Guerra

La pace, la sinistra e noi

di Anna Segre

Scioperi, manifestazioni spontanee, bandiere arcobaleno da tutte le parti, battute occasionali da parte dei colleghi o dei vicini di casa; tutti sono per la pace, nessuno appoggia la guerra. Un movimento variegato, trasversale, non visibilmente legato ai partiti, che sperimenta forme originali di mobilitazione e di protesta. Un tema chiaro, logico, quasi indiscutibile: oggi (una settimana dopo l’inizio della guerra) gli errori di valutazione di Bush sono sotto gli occhi di tutti: anche se gli anglo-americani vinceranno occorrerà ricucire il rapporto con il mondo arabo, i legami con l’Europa, la legittimità dell’ONU. I partiti che votiamo, i nostri amici e conoscenti, non hanno dubbi.

Tuttavia, di fronte a questo movimento pacifista, provo una sensazione di estraneità che mi disorienta. Occorre precisare che, in quanto insegnante, ho occasione di discutere soprattutto con adolescenti, che, si sa, tendono ad estremizzare tutto; tuttavia ho l’impressione che spesso le battute riflettano il modo di pensare dei genitori, o di ragazzi più grandi, e quindi mi pare che, tutto sommato, gli studenti delle scuole pubbliche costituiscano uno spaccato abbastanza rappresentativo degli italiani e del loro modo di ragionare.

Prima di tutto, manca la chiarezza su cosa si vuole: secondo me a questo punto non si può fare a meno di augurarsi che gli anglo-americani vincano in fretta, altrimenti sarebbe una vittoria morale per Saddam Hussein, con conseguenze che spesso i pacifisti rifiutano di vedere: rafforzamento delle ideologie più estremiste in seno al mondo islamico, crescita del terrorismo (perché la guerra avrà dimostrato che la violenza paga più della diplomazia), affossamento di ogni speranza di soluzione negoziata per il conflitto israelo-palestinese. Dunque oggi non me la sentirei assolutamente di sfilare con quelli che chiedono a gran voce un cessate il fuoco immediato. Inoltre ci sono altri aspetti di questo movimento che mi inquietavano già prima dello scoppio della guerra, e oggi mi inquietano ancora di più.

Mi spaventano l’unanimismo, la mancanza di sfumature e di dubbi, il senza se e senza ma. Al di là della guerra attuale (discutibilissima), davvero non è mai giustificabile il ricorso alla forza per fermare un dittatore sanguinario? Una posizione teorica così assoluta, potrebbe portare (e mi è capitato di sentire battute in questo senso) ad una inaccettabile rilettura della seconda guerra mondiale, vista come un altro esempio di interventismo violento americano. Dalle battute di allievi e colleghi traspare un antiamericanismo radicale, pieno di stereotipi e pregiudizi, al limite del razzismo: talvolta sembra addirittura che il conflitto con l’Iraq non ci riguardi per nulla, come se l’Europa e l’Italia non appartenessero a quell’Occidente liberale e democratico con cui se la prende il mondo fondamentalista islamico, o, se si preferisce, a quell’Occidente imperialista che vive nel benessere alle spalle di quattro quinti dell’umanità; come se anche noi non avessimo bisogno del petrolio, come se anche noi non avessimo armato Saddam Hussein nel passato. Tutto questo denota una sconfortante incapacità di assumersi le proprie responsabilità e una riduzione del dibattito al contrasto tra i buoni europei e i cattivi americani, con preoccupanti chiusure nei confronti di alcuni aspetti positivi della società americana: la convivenza tra culture diverse, per esempio, viene talvolta interpretata come forzatura e violenza della globalizzazione.

Mi mette a disagio, inoltre, il ruolo preponderante della Chiesa cattolica in questo movimento, che non è così neutrale e disinteressato come si vorrebbe far credere. Pensiamo, per esempio, alla situazione ambigua e ricattatoria in cui ci siamo ritrovati in occasione del cosiddetto digiuno per la pace: se volete dimostrare di essere per la pace dovete partecipare al digiuno del primo giorno di Quaresima.

Sconfortano l’atteggiamento pregiudizialmente ostile verso Israele, la sistematica sottovalutazione dei pericoli che corre, della gravità del terrorismo che lo colpisce, la costante sopravalutazione dell’importanza del conflitto israelo-palestinese sullo scacchiere mondiale (come se il fondamentalismo islamico fosse solo una conseguenza del comportamento di Israele verso i palestinesi; come se bastasse il ritiro israeliano dai territori occupati per far sparire di colpo dalla faccia della terra Al-Qaeda e tutti i gruppi analoghi.) Purtroppo questo modo di pensare è abbastanza connaturato al movimento pacifista: Gino Strada ha dichiarato che Israele è il secondo tra i paesi che costituiscono un pericolo per la pace mondiale (ovviamente dopo gli Stati Uniti). È vero che nelle manifestazioni per la pace si sono viste forse meno bandiere palestinesi di quanto si potesse temere, e che negli ultimissimi giorni l’indignazione verso gli USA ha messo Israele temporaneamente in secondo piano, ma continuano gli appelli al boicottaggio, l’ostracismo degli ambienti universitari, ecc. È sintomatico come persino le nuove Brigate Rosse abbiano ritenuto opportuno prendersela con Israele per cercare di conquistare consensi nell’opinione pubblica.

Infine non si può tacere l’antisemitismo vero e proprio. È vero che spesso sono bollate come antisemitismo le critiche, anche legittime e condivisibili, a Israele, o addirittura alla politica del governo Sharon; è vero che persino gli ebrei sono talvolta tacciati di antisemitismo quando criticano Sharon. Tuttavia occorre dire francamente una cosa: ogni critica, anche la più legittima, moderata e ragionevole, suona sospetta quando si riscontra la totale mancanza di critiche analoghe nei confronti di altri paesi, magari anch’essi alleati degli USA (come la Turchia), che fanno cose ben peggiori. Ricordiamo inoltre la spaventosa diffusione nel mondo arabo di stereotipi antisemiti, e anche di testi classici dell’antisemitismo.

Di fronte ai buoni pacifisti che si fiondano a Baghdad a fare gli scudi umani, agli eroici giornalisti che trasmettono sotto le bombe, e a tutti gli altri che si trovano a proprio rischio nella zona del conflitto non riesco a provare ammirazione, ma, anzi, una sorta di invidia mista a rabbia, per chi, cittadino del mio stesso paese, può fare una cosa che a me, in quanto ebrea, è arbitrariamente proibita dal governo irakeno. Beninteso, non c’è niente di male ad andare a fare lo scudo umano a Baghdad, anzi, è ammirevole, così come non c’era niente di male a frequentare un liceo o un locale pubblico nel 1939. Tuttavia mi urta che nessuno si ponga il problema: come si può pretendere la stima e l’ammirazione di qualcuno facendo una cosa che a lui, cittadino dello stesso paese, è proibita? Perché nessuno si rende conto che entrare in alcuni paesi arabi non è solo una scelta ideologica, ma anche un ingiusto privilegio?

Di tutte queste cose si è discusso abbondantemente nell’ambito della redazione di HK e del Gruppo di Studi Ebraici. Mi pare che, al di là delle singole posizioni, si possa individuare una linea di pensiero comune a molti: non possiamo chiamare in causa continuamente l’antisemitismo, non possiamo bollare come antisemita ogni critica a Israele e al governo Sharon, non possiamo, di fronte a testi come quello di Asor Rosa, scagliarci solo contro poche frasi infelici senza avviare una riflessione generale sulle tesi proposte, non possiamo, infine, di fronte alla gravità di ciò che sta succedendo, preoccuparci solo di noi stessi e di ciò che conviene a Israele.

Capisco questa linea di pensiero, ma personalmente non la condivido. E non la condivido esattamente per gli stessi motivi per cui spesso, in ambito ebraico, si difende il diritto di criticare anche duramente Israele e i suoi governi: sono critiche dall’interno. Sappiamo tutti che Sharon è molto meglio di Saddam Hussein e di tanti altri, ma Sharon è nostro, e dai nostri pretendiamo di più. Verissimo. Ma allora il discorso non dovrebbe valere anche per il paese di cui siamo cittadini, per i partiti che abbiamo votato, per i deputati che abbiamo contribuito ad eleggere, per i sindacati ai cui scioperi abbiamo aderito, per gli intellettuali in cui ci riconosciamo? Mi ha colpito il linguaggio usato nella riunione del Gruppo di Studi Ebraici: noi/loro, interno/esterno, ebrei/sinistra italiana, ecc.; un linguaggio tanto più impressionante quanto proveniente da persone tutt’altro che estranee alla vita politica italiana, e persino da un ex deputato del PCI. Ma la sinistra italiana non siamo noi? Se ci sentiamo in qualche modo responsabili per il comportamento di un paese di cui non siamo neppure cittadini, se ci vergogniamo per l’immagine che l’ebraismo sta dando di sé, perché non sentiamo altrettanta responsabilità per la figura che la nostra parte politica sta facendo di fronte al mondo ebraico?

Delle due l’una: o l’appartenenza ebraica è l’unica che conta veramente e ogni altra appartenenza è ad essa subordinata (ma questa è una visione che definirei integralista), oppure siamo tragicamente rassegnati a non sentirci parte di questa sinistra italiana, e allora chi la difende è in realtà più pessimista di me. Io voglio essere ottimista: voglio pensare che Asor Rosa non è Borghezio, ma proprio per questo da lui pretendo di più. Voglio sentire il partito che ho votato come il mio partito, e allora voglio che le affermazioni dei suoi dirigenti siano assolutamente al di sopra di ogni sospetto. E poi perché rassegnarsi? Perché non abbiamo fiducia nella capacità dei nostri connazionali, della nostra parte politica, di capire che certe cose non si dicono? A me non pare affatto una battaglia persa: in certi ambienti della sinistra le cose sono cambiate in meglio (pensiamo, per esempio, all’Unità).

Infine, sarà pur vero che nel mondo stanno capitando cose ben più gravi, eppure io credo nell’efficacia dei paletti: se passa l’idea che una cosa si può dire, domani la diranno tutti; se io mi scandalizzo, grido e sollevo un gran polverone, molti probabilmente penseranno che esagero e mi saranno ancora più ostili, ma comunque in futuro ci penseranno tre volte prima di suscitare un altro polverone. E i paletti non sono solo per il nostro interesse: l’antisemitismo è il sintomo di una malattia della società, ed è pericoloso trascurare i sintomi. Se nel 1938 gli italiani si fossero scandalizzati un po’ di più per le leggi razziali, forse avrebbero capito un po’ prima che razza di regime avevano e dove li stava portando. Perciò, di fronte a migliaia di pagine intelligenti con tre frasi antisemite, bisogna rifiutarsi di prenderle in considerazione finché le frasi antisemite non saranno state tolte, e questo proprio nell’interesse delle pagine intelligenti, non solo perché vogliamo che siano inattaccabili, ma anche perché le tre frasi antisemite possono essere l’inizio di una china inarrestabile.

Ed è proprio nell’interesse del movimento pacifista che tutti possano sentirsi a proprio agio al suo interno, compresi gli americani, gli israeliani, gli ebrei. Non ci si può scandalizzare perché gli ebrei non partecipano se non si fa nulla per rimuovere le cause del loro disagio: sarebbe come attribuire agli ebrei la responsabilità dell’antisemitismo.

Anna Segre

 

IRAN

Cinque ebrei graziati e liberati

L’Ayatollah Khamenei ha graziato e fatto liberare cinque ebrei iraniani condannati nella primavera 2000 per spionaggio a favore di Israele.

Possiamo rallegrarcene sperando che la Guida Suprema della Rivoluzione Iraniana non si fermi lì e faccia sì che tutti i condannati di quel gruppo escano rapidamente dalle loro prigioni.

Il loro arresto nel 1999 fece gran rumore suscitando le più vive inquietudini tra i circa trentacinquemila ebrei ancora residenti in Iran – il più importante gruppo dei paesi mussulmani – e provocando forti proteste nella comunità internazionale, delle quali il nostro giornale (La presse nouvelle) dava ampie notizie. I tredici, dichiarati colpevoli, erano stati condannati a morte. Alcuni di loro sono stati riconosciuti estranei alle accuse, ma per otto è stato fatto un processo prefabbricato, truccato, accompagnato da "confessioni" alla televisione. Alcuni Capi di Governo sono intervenuti, così come uomini politici e organizzazioni internazionali. Le pesanti pene sono state ridotte a nove anni di prigione nell’autunno del 2000. Oggi cinque sono liberi. Tutti dovrebbero ritrovare la libertà.

 

Da "LA PRESSE NOUVELLE" n. 205, marzo 2003