Oz

 

 

 

Amos Oz, una storia d’amore e di scrittura
 

di Giorgio Berruto

 

 

 

“Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche”. E invece un libro no; di un libro - prosegue Amos Oz nel suo capolavoro Una storia di amore e di tenebra - rimarrà sempre almeno una copia “su un ripiano dimenticato di qualche sperduta biblioteca".

I libri, non a caso, sono tra i protagonisti del più autobiografico romanzo dello scrittore israeliano. L’amore per la carta, l’inchiostro e i caratteri viene a Oz dai genitori. Il padre, un rapporto intenso, fisico con i libri, "era in grado di leggere sedici o diciassette lingue"; la madre, circa la metà. “Fra loro, conversavano in russo e in polacco […] Se il senso culturale li spingeva a leggere per lo più in tedesco e inglese, certamente era l’yiddish ad abitare i loro sogni, la notte. Quanto a me, mi insegnarono solo e soltanto l’ebraico”. Amos Klausner sceglierà di chiamarsi Oz, che in ebraico significa forza, quando, compiuti da poco i quattordici anni, decide di lasciare la casa paterna per entrare in kibbutz. Certo non immaginava, il figlio di genitori così intimamente europei trapiantati a Gerusalemme sulla scorta di un sogno, quello di uno stato ebraico, che i suoi libri sarebbero stati tradotti un giorno in decine di lingue e distribuiti in tanti paesi in milioni di copie.

Una storia di amore e di tenebra (Sippur al-ahava vehoshekh), disponibile oggi in ventinove lingue, è certamente il romanzo più importante di Oz. Pubblicato in ebraico nel 2002 dalla casa editrice Keter di Gerusalemme, negli anni immediatamente successivi è stato edito negli Stati Uniti, in Brasile, Turchia, Cina, India, Corea del Sud, Giappone, Vietnam, oltre che in quasi tutti i Paesi europei. È significativa la vicenda che ha portato alla traduzione araba, pubblicata a Beirut nel 2010 e finanziata da Elias Khoury, noto avvocato arabo di Gerusalemme est, che nel 2008 ha deciso di dedicare l’opera alla memoria del figlio George, assassinato negli anni della seconda Intifada da terroristi delle brigate Al Aqsa, che lo avevano scambiato per un ebreo. Notevole, in ogni caso, la scelta di un romanzo che racconta non solo l’infanzia di Oz, ma anche quella dello stato di Israele. Alle traduzioni ufficiali devono poi essere sommate quelle avvenute senza consultare editore e autore. È il caso, emerso nel settembre 2011, di una edizione in curdo del romanzo, scoperta casualmente in una libreria dell’Iraq settentrionale dall’editore in arabo di Oz. In Italia è stato Feltrinelli ad acquistare i diritti sul libro, e la prima edizione italiana ha visto la luce nel 2003 nella traduzione di Elena Loewenthal. Perché la versione italiana fosse la prima dopo l’edizione in ebraico, la traduzione è avvenuta non sul testo pubblicato ma sul dattiloscritto con le note di Oz appuntate a mano, e per questo motivo ci sono alcune differenze rispetto all’originale.

Le copertine del romanzo nelle varie edizioni sono piuttosto varie e, poiché rappresentano i biglietti da visita offerti a chi si aggira in libreria, meritano un piccolo approfondimento. Su quella della prima edizione israeliana (Keter), innanzitutto, è riprodotto un dipinto di Picasso, La tragedia. Il lettore israeliano, che a differenza degli altri non ha bisogno di richiami geografici e culturali insistiti per inquadrare un libro che parla dell’infanzia del proprio paese, viene così condotto già a partire dalla copertina nel significato intimo del romanzo. La maggior parte delle traduzioni, invece, si presenta con l’immagine di un bambino, talvolta con una kippah in testa, che cammina per vie di solito deserte oppure con radi passanti. La pietra e la polvere di Gerusalemme sono spesso richiamate. Nell’edizione statunitense Harcourt il bambino, solo, risale una ripida scalinata di pietra sullo sfondo di una parete che ricorda immediatamente quella del Muro occidentale. In una versione spagnola, invece, vediamo un gruppo di bambini più piccoli in una stretta via di quella che può essere certamente la Città vecchia di Gerusalemme. In quella tedesca (Suhrkamp), invece, il bambino si volta verso il lettore, mentre una figura femminile, ritratta di spalle, si allontana sulla strada di terra battuta mentre sullo sfondo si intravede un viavai di persone. La donna di spalle allude alla figura della madre Fania, intorno alla cui perdita ruota una parte consistente del libro. Un altro modello di copertina piuttosto frequente riproduce una foto di Amos da piccolo con i suoi genitori. È così, per esempio, nelle edizioni francesi (Gallimard) e in alcune di quelle in spagnolo. In Italia, invece, la casa editrice Feltrinelli ha optato per una scelta differente, raffigurando di spalle una donna - il riferimento è ancora alla madre dello scrittore, morta suicida quando Oz aveva dodici anni e mezzo. Questa immagine circoscrive a mio avviso a un motivo unico, pur se importante, un testo che ha molti nuclei tematici. A rinforzare questa lettura nell’edizione Feltrinelli concorre la bandella, che individua il cuore del romanzo nel “grande tabù di Oz: il suicidio della madre nel 1952”. Ancora differente è il caso della copertina nell’edizione inglese Vintage. In essa compare nuovamente un bambino, questa volta però sdraiato su un prato verde - due libri come cuscino - e intento a leggere. I colori, diversamente da tutti i casi finora considerati, sono brillanti e il titolo, in appariscenti caratteri fantasia rossi, insieme a uno strillo del “Guardian” occupa circa metà del foglio. Nessun riferimento iconico, insomma, al contesto geografico in cui il romanzo nasce e di cui il romanzo parla, mentre viene sottolineato il nucleo tematico dei libri e della cultura, assolutamente universale e perciò anche meno caratterizzante. Il fatto che si tratti di un’edizione in brossura, dunque con prezzo più basso rispetto alle versioni cartonate e tendenzialmente più venduta, spiega almeno in parte una simile scelta.

La fortuna di Una storia di amore e di tenebra, non solo e non tanto per i premi vinti quanto soprattutto per il successo internazionale di vendite, è un dato indiscutibile. Il romanzo di Oz è, nei primi anni Duemila insieme a quelli di Abraham B. Yehoshua e David Grossman, tra i protagonisti della prima ondata di opere di fiction tradotte dall’ebraico in italiano. Pochi anni più tardi è seguita una seconda ondata, che ancora non si è arrestata, con autori come Meir e Zeruya Shalev, Naomi Ragen, Eshkol Nevo, Yoram Kaniuk, Assaf Gavron e numerosi altri. La presenza consistente sui banchi delle librerie italiane di opere israeliane - probabilmente solo la letteratura giapponese, tra quelle di paesi asiatici, ha una diffusione più vasta - ha suscitato gli interrogativi di lettori, giornalisti e critici.

Giulio Busi ha indicato il segreto del libro di Oz e, più in generale, dell’intera letteratura israeliana degli ultimi vent’anni in “quell'incandescenza espressiva, quel tono da leggenda inconsapevole che ne fa uno dei fenomeni di maggior successo della cultura contemporanea”. Pier Vincenzo Mengaldo ha suggerito “che la narrativa migliore nasca in Paesi in cui la società e la politica pongono seri problemi nazionali, per esempio contrasti etnici, politici, religiosi. Paesi in cui le lacerazioni sono profonde, come Israele. Alla letteratura non fa bene un tipo di società omogeneizzata”. La casistica a disposizione per confortare l’ipotesi, dalla Francia della Terza repubblica alla Germania di Weimar, è ampia.

In ogni caso, al di là della fama di cui si nutriva l’autore anche prima del 2002, Oz è riuscito con Una storia di amore e di tenebra a dare vita a un universo di ricordi che viene percorso senza troppe concessioni alla linearità. Il coinvolgimento dell’autore in quello che scrive è un elemento che caratterizza e dà forza a questo romanzo. “Ho sempre scritto quello che conoscevo perché, altrimenti, la scrittura diventa artificio”, parole che lo scrittore amava ripetere, sono più vere che mai in questo caso. La linearità e la limpidezza del pensiero di Oz, d’altronde, si riflettono immediatamente nella lingua, un ebraico vivace e colorato ma solido. Elena Loewenthal lo ha definito “un ebraico intenso, mai involuto: chiama un andamento lineare, limpido della lingua. La sua pagina non è un labirinto, bensì un paesaggio dalla luminosa varietà di sfumature”.

Una storia di amore e di tenebra è un romanzo autobiografico. È anche il compimento di un “cammino narrativo straordinario in cui l’autore si fa personaggio e i personaggi sono dentro l’autore”, ancora secondo la sua traduttrice in italiano. Una confessione dello scrittore che ricorda la propria infanzia tra i luoghi e le persone della Gerusalemme degli anni quaranta e cinquanta, che racconta l’esodo dei parenti dall’Europa dei pogrom e del nazifascismo e il timore di una nuova Shoah nella stessa terra di Israele per mano di nuovi nemici, che si sofferma sull’ingresso in kibbutz all’età di quindici anni, atto di rinascita dopo un dolore indicibile. Una ricerca per affrontare il trauma del suicidio della madre, per ottenere una risposta che non può essere ottenuta. Un’indagine nella propria memoria in cui i punti di vista sono variabili, in disaccordo. D’altra parte Oz in persona raccontava di tenere due penne sulla sua scrivania: “Ogni volta che sono d’accordo con me stesso al cento per cento non scrivo un racconto ma un articolo arrabbiato in cui dico al governo se per favore può andare a quel paese […] L’altra penna la uso quando non sono completamente d’accordo con me stesso, quando sento più di una voce dentro di me. Allora, so di essere sul punto di partorire una storia”.

Quanto c’è di autobiografico in questo romanzo? Tutto, afferma l’autore. Amos Oz, d’altra parte, non scrive soltanto la biografia della sua infanzia e di tre generazioni della sua famiglia. Compone allo stesso tempo la biografia di un paese. Ed è lo stesso Oz a indicare la materia con cui è plasmato il libro: “Vi è il sippur, che è un racconto di vita, e vi è l’historia, che è il passato con l’iniziale maiuscola. Il mio romanzo è l’inestricabile intreccio di queste due cose”.

 

Giorgio Berruto

 

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