Libri

 

 

 

Diario di Sonja. Fuga e alyah di un’adolescente
 

di Paola De Benedetti

 

 

Villa Emma, le avventure dei ragazzi ebrei che ne furono ospiti per oltre un anno tra l’estate del 1942 e l’autunno 1943, la solidarietà e collaborazione dei cittadini di Nonantola ci erano già note attraverso i libri di Klaus Voigt (Villa Emma, Ragazzi ebrei in fuga, Nuova Italia 2002) e di Josef Indig (Anni di fuga, Giunti 2004); il Diario di Sonja- fuga e aliyah di un’adolescente berlinese. 1941-1946 , curato da Klaus Voigt, ci offre una lettura diversa: non racconta, se non eccezionalmente, episodi rilevanti (la lacuna è riempita sia dalla prefazione di Voigt sia dalle note a piè di pagina), ma ci rivela come poteva vivere, nella quotidianità e nell’intimo, una adolescente che le tragiche vicende di quegli anni avevano strappato ai suoi riferimenti, ai suoi affetti, collocandola in un ambiente che a volte le appare estraneo, se non addirittura ostile.

Le annotazioni iniziano in Slovenia a Lesno brdo nel dicembre 1941 quando una compagna che si è resa conto della sua straziante nostalgia e della sua solitudine le regala per Chanukkah un diario, e nella dedica “per te che non hai nessuno con cui confidarti” la invita a scrivere i suoi pensieri, le sue speranze per il futuro, come se parlasse con una persona. Ed è ciò che Sonia fa. All’inizio le annotazioni, frequenti, in certi periodi quotidiane, sono dominate dalla tristezza, dal desiderio della mamma e del fratellino rimasti a Berlino, dalla spasmodica attesa delle lettere della mamma; Sonja si sfoga piangendo, anche se rammarica lei stessa di non riuscire a controllarsi, a imparare a non piangere; si evidenziano anche i suoi umori che variano dallo sconforto all’allegria, dalla simpatia per una persona al trovarla insopportabile, con la volubilità tipica dell’età rafforzata da una convivenza tra estranei e dalla mancanza di una persona vicina di riferimento. La consolano la lettura e le passeggiate intorno al castello che la ospita.

Il 18 gennaio 1943 Sonja riceve una lettera dalla cugina rimasta a Berlino che le comunica che la mamma non abita più nella loro casa e che non riesce a mettersi in contatto con lei: la mamma e Martin, il fratellino dodicenne, erano stati deportati e uccisi al loro arrivo ad Auschwitz il 12 gennaio. Sonja non attende più la posta, sogna una insperabile salvezza, nel diario non accenna quasi più alla famiglia. Come scriverà dal kibbutz Ruchama nell’ottobre 2011 nella premessa alla pubblicazione del diario “nel 1945, quando finì la guerra e io ero già in Svizzera, venni a sapere che la mia intera famiglia era stata assassinata”.

Con il tempo Sonja è sempre meno assidua, trascura il diario anche per settimane, anche per mesi, parla di sé, ma racconta pure storie concrete: senza alcun accenno alle ragioni della fuga da Lesno brdo il 16 luglio 1942 scrive “ora sono seduta in treno e sono in viaggio per Trieste… Di lì andremo a Modena”; da Villa Emma il 26 luglio 1943 “Come prima cosa devo raccontare che nella politica sono cambiate un sacco di cose e che il governo italiano è stato deposto e anche Mussolini. Per noi questo è molto positivo”. Ma l’11 settembre accenna alla nuova situazione in Italia, e “i tedeschi si vendicano. Per cominciare sfogano la loro rabbia sugli ebrei e li cercano”; nei giorni successivi racconta dell’abbandono di Villa Emma, del rifugio presso la famiglia “molto devota” (quella del Parroco di Rubbiara, Don Arrigo Beccari, annoverato tra i Giusti tra le nazioni a Yad Vashem), e il 15 ottobre “eccomi finalmente arrivata in Svizzera” , con il racconto del fortunoso viaggio, da Modena a Milano, a Varese, al confine e all’avventuroso guado del fiume Tresa.

Del diario durante il soggiorno in Svizzera, scrive Voigt, molte annotazioni sono state utili per la ricostruzione di episodi avvenuti in quel periodo. Tra le tante impressioni di Sonja (9 dicembre1943) colpisce lo stupore nello scoprire a Montreux che ci sono città con le luci accese la sera, con gente in giro che va tranquillamente a fare la spesa: “Quando ho visto questo mi sono quasi venute le lacrime. Non riesco neppure più a immaginare me stessa che giro liberamente per una città e faccio compere”.

Dal 26 novembre 1944 il diario tace per oltre diciotto mesi: l’11 giugno 1946, sulla nave, Sonja scrive “Graziaddio mi trovo in viaggio per Eretz”. Il diario si chiude con l’annotazione - in ebraico - del 18 giugno 1949: “Dopo tanto tempo adesso mi trovo a Ruchama e mi sono capitate un sacco di cose durante questi due anni. Qui ho fatto parte del nucleo dei fondatori” (magari con il nostro Israel De Benedetti?).

A complemento del diario ci sono l’introduzione di Klaus Voigt chiarificatrice delle vicende della famiglia Borus e del salvataggio dei giovani ebrei da Germania, Polonia, Austria, Ungheria raccolti in Yugoslavia per essere trasferiti in Palestina, riparati prima in Italia, poi in Svizzera; la premessa di Sonja (ora Shoshana Harari) alla pubblicazione del diario nel 2011, la postfazione di una psicologa e biblioterapeuta, sulla relazione tra scrittura e processo di guarigione, e brevi note biografiche delle persone nominate nel diario, oltre al glossario dei termini ebraici.

È una lettura interessante, a volte avvincente, che fa rivivere una piccolissima storia personale - quella di Sonja tra i 14 e i 18 anni - all’interno di una piccola storia - quella di Villa Emma - inserita nella grande, tragica storia della guerra e della persecuzione.

 

Paola De Benedetti

 

Sonja Borus, Diario di Sonja - Fuga e aliyah di un’adolescente berlinese, 1941-1946, Il Mulino, 2018, pp.201, € 18

 

 

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