Un iracheno tra noi
a cura di Angelica Calò Livnè (Edna)Sami Michael, nasce a Bagdad nel 1926. Fin dalla gioventù è coinvolto nella vita sociale e politica in Irak, è attivo nella sinistra e nei movimenti a favore dei diritti delluomo e scrive nei giornali irakeni. Nel 1948, a causa della sua attività politica viene arrestato e poi scacciato dallIrak. Fugge in Iran e poi emigra in Israele. Per quattro anni dirige in Israele i giornali arabi "Al-Yttichad" e "Al-Jadid". Dopo 15 anni dal suo arrivo in Israele inizia a scrivere in ebraico studiando la lingua da autodidatta.
I suoi due primi romanzi in ebraico "Uguali e più uguali" (1974) e "Tempesta tra le palme"(1975) risvegliano immediatamente lattenzione del pubblico israeliano. Il primo romanzo narra le vicissitudini degli ebrei irakeni e la dura realtà dei campi profughi nei quali vennero accolti dal neo Stato dIsraele in seguito alla grande immigrazione dallIrak negli anni 50. "Tempesta tra le palme" è la storia di una ragazzo ebreo in Irak durante la seconda guerra mondiale. Questo romanzo, che vinse il premio Zeev, è divenuto un libro di testo nelle scuole superiori israeliane ed è stato tradotto in russo e in tedesco.
Nel 1977 Sami Michael pubblica il romanzo "Rifugio" nel quale racconta il conflitto ebreo-arabo nel suo doloroso aspetto psicologico e sociale. Il romanzo, vincitore del premio Kugel, si studia nelle scuole superiori nelle lezioni di letteratura ed è tra i testi da presentare alla maturità.
"Un pugno di nebbia" (1979) narra di rivoluzionari ebrei e arabi in Irak attraverso la descrizione poetica della vita dellantica Comunità ebraica di Bagdad, prima della sua distruzione e alla vigilia della nascita dello Stato dIsraele.
Nel 1987 scrive "Una tromba nel wadi": limpossibile storia damore tra una ragazza araba di Haifa e un nuovo immigrante dalla Russia. Il romanzo è scritto in prima persona e chi parla è la ragazza araba che vive intensamente la sua vita di israeliana.
Nel 1993 scrive "Victoria", la storia di una donna che nasce allinizio del secolo scorso a Bagdad. Il racconto si snoda attraverso la sua storia di bambina, poi ragazza, donna e madre amorosa con le sue gioie e i suoi dolori e la pesante influenza dellIslam sulla propria vita. Per questo romanzo è stato insignito di numerosi e prestigiosi premi letterari.
Dal 2001 è stato eletto Presidente dellAssociazione per i Diritti Umani in Israele ed è stato insignito a Catania con il "Premio per la Pace delle tre religioni".
A.C.L.: Sami Michael ci accoglie in casa sua, sul Monte Carmelo. Gli chiedo di parlarmi di sé:
S.M.: Sono il prodotto di due culture, di due mondi che sono al centro di un conflitto sanguinoso: lisraeliano e larabo. Sono nato e cresciuto in Irak e lì ho compiuto i miei studi di maturità. La mia madrelingua è larabo. Ho iniziato a scrivere in arabo e non sono arrivato in Israele perché ero sionista, anzi, ero attivo nel Movimento Comunista clandestino irakeno e sono fuggito dallIrak non come ebreo o sionista ma come comunista. DallIrak sono fuggito in Iran e anche là ho cominciato a scrivere nei giornali contro la dittatura e le ingiustizie e quando mi resi conto che avrebbero potuto denunciarmi alle autorità irakene, lunico modo per salvarmi fu la fuga in Israele. Entrai a far parte della redazione del giornale comunista arabo e scrissi diversi reportage che ebbero grande riscontro tra il pubblico arabo.
Al mio arrivo non avevo una casa. Dormivo negli autobus, nei giardini pubblici. In seguito andai ad abitare in un quartiere arabo di Haifa. Nel frattempo arrivò la grande immigrazione degli ebrei dallIrak e furono sistemati nei campi profughi tra il 50 e il 52. Ero molto popolare tra gli arabi e poco conosciuto tra gli ebrei, anzi ero addirittura malvisto perché le autorità ebraiche si chiedevano come fosse possibile che una persona proveniente da un paese arabo non odiasse gli arabi tra i quali vivevo, anzi li capisse e li difendesse. Lebraismo irakeno era un ebraismo sui generis. Al contrario degli ebrei della diaspora europea che erano giunti da varie parti scacciati da ogni dove o esiliati, gli ebrei irakeni erano in quella terra da secoli, dal 586 a.c., dalla prima distruzione del Tempio da parte dei Babilonesi. La lingua araba degli ebrei irakeni è speciale, è mescolata allaramaico del Talmud scritto là. Lebraismo babilonese-irakeno, ha contribuito al fiorire della cultura araba. In Europa gli ebrei erano stranieri, in Irak erano gli arabi che erano stranieri, gli ebrei erano li da prima. Dalla nascita dello Stato dIsraele, le autorità irakene iniziarono a perseguitare gli ebrei, a scacciarli dalle scuole, dal lavoro.
Io arrivai in Israele con in mano tutte le carte sbagliate: parlavo la lingua del nemico, portavo con me le tradizioni del nemico e perfino il colore del nemico, sono scuro e il mio aspetto fisico è arabo. A quei tempi difendere un arabo era peggio che essere arabo. Chi difendeva un arabo era considerato un traditore e io neanche parlavo lebraico e lo studio dellebraico sembrava un sogno irraggiungibile; un avvocato, un medico possono passare da una lingua allaltra, ma uno scrittore? È unimpresa quasi impossibile ma lho fatto e completamente da solo.
A.C.L.: Eppure in Israele lei è molto popolare, i suoi romanzi sono divenuti testi per gli esami di maturità e molti sono stati adattati per il teatro e per la televisione.
S.M.: Perché cè chi riesce ad andare controcorrente e non si ferma davanti agli ostacoli. Docenti ed educatori che vedono un valore nei miei scritti li hanno imposti al Ministero dellIstruzione. Questo è forse il successo dei miei libri: non sono amato dalle autorità ma da chi fa letteratura e dagli educatori.
Mi sento metà ebreo e metà arabo e questo per molti è un fattore inquietante.Non pochi arabi vedono in me un nemico israeliano e molti ebrei mi considerano arabo; ricevo non poche lettere di minaccia e telefonate intimidatorie, dalle due parti.
5 anni fa sono stato invitato a Tunisi per un convegno organizzato dallUnesco dove sono intervenuti scrittori di tutto il mondo che scrivono in lingua araba. Il titolo era "Letteratura e poesia araba verso il terzo millennio". Ognuno è salito sul podio per parlare, quando è arrivato il mio turno cè stata una pioggia di fischi, grida e rimostranze. "Conosciamo e apprezziamo Sami Michael, ma qui non lo faremo parlare perché è un rappresentante di Israele!"
A.C.L.: Come ha ricevuto il permesso di entrare a Tunisi?
S.M.: Sono entrato con la protezione dellUnesco. Ma le proteste erano solo in pubblico perché in verità, quando si era tra noi erano con me molto gentili e tranquilli. Nei paesi arabi mi conoscono bene, ho un ottimo rapporto con molti arabi. Il mio libro "Victoria" è stato tradotto in arabo ed è molto apprezzato in Egitto per esempio. "Victoria", "Una tromba nel Wadi" e "Rifugio" si svolgono a Wadi Nisnas, dove ho abitato, dove vivono ebrei e arabi insieme con tutte le inquietudini, i drammi e i momenti di umanità commovente che comporta la loro convivenza.
Credo profondamente che la letteratura abbia un ruolo fondamentale nella società. Anche la medicina e lingegneria hanno un ruolo importante ma la letteratura è spirito e lo spirito non può essere avulso dalla realtà del mondo. Penso che uno scrittore non possa estraniarsi dalla vita che lo circonda. Io combatto, sento che devo reagire, non posso eludere la realtà. Anche in Israele reagisco così e sento che devo difendere gli oppressi, non ha importanza se siano arabi o ebrei, come molti arabi agirono con me quando vivevo in Irak. Questo è anche uno dei motivi per cui sono stato scelto come Presidente dellAssociazione per i Diritti dellUomo. Il mio nome è stato proposto ed accettato allunanimità da una commissione di ebrei e arabi. Tra i compiti dellassociazione cè la difesa delle minoranze in Israele, dei palestinesi nei territori, degli extracomunitari che lavorano in Israele. Inoltre ci occupiamo di donne maltrattate, delloppressione contro gli omosessuali, di ogni tipo di problema sociale e io sono molto orgoglioso di essere stato scelto. Ho ricevuto tre Lauree ad Honorem dalle Universita israeliane per questa mia attività.
Il Movimento per i diritti delluomo di Israele è riconosciuto nel mondo. Anche molti palestinesi si rivolgono a noi per ricevere aiuto. La nostra è una lotta comune. Non riceviamo finanziamenti economici dal governo ma offerte da tutto il mondo.
A.C.L.: Cosa pensa della Guerra contro lIrak?
S.M.: I motivi che spingono lAmerica a questa guerra sono sospetti. Gli Stati Uniti dicono due cose: "Vogliamo neutralizzare le armi per la distruzione di massa di Saddam Hussein". Queste stesse armi esistono in Iran, in Israele, nella Corea del Nord, in Siria e in America stessa. Sostengono di "voler liberare il popolo irakeno dalla tirannia del governo di Saddam Hussein" ma la tirannia dellArabia Saudita, del Quait, dellEgitto o della Libia non sono diverse. Preferirei che gli irakeni si liberassero da soli. Sono membro del Congresso Irakeno costituito da irakeni di tutto il mondo e sostengo la lotta per lautodeterminazione del popolo irakeno e la sua lotta contro il governo di Saddam. Non sono contro la guerra perché sono a favore di Saddam Hussein, sono contro la guerra perché chi pagherà il prezzo più caro sarà il popolo irakeno. L11 settembre è iniziata la guerra dellintegralismo islamico al mondo . Per la prima volta lAmerica sente il sapore della guerra in casa sua. In tutta la sua storia lAmerica non e stata mai attaccata. Anche nei momenti più difficili della seconda guerra mondiale nessuna nave e nessun aereo giapponese lhanno attaccata. LAmerica è molto patriottica. L11 Settembre ha lasciato un conto in sospeso con il suo orgoglio ferito. Lintegralismo islamico ha osato sfidarla e ora deve pagare. Chi perderà tutto sarà il popolo irakeno che si trova tra la stupidità di Saddam e lintegralismo islamico che ha risvegliato il nazionalismo americano.
A.C.L.: È molto coinvolto nella politica. Proprio come ha detto prima, uno scrittore non può essere avulso dalla realtà.
S.M.: Può, ma i suoi scritti non vivranno nel tempo. Uno scrittore è un incrocio dove si incontrano i pensieri e la vita. Uno scrittore non può non essere coinvolto. Se non vai a bussare alla porta della realtà, la realtà entra dalla finestra.
A.C.L.:Cosa pensa del nuovo quadro politico? La sinistra che aveva creato lo Stato dIsraele è sparita dalle scene.
S.M.: Oh, quella non era sinistra!
A.C.L.:Si ma ora chi è al governo è la destra e molti in Europa definiscono Arik Sharon criminale di guerra e fascista !
S.M.: Non credo che la "destra" di oggi sia diversa dal Mapai che ha creato Israele! Come si può considerare fascista un Paese dove il 50% ha votato a favore delluscita dai territori, ha votato contro la politica di Sharon? Un Paese dove ci sono elezioni democratiche, dove la stampa è libera. Nei paesi fascisti il popolo tutto si schiera con il governo. In Israele assolutamente no. Il fascismo porta i figli a denunciare i propri genitori! È una ideologia cieca. È vero, stiamo occupando ingiustamente e dobbiamo uscire al più presto. Ma non siamo un paese fascista. Non si considera fascista il Belgio nonostante ciò che ha perpetrato in Congo o in Ruanda, nè si considera fascista lInghilterra con la sua espansione nelle colonie e la Francia con tutte le atrocità che ha compiuto in Algeria. Oggi lAlgeria è un paese distrutto nello spirito che ancora cura le sue ferite. Eppure la Francia non si considera un paese fascista.
A.C.L.: Come si procede da qui? Che speranza abbiamo?
S.M.: Non credo che i due popoli decidano di rinunciare e di arrivare a un compromesso. Solo un intervento esterno potrà cambiare qualcosa. LEuropa e lAmerica devono imporre alle due parti di rinunciare alle proprie posizioni e non schierarsi da una sola parte. LEuropa oggi, schierandosi con il popolo palestinese incoraggia lodio, fomenta la guerra. Come ha fatto per trentanni lUnione Sovietica con i Paesi arabi. I Paesi arabi, dal canto loro, sono interessati che il conflitto tra Israele e Palestina continui. Mubbarak e Saddam Hussein hanno meno problemi interni quando tutte le attenzioni sono rivolte al conflitto Israele-Palestina. Non si può ricominciare da Oslo. Deve esserci unimposizione da fuori. Israele deve tornare ai confini del 67 e i palestinesi devono rinunciare al ritorno alla spartizione del 48 e al ritorno dei profughi in Israele.
A.C.L.: Che cosa sta scrivendo in questi giorni?
S.M.: Un nuovo romanzo, ispirato alla novella di Rassa Kanafani, un attivista palestinese ucciso in Libano. Ho continuato la sua novella. È la storia di una famiglia palestinese che durante la guerra del 48 abbandona Israele e il loro bambino rimane a Haifa e viene raccolto e allevato da unebrea sopravvissuta alla Shoah. Dopo anni di ricerche i genitori riescono a trovare questa donna che ormai si è affezionata al ragazzo. I genitori insistono per rivederlo e quando arriva appare con la divisa dellesercito israeliano. Inizia una lunga discussione con il padre naturale che alla fine lo maledice.
a cura di Angelica Calò Livnè (Edna)
Tratto da unintervista pubblicata su "Tempi"
per gentile concessione dellautrice
Angelica Calò Livnè (Edna), nata a Roma nel 1955, attivista della Shomer-ha-Tzair, nel 1975 ha compiuto lalià e da allora vive nel Kibbutz di Sasa nel nord della Galilea. Sposata con Yehuda, israeliano di nascita, ha quattro figli. Lavora come educatrice nel Kibbutz e insegna a Ybellin (un villaggio arabo vicino a Haifa) e allUniversità di Galilea di Tel Hai. Negli anni novanta è stata attivista di Shalom Akshav. Collabora a diversi giornali e riviste e recentemente in Italia è stato pubblicato il suo primo libro: "Un sì, un inizio, una speranza", ed. Tempi.