Libri

 

 

 

Breve storia della questione antisemita

 

di Giorgio Berruto

 

 

Un altro libro di storia dell’antisemitismo? è stato il mio primo pensiero quando ho preso in mano Breve storia della questione antisemita di Roberto Finzi, di recentissima pubblicazione per i tipi di Bompiani a vent’anni dalla prima edizione, oggi rivista e ampiamente aggiornata. Neanche a dirlo, appena ho cominciato a leggere mi sono un po’ vergognato di quella reazione e ho provato a riflettere sui motivi per cui di un libro del genere c’è oggi bisogno. Vorrei quindi provare a ragionare su pregi e limiti di questo testo.

Breve storia della questione antisemita, innanzitutto, è un volumetto davvero maneggevole e di facile lettura che ha un chiaro intento didattico. Anche se chiunque può leggerlo con interesse, è evidente che il pubblico per cui l’autore scrive è quello delle scuole superiori. Finzi sceglie di soffermarsi in particolare sulla storia dell’antisemitismo in Occidente a partire da metà Ottocento, anche se dedica una corposa digressione all’analisi storica del fenomeno dell’usura e una più sintetica a quella dell’ostilità teologica contenuta negli sviluppi delle dottrine cristiane. Il libro sceglie di mettere in primo piano alcuni episodi e momenti particolarmente significativi, componendo un mosaico che comprende il pogrom di Damasco (1840) e il caso Mortara (1858), l’affaire Dreyfus (1894-1906) e i Protocolli dei savi anziani di Sion, Henry Ford e Stalin, la Shoah e il negazionismo.

L’autore evita di affrontare l’antisemitismo specificamente islamico, che ha una storia lunga e in anni recenti spesso strumentalizzata - tramite censura o esagerazione - da posizioni sintomaticamente anche molto distanti, come ha chiarito lo storico francese Georges Bensoussan nel libro Gli ebrei del mondo arabo. L’argomento proibito (Giuntina 2017). Finzi ammette con franchezza di aver escluso questo segmento dalla trattazione, mentre rende conto dell’ampissima presenza di stereotipi antisemiti nel mondo islamico nella misura in cui sono mutuati dall’antisemitismo europeo (basti pensare, per esempio, alla larga diffusione dei Protocolli nei paesi arabi). Considerando però la finalità didattica del testo, credo sarebbe stato opportuno soffermarsi anche sulle radici extraeuropee di parte non irrilevante dell’antisemitismo presente nelle terre del mediterraneo meridionale e orientale.

La posizione che occupa nel libro la Shoah è, a mio avviso, quella di un esito. Lo stesso titolo del penultimo capitolo, il più lungo del libro, è eloquente: Tragico epilogo: la Shoah. Se il soggetto, come sembra, è la questione antisemita, è più che dubbio che la Shoah ne rappresenti un epilogo invece che un momento segnato da continuità e discontinuità rispetto a una storia precedente e successiva. Si tratta di un limite, d’altronde, che questo volume condivide con numerosi altri. Rappresentare la Shoah come esito fa pensare a un rapporto di inevitabilità tra lo sterminio sistematico di sei milioni di ebrei europei e quanto scritto prima, ovvero lo sviluppo dell’antisemitismo in Europa in età contemporanea. Effetto e causa, insomma, o se si preferisce l’inevitabile sviluppo delle premesse date. Eppure, come ha scritto Eugenio Montale, “la storia non si snoda / come una catena / di anelli ininterrotta. / In ogni caso / molti anelli non tengono”: un chiaro e condivisibile invito a stare in guardia contro la sempre strisciante concezione deterministica della storia. È invece proprio qui che si rende evidente il limite principale del libro di Finzi, che in diversi passi sembra avallare l’idea, abbandonata da tempo dalla ricerca scientifica, di storia come scienza delle cause. Un esempio: per spiegare il successo della France juive di Drumont negli anni ottanta dell’Ottocento, si esordisce discutendo innanzitutto la crisi economica del tempo (p. 56).

Il libro, infine, presenta una bibliografia che unisce senza distinzioni, per fare solo alcuni esempi, Hannah Arendt, Norman Cohn, Giorgio Bassani e Josef Roth. Considerando, ancora una volta, l’intento divulgativo e didattico dell’opera sarebbe stata utile una bibliografia, magari ragionata, divisa in base al genere dei testi citati e degli argomenti.

Le qualità del volume, in ogni caso, non sono meno rilevanti di questi limiti. Una di queste è la tessitura di una trama continua - nonostante l’accento posto sui momenti di frattura - tra giudeofobia tradizionale e moderno antisemitismo, due fenomeni che vengono talvolta artificiosamente scissi, perfino in alcuni testi di valore accademico, come se la prima non avesse alcuna influenza nello sviluppo del secondo e si trattasse in fondo di realtà dalle premesse del tutto diverse. È invece indispensabile sottolineare che “sul finire del secolo XIX l’avversione per l’ebreo viene assumendo sempre nuovi attributi. Positivisticamente il ‘giudeo’ è caratterizzato da stigmate di razza. Il che non significa che scompaia la giudeofobia tradizionale, ma sempre più questa, pur mantenendo le sue movenze e i suoi argomenti, si combina, s’amalgama e si fonde nella coscienza collettiva con l’idea di una immutabile ‘natura’ maligna dell’ebreo, che il battesimo non basta a cancellare”. Mentre si sviluppa l’antisemitismo razzista, d’altra parte, continua a tornare l’accusa di omicidio rituale: nell’Europa orientale in modo particolarmente ricorrente e violento, dando avvio a numerosi pogrom tra Ottocento e Novecento, ma anche in Occidente e in Italia, per esempio nella pubblicistica cattolica. Finzi tornare efficacemente a più riprese a tracciare le linee della continuità: “Il ritorno dell’accusa di omicidio rituale mostra che mentre si sviluppa il nuovo antisemitismo su base razzista nella coscienza collettiva continuano a vivere i miti medievali frutto dell’antigiudaismo cristiano”.

Infine - ma è la cosa di tutte forse più importante - Finzi sottolinea chiaramente l’inesistenza di una questione ebraica. Pensare che esista una questione del genere, cioè un problema vincolato all’esistenza degli ebrei e dell’ebraismo che ha bisogno di una soluzione, significa porsi già all’interno del contesto antisemita. Non esisteva e non esiste una questione ebraica, esisteva e continua a esistere invece una questione antisemita. “Il nodo non è capire se e come gli ebrei siano diversi dagli altri ma quale sia il meccanismo mentale di chi odi gli ebrei indipendentemente da qualsiasi loro carattere storico”. Una posizione pienamente condivisibile che non sempre viene affermata con la necessaria chiarezza: ha tanto più valore, dunque, che questo venga fatto in un testo destinato a studenti e generici interessati.

Giorgio Berruto

 

Roberto Finzi, Breve storia della questione antisemita, Bompiani 2019, pp.344, €12

 

 

 

Share |