Fatti nostri

di Emilio Jona

In un articolo apparso su La Stampa del 30 marzo scorso sugli umori e le reazioni della comunità ebraica romana, Angelo Sermoneta, detto "baffone", risponde così al giornalista che lo interroga: "non vogliamo più essere agnelli sacrificali. E lei provi a tenerla in testa anche per strada questa kippah. Faccia un sabato da ebreo in Italia, nel 2003. Presti orecchie ai sussurri, legga i giornali, osservi i gesti. Domani sera ci racconterà".

Dunque è così anche in Italia? Serpeggia l’odio contro l’ebreo? La guerra in Iraq ha prodotto oltre che una radicalizzazione e semplificazione di valori, concetti e scelte di campo, anche questo ritorno del rimosso? L’impero del male sono gli USA e il loro fedele alleato Israele? O secondo alcuni Israele è la lobby ebraica americana che esso controlla? Le vittime sono diventate carnefici? Un uomo, per altri versi stimabile e ammirevole, come Gino Strada può dire impunemente che i massimi pericoli dell’umanità sono oggi rappresentati nell’ordine da USA, Israele e Russia?

È chiaro che si tratta di pericolose idiozie. Diremmo mai che l’Italia è delinquenziale, razzista e fascista solo perché è governata da Berlusconi, Bossi e Fini?

Ma proprio in questi tempi in cui siamo sommersi da un’orgia di informazioni prevalentemente inutili o inveritiere o di opinioni saccenti o insignificanti, non si dovrebbe perdere la capacità di esaminare la realtà e di giudicare i fatti con indipendenza e uso della ragione.

Ora la guerra in Iraq ha mostrato alcune verità difficilmente confutabili.

Si tratta di una guerra da tempo programmata, non autorizzata dall’ONU, perseguita in spregio ad una vasta opinione pubblica, nei confronti di un regime sicuramente tirannico e sanguinario; ma che fosse tale lo si sapeva da anni, e ciò non ha impedito di usarlo e di avere talvolta con lui un rapporto di complicità e connivenza.

Ad esempio, lo si è usato e foraggiato in funzione anti-iraniana e lo si è mantenuto in vita al tempo della guerra nel Kuwait.

È una guerra anche diretta da gente ignorante, che non conosce il paese contro cui combatte,

che pensava con euforico e illusorio semplicismo di vincere in pochi giorni, accolta da irakeni festanti, né ha previsto le conseguenze di questa guerra e cioè che l’invasione di uno stato sovrano e l’uccisione di popolazioni innocenti avrebbe compattato il paese e le sue centocinquanta tribù a difesa della terra e dell’identità nazionale e prodotto una solidarietà nel mondo arabo, rafforzandone l’estremismo e la tesi, minoritaria nell’Islam, o meglio negli Islam, che si stia combattendo con l’Occidente una guerra santa di civiltà e di religione.

Questa guerra sta poi producendo disastri e scempio di diritti umani oltre che la violazione del diritto internazionale, mentre qualsiasi persona di media cultura anche se priva delle informazioni in possesso della CIA, poteva prevedere che le cose si sarebbero incamminate esattamente su questa strada. Anzi un buon politico avrebbe dovuto avere imparato da tempo che era meglio non dare mai retta alle informazioni CIA.

Per altro non si può portare la democrazia in un paese, con le bombe a grappolo o i proiettili ad uranio impoverito, mentre non è vero che gli USA, che pur sono la più antica democrazia, abbiano sempre sostenuto le democrazie e combattuto le dittature, anzi spesso è accaduto il contrario.

Perché dico queste cose ovvie? Perché non le possiamo dimenticare per raccontarci la giornata di un ebreo che vada oggi per strada con la kippah in testa. Questa guerra è incivile e anche sbagliata e fa del male anche a noi ebrei della diaspora, come ad Israele.

Ora Israele non è riducibile al suo governo appiattito sull’alleato americano. È un paese più ricco e diverso che comprende i partiti di opposizione, organizzazioni e gruppi della società civile, una cultura e una letteratura che rispecchiano una realtà ben più complessa e viva, e soprattutto non conformista e con progetti diversi per risolvere il conflitto palestinese. Ma non vanno ignorati il silenzio e la pregiudiziale svalutazione delle ragioni di Israele in quel conflitto, il che influenza ogni giorno negativamente il giudizio su questo paese. Va poi detto che in passato con un’America governata dai democratici, i quali non si sarebbero mai avventurati nei sogni petroliferi e di impero della destra repubblicana, anche allora Israele aveva trovato solo negli Stati Uniti e mai in Europa, un’alleanza che gli garantisse la sicurezza di esistere e di sopravvivere.

Ora è legittimo pensare che per le ragioni che ho sinteticamente detto, la guerra porti nella regione mediorientale non già la democrazia, ma una instabilità e un’insicurezza ancora maggiore di quella attuale, una caduta di quei valori etici e politici che soli possono fondare una convivenza civile tra i popoli, una radicalizzazione dei rapporti e un’ulteriore incomunicabilità tra le genti, che non potrà che essere fonte di altri lutti e di altra infelicità. Ma è difficile pensare che l’Israele di Sharon possa avere una posizione sulla guerra diversa da quella del governo americano, e una sua autonoma posizione sulla situazione mediorientale. Tutt’al più potrà seguire passivamente accadimenti che stanno fuori dalla sua possibilità di controllo e di influenza.

Quanto poi a ciò che avviene nel nostro paese è ben più misera cosa. In una parte della sinistra serpeggia un’incapacità di distinguere tra diaspora e Israele e di comprendere la realtà dell’ebreo diasporico partecipe sia del paese a cui appartiene, dei valori in cui crede, nati dall’illuminismo, dalla democrazia dal liberalismo e dal socialismo, sia del rapporto anche critico, ma millenario, con una terra e una cultura che si ispira alla Torah scritta e orale e che fa parte anch’essa delle sue viscere e del suo intelletto. E questa incomprensione è colorata da residuati duri a morire, da stereotipi di varia origine: antigiudaismo cattolico, antisemitismo razzista e terzomondismo antisionista.

Per questo il ritorno serale dell’ebreo, con o senza kippah, porta con sé tristezza e inquietudine.

Tuttavia ciò non dovrebbe renderlo diverso da prima, quando il suo rapporto con la sinistra appariva facile e sereno, perché non sono i valori in cui crede che sono mutati, ma solo le persone o quanto meno alcune persone e gruppi che storicamente le incarnavano. Si tratta quindi, come per l’antisemita, di fatti loro.

Emilio Jona, 3 aprile 2003