Guerra e dopo-guerra

di Tullio Levi

 

L’aver avuto l’opportunità di recarmi per un breve soggiorno in Israele nei giorni immediatamente antecedenti l’inizio della guerra contro l’Irak, mi ha dato modo di effettuare alcune considerazioni sui diversi atteggiamenti che possono essere assunti nei confronti del conflitto.

Le generalizzazioni sarebbero sempre da evitare ma credo di poter affermare che la maggioranza delle persone con cui ho avuto modo di confrontarmi in Israele ha manifestato su questa vicenda un atteggiamento ambivalente che può così essere sintetizzato: preoccupazione per l’immediato ma anche sostegno all’opzione militare perseguita dalla coalizione anglo-americana, in una prospettiva di medio/lungo termine.

A ben guardare, la concomitanza di queste posizioni ha una sua logica: nel breve periodo e sopratutto dopo l’esperienza del ’91, gli israeliani non possono non essere – chi più chi meno – in apprensione per eventuali attacchi provenienti dal territorio irakeno anche mediante l’uso di armi chimiche o biologiche; al tempo stesso non possono che vedere con favore l’eventualità dell’eliminazione di Saddam Hussein, da sempre uno dei più acerrimi nemici di Israele, la cui pericolosità è stata fino ad oggi parzialmente temperata dal solo fatto che il suo paese non è confinante con lo Stato ebraico. In aggiunta agli addebiti che gli occidentali gli muovono (aggressione all’Iran, aggressione al Kuwait, uso di armi chimiche contro i curdi, etc), gli israeliani non possono certo scordare che l’Irak è l’unico dei paesi belligeranti del ’48 che non ha mai voluto firmare neppure l’armistizio con Israele e pertanto si è sempre considerato in guerra; né che Saddam Hussein è il sostenitore delle azioni suicide dei cosiddetti "kamikaze", quello che invia consistenti somme di denaro quale premio per le famiglie degli attentatori; né di aver dovuto già una volta intervenire per distruggere il reattore nucleare, il cui completamento avrebbe per loro (e non solo per loro) rappresentato una minaccia mortale.

Se a queste innegabili constatazioni si aggiungono la frustrazione per un processo di pace che anziché progredire regredisce, lo stress causato dalla precarietà delle condizioni di sicurezza e l’assuefazione allo stato di permanente conflittualità in cui si è costretti a vivere, si comprende facilmente come, in Israele, possa essere vista con favore la prospettiva di un nemico in meno e di un rimescolamento di carte a livello regionale che magari possa contribuire a sbloccare una situazione di stallo che si protrae ormai da troppo tempo.

Ma se questa può essere l’ottica in cui si colloca l’israeliano medio, io credo che non necessariamente essa debba collimare con quella di noi ebrei della diaspora, il cui ragionamento non dovrebbe essere condizionato da fattori contingenti così rilevanti quali quelli testé indicati. In altri termini, intendo dire che le condizioni incomparabilmente più favorevoli e di minor rischio in cui, per nostra fortuna, si svolge la nostra vita quotidiana, dovrebbero essere determinanti al fine di consentirci un’analisi più lucida delle implicazioni morali e materiali di questa guerra; una guerra che dopo appena una decina di giorni dal suo inizio, sta già rivelando in tutta la sua drammaticità il carico di sofferenze che essa comporta nonché la pericolosità delle sue implicazioni: morti e feriti a migliaia, innumerevoli vittime civili innocenti, catastrofi umanitarie, esasperazione dei sentimenti antioccidentali nell’intero mondo islamico, nuova linfa al terrorismo ed agli attacchi suicidi, possibilità di estensione del conflitto, crisi economica a livello mondiale, distruzione di ricchezze immense, indebolimento delle Istituzioni sovranazionali, violazione del diritto internazionale, creazione di un pericoloso precedente…e l’elenco potrebbe ancora continuare.

Alla luce di questi sviluppi, che d’altronde molti governi occidentali e tante persone assennate avevano largamente previsto, viene spontaneo domandarsi come sia possibile pensare che questa guerra si sia resa necessaria e possa essere utile per il miglioramento delle condizioni di sicurezza della nostra società, Israele compresa; il tutto con buona pace di coloro che, anche in questa circostanza, non rinunciano a riaffermare il principio per cui gli ebrei della diaspora devono comunque essere sostenitori di ciò che gli israeliani ritengono essere il proprio interesse.

Tullio Levi, 1° aprile 2003