure ex commilitoni alpini, o ex allievi di un certo Istituto tecnico o soci di un centro anziani di un paesetto. Quello che accomuna tali riunioni per lo più è che ci si abboffa di cibo, si ricordano i vecchi tempi, si rimpiange, ci si sbronza; nel rito ebraico del “seder” ancor oggi i convitati sono invitati a uscire dai dettami formali dei galateo appoggiando un gomito sul tavolo, e a tracannare vari bicchieri dl vino, salvo altri a piacere durante il pasto vero e proprio.
Non dico in codesto ebraico odierno, ma negli altri, a lungo andare, nel gruppo si può creare qualche dissapore, una certa ruggine, che chissà dove potrà portarci: facciamo qualche esempio: la figlia di Giuda sposa un tifoso perso del Toro, insomma un “infame”. “Giuda”, grida qualcuno già un po’ alticcio: “o con noi o con quel figlio di buona donna di tuo genero, scegli!”; oppure uno dice “l’anno prossimo a Gerusalemme” (dichiarazione un po’ stramba, visto che a Gerusalemme già c’erano) e un altro “l’anno prossimo a Tel Aviv”; uno dice: “che meraviglia il Cantico dei Cantici, l’altro scuotendo la testa fa: “mhm, normale, niente a che vedere con Ceronetti, tu m’insegni che Ceronetti…” e altri si sentono delle m…; uno prende costantemente le distanze dal politicamente corretto e un altro ribatterebbe che tanto vale Salvini o Casa Pound, non fiata per amor di pace ma la cosa gli resta nel gozzo, uno sostiene che Renzi ha rovinato Firenze, il Partito, la sinistra, l’Europa, l’altro che di Renzi ce ne vorrebbero tanti, infine uno dice meraviglie del rabbi in carica e un altro ribatte “D. ce ne guardi!”, e per finire uno chiede “ma cosa sarebbe, in sostanza, questa mezuzà, roba che si mangia?” e l’amico vicino, "parla piano, no, quella è la matzà, poi ti spiego!”.
Son cose che succedono, un po’ il vino, gli anni che passano, le mogli, le suocere, le vicende personali, il protagonismo di alcuni, le vecchie ruggini (“io vicino a Tommaso non mi ci siedo più, l’ultima volta…”), la propensione di ogni essere umano, ben più degli animali, alla competizione. E poi, diciamolo pure, erano ormai tre anni che quei tredici ebrei vivevano assieme, giorno e notte. Mi chiedo se Gesù quasi disperasse che tutto andasse a catafascio, e che si arrovellasse a trovar qualcosa che potesse ricompattare il gruppo ormai quasi allo sfascio (è solo una mia ipotesi, ripeto).
 

Se è vero quanto si riporta nei Vangeli, nel celebrare il rito Gesù avrebbe sottolineato che una sola azzima spezzettata in tanti minuscoli frammenti si trasforma in carne in ognuno dei partecipanti, il che rende costoro tutti come dei fratelli carnali; la stessa cosa accade con il vino, che proviene da un’unica brocca, ma poi si trasforma nel sangue di ognuno dei convitati, in tal modo li affratella, crea una “comunione”. Mi correggo, e la correzione non è senza importanza: la convivialità più che affratellare tout court, “dovrebbe” affratellare, insomma era un auspicio, un invito a dimenticare i permale e le beghe personali. Si tratta evidentemente di una metafora; ma cosa succede se la metafora viene presa alla lettera? Faccio solo un esempio: quando il mio figlio maggiore era sui quattro/cinque anni, invitammo a cena un amico, che sedendosi a tavola e rivolgendosi a lui, disse: “Ma tu, Massimo, sei una buona forchetta?” Al che mio figlio, quasi piagnucolando, rispose: “Ma io sono un bambino, non sono una forchetta”. La questione della metafora è talmente banale che dovrei vergognarmi a rileggere quel che sinora ho scritto. Se non fosse che…
Ma prima un’ultima domanda: ci rende più fratelli la convivialità, o invece la condivisione della fame, la fame più atroce? In generale io credo che l’inedia patita in comune, come ogni altra sofferenza condivisa, (per esempio la vita in trincea) affratelli molto più delle cene conviviali. Così, “ricordando” la tragica fame comune nei lager, dovrebbero considerarsi fratelli gli ebrei fra di loro e nella stessa misura, con i Rom, i Sinti, gli omosessuali, i malati di mente, i Testimoni di Geova, stavo per nominare anche tanti abitanti dei paesi sottosviluppati che muoiono di inedia, di sete, di malattie che da noi vengono curate con facilità, se non fosse che già ogni giorno vengo accusato di buonismo, e così passo oltre.
 

E ora passiamo dal Seder ebraico alla Messa cristiana, che di quello vorrebbe essere una rivisitazione, sia pure con qualche marginale variante (al posto dell’azzima c’è l’ostia, anch’essa nient’altro che pane non lievitato, e così via). Ma un magico colpo di bacchetta ha fatto sparire tutta quella sublime metafora e quindi anche la fratellanza auspicata, sostituita ora da una lettura letterale in base alla quale, oggi, per i cristiani iperosservanti, il sacerdote che benedice l’ostia opera la transustanziazione, cioè la trasforma davvero in corpo e sangue di Gesù (come dire, nell’esempio che ho fatto qui sopra, che mio figlio, che era un gran mangione, in base a una benedizione di un sacerdote avrebbe potuto diventare realmente una forchetta): poche operazioni di marketing nella storia delle religioni sono state altrettanto geniali, riconosciamolo.
A onor del vero, alla fine del rito della Messa cattolica, il sacerdote invita i presenti a “scambiarsi un segno di pace”. Al che ognuno provvede a stringere la mano al proprio vicino (o a qualcuno dei vicini). Ma cosa avviene se uno di questi, all’uscita, cinque minuti dopo, ripartendo con la macchina struscia la fiancata di quella dell’altro? E poi quell’ostia… se grazie a una benedizione sacerdotale inversa rispetto a quella rituale, conquistasse il dono della parola, non direbbe, all’incirca come mio figlio, e anch’esso piagnucolando: “Io sono un’ostia, non sono Cristo”?
Torniamo all’Ultima Cena. Si è detto che già da tempo gli ebrei celebravano la liberazione dalla servitù in Egitto con il seder di Pesach. Se si chiede a molti ipercristiani cosa distingue la loro religione da quella ebraica, risponderanno probabilmente che la loro è una religione di amore, mentre l’altra era una storia piena di vendette, stragi disumane, annientamento dei nemici: in tali affermazioni qualche iperebreo ipersensibile (ma quali ebrei non sono ipersensibili?) potrebbe avvertire, in germe, una punta di razionalizzazione dell’antisemitismo. Ma lo sanno, sia gli ebrei che i cristiani, che lo stesso Gesù, nella celebrazione di quel rito, certamente glorificava anche la strage nelle acque del Mar Rosso dei soldati egiziani che inseguivano gli ebrei, e forse anche le precedenti dieci piaghe d’Egitto, con la morte dei primogeniti? Anche Gesù recitava, come gli ebrei ai sedarim odierni, che ciascuna di quelle tragedie altrui a noi ebrei “sarebbe bastata?” Forse però pensava, come il sottoscritto, o, almeno sospettava, che si trattasse del racconto di un mito, non di un fatti realmente accaduti, e che in fondo tutto l’Antico Testamento fosse un amalgama di storia, di miti appunto, del resto in parte mutuati da altre religioni, fantasie, sogni, incubi, interpolazioni non sempre innocenti, ordini dall’alto, ecc., per cui anche le strepitose vittorie di cui si parla, con sterminio dei nemici, forse sono come le millanterie di tanti bambini che cercano di ribaltare la frustrazione legata alla loro fragilità fisica e alle batoste patite, vantandosi del proprio papà invincibile (leggi: il mio D.) “che, se vuole, del tuo fa polpette”. Tanto per capirci, dai reperti storici risulta che gli Ebrei in Egitto, a quell’epoca, erano quattro gatti, altro che “popolo”, e che non c’è traccia del passaggio di un “popolo” di seicentomila anime, nel Sinai, per attraversare il quale gli Ebrei avrebbero impiegato quarant’anni! Del resto anche il Cristianesimo, come probabilmente quasi tutte le religioni, affonda le sue radici in miti, rituali privi di senso, prevaricazioni, vendette, leggende di martiri inventati (come quello delle undicimila vergini, da un errore di trascrizione dove era indicato il "martirio di Orsola e delle sue compagne ad undecim milia o ad undecim miliarium", ovvero in un luogo a undici miglia - o all'undicesimo migliaio - dalla città di Colonia), fiabe vere e proprie, come quella di San Giorgio che sconfisse un drago (parallela ai “giganti” che appaiono all’inizio della Bibbia: ci pensate?) E che come di veramente storico di quanto è raccontato nell’Antico Testamento non c’è quasi nulla, così quasi nulla è storicamente vero di quanto raccontano nel Nuovo dagli Evangelisti, tre dei quali non conobbero mai Gesù? Insomma in ogni religione più o meno si fa “come se” quella tal cosa fosse avvenuta in quel certo modo. Del resto nella vita quante volte tutti noi agiamo “come se”? Come se ce ne importasse qualcosa, come se fossimo lieti, come se ci dispiacesse, come se non ce ne importasse nulla, come se avessimo studiato, come se fossimo delle persone onestissime … ecc.” Ma la mente umana, ahimè anche quella del sottoscritto, è tanto folle che spesso quel “come se” viene dimenticato, cancellato, e l’ipotesi diventa realtà.


Federigo De Benedetti

 

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