Elezioni

 

 

 

Cosa pensare?

 

di Yossi Amitav

 

 

La ventesima Knesset israeliana ha recentemente deliberato di sciogliersi ed andare a rapide elezioni parlamentari che si dovranno tenere il 9 aprile prossimo, sette mesi prima della scadenza naturale. Questa decisione della Knesset è nata da un’iniziativa del governo e, più precisamente, del primo ministro Benyamin Netanyahu. È stato l’esempio imbarazzante di una mossa che nessuno voleva veramente ma che si è dovuto votare per salvare la faccia.

Netanyahu ha voluto anticipare la data delle elezioni mentre in un primo tempo aveva insistito perché si tenessero alla loro scadenza naturale, cioè nel prossimo novembre.

Qualsiasi sia la scusa per questa mossa, essa deriva senza dubbio dal coinvolgimento di Netanyahu nelle gravi accuse di corruzione che pendono contro di lui e contro sua moglie Sarah (suppongo che i mezzi di comunicazione italiani abbiano già fornito ampie notizie riguardo a queste accuse perciò non mi addentro nei dettagli). Si deve ricordare che le accuse erano state oggetto di indagini da parte della polizia il cui ispettore capo è un religioso, ex colono e dichiaratamente sostenitore della destra, che era stato nominato personalmente da Netanyahu.. Erano poi state accolte dal Procuratore Generale, anche lui un religioso e, fino a poco fa, uno dei più stretti collaboratori di Netanyahu. Le accuse contro Netanyahu sono sostenute dalle testimonianze di tre testimoni di stato, tutti ardenti conservatori, personalmente nominati da Netanyahu e alti funzionari nel suo gabinetto. L’atto d’accusa non è stato ancora consegnato ma non pare ci sia possibilità di evitarlo.

Netanyahu sta ora affrontando una battaglia fatale per la sua vita politica e la sua personale integrità. Anticipare le elezioni per poterle manipolare dipende senza dubbio da considerazioni di sopravvivenza. La sua intenzione è chiaramente quella di focalizzare la campagna elettorale soprattutto, se non esclusivamente, sull’imminente atto di accusa presentando se stesso come “passivo aggressivo”, vittima della Sinistra rappresentata dalla stampa e dai media, così come dal mondo accademico, dal sistema giuridico - polizia e Corte Suprema. Egli si presenta come vittima di una cospirazione ben orchestrata per rovesciarlo e sostituire il suo governo di destra con una coalizione di “sinistra” che rinuncerebbe, secondo lui, a garantire la sicurezza di Israele.

Francamente questa tesi populista (le élite sono contro di me ma il popolo è dalla mia parte), pur potendosi confutare, sta guadagnando consenso popolare in una vasta parte della società israeliana. I sondaggi sull’opinione pubblica mostrano che la popolarità di Netanyahu non è in declino, anzi, è abbastanza stabile. Bibi dimostra sempre più di essere un mago della comunicazione. Riesce in modo brillante a rivolgersi agli istinti più semplici delle masse israeliane, spaventandole con un nemico vero o immaginario che si trova dietro l’angolo, o aizzando una parte contro l’altra: gli ebrei contro gli arabi, la destra contro la sinistra, gli ebrei askenaziti contro gli ebrei sefarditi e le masse popolari contro le ”élite” (a cui lo stesso Bibi appartiene visto il suo status socioeconomico).

L’anticipazione forzata delle elezioni ha immediatamente messo in moto un vortice dell’intero sistema partitico israeliano. La maggior parte dei partiti politici esistenti sono stati colti impreparati da questa mossa improvvisa e non hanno avuto modo di superare le dispute interne in un lasso di tempo così breve. Questa folle situazione ha generato mosse caleidoscopiche che hanno sfidato il tradizionale sistema partitico. Sul fianco destro il partito nazionalista religioso, “Patria ebraica”, si è spaccato e i suoi due leader, Naftali Bennett e Ayelet Shaked, hanno lasciato il partito ed hanno fondato una nuova alleanza laico-religiosa chiamata “Nuova Destra”, in grado di sfidare da destra il Likud, il partito di governo. Nel cosiddetto centro-sinistra è emerso un nuovo partito chiamato “Forza a Israele” guidato da un ex comandante di Stato Maggiore dell’esercito, il Generale Benny Ganz. Questo nuovo movimento sta spazzando via alcuni piccoli e medi partiti e raccoglie un notevole successo agli occhi dell’opinione pubblica. I suoi messaggi politici sono volutamente ambigui, con un certo aroma orientato verso il tema sicurezza della destra, apparentemente nell’intento di calmare le radicate paure di vasti settori israeliani e fornire un certificato di kasherut sulla sicurezza al nuovo partito ed ai suoi leader. Il suo slogan elettorale è “ Israele al di sopra di tutto”. Esso cerca di fornire l’immagine di un movimento perbene senza ombra di corruzione. Le vittime principali di questo scompiglio sono i partiti sionisti di sinistra sia moderati (Laburisti) che radicali (Meretz) . La previsione scoraggiante è che a stento potranno raggiungere il quorum e perciò potrebbero essere cancellati dalla mappa politica.

Queste fluttuazioni hanno interessato anche la scena politica araba. La “Lista Unita” che era formata da quattro partiti arabi, che differivano ideologicamente uno dall’altro ma che condividevano una vaga piattaforma politica, sta gradualmente cadendo a pezzi. Esiste il timore concreto che almeno due di loro non raggiungano il quorum, così la rappresentanza parlamentare araba diminuirebbe in modo significativo.

Nell’insieme ci sono segnali che l’imminente campagna elettorale sarà folle e non prevedibile, senza precedenti nella storia politica di Israele. Si presume che il partito di Netanyahu, il Likud, avrà la maggioranza. Comunque il sistema politico israeliano non ha mai dato origine a un partito di maggioranza incontestato ma piuttosto a vari partiti di minoranza più o meno consistenti. Il che significa che anche questa volta il partito con più voti sarà costretto a formare una coalizione di governo. Vista la previsione che il Likud debba raccogliere voti extra da altri partiti di destra, è difficile prevedere se sarà in grado di prendere voti sufficienti per una coalizione di destra. Allo stesso modo non si può dire se i partiti di opposizione di centro-destra e centro-sinistra guadagneranno abbastanza voti da far cadere Netanyahu. Non vi riusciranno di sicuro se tralasceranno i voti arabi dai loro calcoli.

Le prossime elezioni non metteranno a fuoco soltanto il destino personale e politico di Bibi. I problemi in gioco sono cruciali. È una battaglia a favore o contro gli interi orientamenti politici della coalizione di governo: continuare con l’occupazione e l’espansione degli insediamenti; promuovere alleanze regionali con alcuni regimi arabi; bypassare il problema palestinese; minare il sistema democratico di Israele e le leggi che garantiscono le istituzioni; portare avanti una politica sociale che favorisce i grandi industriali ed il gap sociale; l’abbrutimento del discorso pubblico attraverso l’istigazione, incluse le accuse di tradimento contro la minoranza araba, la sinistra, il mondo accademico e tutte le critiche al regime attuale. Si tratta, in effetti, di una battaglia per l’anima di Israele stessa.

Yossi Amitay

Traduzione di Anna Maria Fubini

 

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