Israele

La guardia vecchia

di Giuseppe Tedesco

 

Ho incontrato un amico di passaggio. Ai tempi degli zofim gli avremmo fatto accendere, o spegnere, le luci del sabato. Ma lui si è emancipato ben presto dal ruolo discreto di vicino gentile e servizievole. Ha preso le cose in mano, ha fatto carriera ed è diventato un capo nel pur esclusivo e militante clan dell’Hashomer Hatzair. Naturalmente senza essere ebreo o pretendere di diventarlo. Vadim Putzu, nato a Torino nel 1975, frequenta la Scuola Ebraica e svolge attività presso la locale sezione dell’H.H. Eletto Capo Ken, viene poi inviato a Gerusalemme al Machon LeMadrichei Hutz LaAretz, l’Istituto per gli Istruttori all’Estero – 1994-1995. Si è laureato con lode presso l’Università degli Studi di Torino in Filosofia Mistica e Filosofia Ebraica sul tema: Donnolo e il Sefer Yezirà. Dottorando in Scienze della Cultura presso la Fondazione S. Carlo di Modena.

Le prime tappe del percorso di Vadim Putzu sono le stesse che hanno compiuto tanti allievi delle scuole ebraiche di Torino, indipendentemente dal fatto di non essere ebrei: frequentazione con i compagni ebrei del locale Ken (sezione) dell’Hashomer Hatzair, partecipazione alle attività nazionali (campeggi, raduni, esperienza in Kibbutz, etc.), stabilimento di solidi legami con i coetanei del resto d’Italia. Per tutti, un’esperienza ricordata con nostalgia, che normalmente si conclude al tempo dell’esame di maturità. Putzu è andato oltre: il suo caso riveste quindi un particolare interesse oltre a fornirci l’occasione per fare il punto sull’attualità o meno della proposta della HH.

 

 

HK: Che funzione può ancora svolgere l’H.H.? Che ruolo le spetta nella società israeliana?

VP: Potrebbe avere la funzione di Giorno della Memoria, per ricordare quando siamo venuti in Israele e le ragioni che hanno spinto i pionieri. Per ricordare che un altro mondo è possibile.

 

 

HK: I veterani del movimento per non diventare degli ex possono e debbono elaborare progetti e proposte utili alla Comunità…

VP: Il loro valore aggiunto è che possono parlare con ragazzi ebrei anche fuori dalla Comunità. Possono svolgere una funzione rappresentativa informale. L’abitudine a organizzare e a discutere dà competenze future al servizio della Comunità.

 

 

HK: È sempre il momento di condurre un discorso civile con il mondo circostante: per quel che vale. Non si può però fare i predicatori di professione.

VP: Fermo restando che io credo nella proposta educativa dell’H.H., penso che possa essere utile come veicolo di valori di giustizia e di propaganda di un’idea diversa di società. In particolare qui dove occorre diffondere l’informazione sull’esistenza di un Israele alternativo.

 

 

HK: Tutti pensiamo a cosa faremo da grandi. Il Machon non è né un ameno soggiorno né una accademia. Qualcosa bisogna pur portare a casa.

VP: Il Progetto, otto anni fa, era una proposta limitata ma aperta. A nessuno di noi veniva espressamente richiesto di andare in Eretz Israel. Nel ’94-’95 abbiamo goduto di un sistema innovativo. Studio a Gerusalemme sei mesi, soggiorno di lavoro, gite e seminari in kibbutz dove ci hanno fatto lavorare in condizioni favorevoli perché restassimo. Qualcuno si è fermato più a lungo: esercito o università. A viverci non è rimasto nessuno.

 

 

HK: Il sionismo giovanile è stato sempre un discorso concreto. O la va, o…

VP: Dal punto di vista dell’idea sionista è stata una realizzazione limitata. Ma se mettiamo a confronto quello che abbiamo fatto noi della H.H. con quanto mediamente avviene nel mondo giovanile, possiamo essere abbastanza soddisfatti. Un anno in Israele l’abbiamo fatto e per tutti è stato un periodo estremamente importante. Per quanto mi concerne, io credo che l’esperienza del Machon e del Kibbutz sia stata veramente decisiva e certamente più formativa rispetto al percorso più usuale che consiste in un anno di mechinà (preparazione all’Università): non avrei studiato filosofia, non avrei imparato l’ebraico e non avrei avuto accesso ai testi su cui sto lavorando.

 

Una sfida

"La conclusione è che le relazioni tra Israele e la Golà… sono relazioni tra platea e palcoscenico… La prima proposta è quella di salire sul palcoscenico senza che noi possiamo promettergli un giardino di rose. … A chi sale sulla scena ora, si dà l’occasione di redigere anche una parte del testo. È un dramma incompiuto. È un dramma che viene scritto nello stesso momento in cui lo si rappresenta. … Se salirà sul palcoscenico avrà tutta l’opportunità di "rubare la rappresentazione" … proprio se lui crede che gli attori non valgano molto, aumenteranno le sue probabilità di conquistarsi il pubblico… e se non vuole calcare la scena… cerchi almeno di avvicinarsi ai posti di prima fila… giri almeno la sedia e la disponga nella direzione giusta… Io offro… un biglietto molto caro, perché molto caro è il prezzo per prendere parte a questo dramma."

 

Eli Eyal, Una sfida: accettarla?, in "Diaspora e patria", Tnuat Hashomer Hatzair, 1984, trad. di Nomi Fajrajzen

 

L’Alià

"Senza essere accompagnato dalla benedizione di mio padre e dalle lacrime di mia madre, senza tallet e tefillin sono partito anch’io per tessere la mia leggenda… Lotterò fino all’ultimo… seguendo le mie azioni… Voglio che ognuno porti sulle sue spalle un fardello, il pesante fardello… In qualche posto ci sono paludi da prosciugare… c’è terra da seminare, da bagnare."

 

Shlomo Rechev, Lo Shomer Hatzair – Da movimento giovanile al Kibbutz Artzì, id.

 

a cura di Giuseppe Tedesco

 

Hashomer Hatzair

L’Hashomer Hatzair (la Giovane Guardia) nacque a Vienna nel 1913, dalla fusione di due gruppi sionistici: Hashomer (la Guardia), nato in Galizia, innervato di idee sionistiche e scoutistiche, e lo Ze’irei Zion (i Giovani di Sion), organizzazione sionista e socialista.

L’attenzione all’educazione e all’autodisciplina da parte di tutti coloro che aderivano al Movimento era uno dei caratteri distintivi dell’Hashomer Hatzair.

I primi membri del gruppo si stabilirono in Palestina nel 1919 subito dopo il primo conflitto mondiale. Molti kibbutzim vennero creati dal movimento e a tutt’oggi sono ancora un’ottantina riuniti nell’ex Kibbutz Artzì. La federazione del Kibbutz Artzì nacque nel 1927 per dare un corpo più solido alle idee del movimento. Inizialmente il Kibbutz Artzì contava solo 4 kibbutz con 200 membri ma negli anni a seguire l’impatto fu notevole in ogni comunità ebraica del mondo. I membri adulti del movimento, per coronare il loro cammino emigravano in Israele. Nel 1937 il primo Kibbutz di cittadini provenienti dagli Stati Uniti si stabilì ad Ein Hashofet, e venne chiamato con il nome di Louis Brandeis, un giudice, grande sostenitore dell’Hashomer negli Usa. Nel 2000 la Federazione si è fusa con altri gruppi similari e ha dato vita a HaTakam: il Movimento dei Kibbutzim Unificato.

Agli inizi della Seconda Guerra Mondiale gli aderenti erano circa 70 mila. Nel corso della rivolta del Ghetto di Varsavia del 1943, fu proprio un membro dell’Hashomer a distinguersi per coraggio e capacità di guida, Mordechai Anielevitch capo del dipartimento di Varsavia del movimento. Meno nota e poco valorizzata, seppure molto importante, è stata la partecipazione all’Insurrezione Slovacca a fianco dei comunisti durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’Hashomer Hatzair conta oggi oltre diecimila membri in Israele ed in altri 15 paesi del mondo. Il coronamento del percorso di chi aderisce all’Hashomer Hatzair, è come detto la alyà per vivere in un kibbutz del Kibbutz Artzì. Ovviamente soltanto una parte degli shomrim (membri del Movimento) vanno a vivere in un kibbutz, e non tutti rimangono poi per tutta la vita.

Le attività dell’Hashomer Hatzair in Italia oggi includono gli incontri nel ken (il luogo dove i membri del Movimento si riuniscono settimanalmente), i machanot (i campeggi, invernali ed estivi), le gite (della durata di un giorno o di un week-end), i viaggi in Israele per le kvutzot (gruppi) dei più grandi.

A capo di ogni ken è previsto uno shaliach, un compagno inviato da un kibbutz, che dirige il regolare svolgimento delle attività, si occupa della parte amministrativa e dei rapporti con il Movimento in Israele. Ma non sempre l’organigramma viene rispettato.

Paolo Di Motoli