Ricordi

 

 

 

Enzo Cavaglion, partigiano ebreo
 

di Beppe Segre

 

 

Era sabato 11 settembre e alcuni amici si erano dati appuntamento a Cuneo nello studio dell’avvocato Duccio Galimberti, dove presero la decisione di salire quel giorno stesso in montagna, a Madonna del Colletto, tra la val Gesso e la val Stura, per creare la prima banda armata: uomini liberi che volontari si adunarono, per dignità e non per odio, decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo.

Dodici giovani andavano a costituire la banda “Italia Libera”, da cui - come scrivono Gloria Arbib e Giorgio Secchi nel saggio Italiani insieme agli altri: Ebrei nella Resistenza in Piemonte 1943 - 1945 - “si sarebbe sviluppata nei mesi successivi la rete delle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà del Cuneese, considerata dalla storiografia come la prima vera e propria formazione partigiana, organizzata sul piano militare e politico, la prima a sollevare esplicitamente il problema dell’organizzazione di un esercito”. Si trattava di civili, non abituati all’uso delle armi, vicini al Partito d’Azione, la cui coscienza politica si richiamava all’insegnamento di Piero Gobetti ed era maturata negli anni frequentando i circoli antifascisti di Cuneo e in particolare lo studio dell’avvocato Duccio Galimberti.

Tra di loro due fratelli ebrei: Enzo e Riccardo Cavaglion.

 

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 Era domenica 12 settembre e i mezzi blindati della Divisione Waffen SS Leibstandarte Adolf Hitler prendevano il controllo di Cuneo, al comando del maggiore Joachim Peiper, che appena una settimana dopo spargerà il terrore nella cittadina di Boves, con oltre trecento case incendiate e l’uccisione di 25 ostaggi innocenti, tra cui due, il parroco e un industriale locale, bruciati vivi.

 

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Già da alcuni giorni, non appena si era sparsa la voce dell’armistizio, le valli cuneesi del Gesso e della Stura si stavano riempiendo di ebrei in fuga. Nell’illusione che la guerra in Italia fosse terminata, prima alcuni gruppi, poi fiumane di ebrei originari di ogni parte d’Europa, costretti in résidence forcée a St. Martin Vésubie, avevano affrontato la traversata delle Alpi per sfuggire ai nazisti che stavano completando l’occupazione della Francia meridionale in sostituzione della IV Armata allo sbando.

C’erano vecchi e bambini piccoli, portavano dentro le loro valigie e i loro sacchi tutto quanto possedevano, non erano attrezzati per resistere al freddo dell’inverno, non conoscevano nessuno e parlavano lingue incomprensibili.

Enzo e Riccardo Cavaglion, venuti a conoscenza della discesa dalle Alpi di un numero così elevato di profughi, andarono ad incontrarli per portare aiuti materiali, informare della situazione in Italia, favorire una sistemazione provvisoria, procurare falsi documenti di identità.

Presero poi parte alla costituzione del Comitato clandestino di Assistenza Ebraica (CAE), riconosciuto dal CLN nazionale e in contatto con le Autorità alleate, per aiutare gli ebrei italiani e stranieri rifugiati nella provincia di Cuneo. Il programma del CAE, redatto nell’agosto 1944 da un altro partigiano ebreo, Bruno Segre, proponeva un’opera di aiuto, solidarietà e ricostruzione, era articolato in vari punti e comprendeva tra l’altro il soccorso ai detenuti in carcere, l'aiuto economico e morale ai bisognosi, la distribuzione di documenti d'identità falsi, la raccolta di notizie sulla sorte dei deportati, l'avvio della compilazione degli elenchi dei criminali di guerra, delatori e delle spie al servizio dei nazifascisti ai fini dell’epurazione.

L’ultimo volantino, stampato a maggio 1945, dichiara che “il Comitato intende aiutare gli ebrei italiani e stranieri rifornendoli di denaro, viveri, indumenti, medicinali, rappresentandoli presso le Autorità pubbliche per la reintegrazione nei diritti e nei beni secondo giustizia e legalità, agevolandoli per il ritorno nei paesi di origine”.

Come scrive Alberto Cavaglion in La notte straniera: Gli ebrei di St. Martin-Vésubie, dal 25 aprile fino al 14 settembre 1945, data in cui il Comitato si sciolse, l’attività fu frenetica e coinvolse tutti i collaboratori, letteralmente travolti da innumerevoli richieste provenienti da quei profughi che avevano bisogno di tutto e che avevano atteso con ansia il giorno della liberazione.

Proprio per l’aiuto fornito agli ebrei stranieri braccati dai nazifascisti, a Enzo e in memoria di Riccardo fu conferito il riconoscimento del Benè Berith di Milano per gli ebrei che, a rischio della propria vita, salvarono correligionari durante la persecuzione nazi-fascista. L’onorificenza è riconosciuta a livello internazionale dal “The Committee to Recognize the Heroism of Jews who Rescued Fellow Jews During the Holocaust” e dal B’nai B’rith World Center di Gerusalemme.

Terminata la guerra, Enzo - insieme con Riccardo fino all’aliyah di questi - costituì l’anima della comunità ebraica cuneese: delegato della Comunità Ebraica per la Sezione di Cuneo per oltre 30 anni, si occupò con passione per tutto quanto poteva servire a mantenere viva e vivace la sua amata Comunità. Impegno prioritario fu il complesso, lungo e paziente restauro del Beth HaKeneset, con il consolidamento della struttura architettonica, il ripristino delle decorazioni, e la sistemazione dei locali annessi per la creazione di una foresteria e di un centro culturale e sociale di incontro, attrezzato con sistemi multimediali. Presentava le esigenze della Comunità agli Enti locali e alle Fondazioni Bancarie; accompagnava nelle visite le classi scolastiche ed i turisti; promuoveva tutte le iniziative utili a far conoscere alla popolazione cuneese i valori dell’ebraismo, la storia del popolo ebraico e dello Stato di Israele; portava la sua testimonianza per la trasmissione della memoria; rese possibile l’apertura del Beth HaKeneseth in occasione di Yom Kippur e delle principali festività.

Nel settembre 2003, ebbe l’onore di rappresentare la Comunità Ebraica e di rivolgere il saluto all’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, venuto a Cuneo nel 60° anniversario dell’armistizio a celebrare gli ideali della Resistenza ed a commemorare i deportati dal campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo.

Ricordo bene l’orgoglio con cui Enzo presentava il “suo” Beth HaKeneset, e raccontava della storia dell’antica Comunità di Cuneo, indicando nel muro la bomba caduta miracolosamente senza provocare vittime durante l’assedio austro-russo del 1799 e la conseguente istituzione del “Purim della Bomba”.

Quando emergeva qualche problema, organizzativo, finanziario, tecnico, la sua risposta era sempre: “Caro Beppe, non preoccuparti, risolveremo noi la cosa”, poi si dava da fare con grandissima generosità e impegno; lo stesso atteggiamento che ritrovai in seguito nel figlio Davide, e ora, dopo la sua prematura crudele scomparsa, nella nuora Mirella Foà, attuale delegata per la Sezione di Cuneo, attivissima e infaticabile.

A conferma dell’affetto e della stima che tutti gli portavano, la sua figura è stata ricordata alla Camera dei Deputati, nella seduta del 9 gennaio scorso, a pochi giorni dalla sua morte. Con un approfondito e commosso intervento, l’onorevole cuneese Chiara Gribaudo ha ricordato la vita e l’impegno di Enzo Cavaglion, partigiano tra i primissimi ad aderire alla Resistenza, attivissimo nell’aiuto agli ebrei stranieri, sostenitore del dialogo interreligioso, custode della Sinagoga, uomo di pace e di cultura che con la presenza costante, paziente, pacata e attenta ai giovani ha trasmesso un ideale di forte e convinto pacifismo. 

Sia il suo ricordo di benedizione.

 

Beppe Segre

 

 

 

 

Enzo Cavaglion con gli sci,

marzo 1940

 

 

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