Israele
Una vita per il kibbutz
di Giorgina Arian Levi
Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio nella Casa di Cura del Kibbutz Cabri si è spento, fra le braccia della moglie Zilla, un grande amico, Sandro Sonnino. Aveva 84 anni e ha combattuto coraggiosamente anche contro la morte che da anni gli insidiava il cuore. Le intere giornate che trascorrevo con lui, in ogni mio viaggio in Israele, costituivano un insegnamento indimenticabile sulla storia, sui valori sociali e umani del kibbutz.
Lavevo conosciuto nellautunno del 1963, allorché il Partito Comunista Italiano, invitato dal partito fratello israeliano al proprio congresso nazionale, scelse come delegati il compagno Gerardo Chiaromonte della direzione e me, da pochi mesi eletta deputata. Contemporaneamente eravamo stati invitati anche dallorganizzazione del movimento kibbutzistico di sinistra, e Sandro Sonnino fu il nostro interprete e maestro.
Amava rievocare episodi della sua vita. Nato a Milano da famiglia agiata, per la sua intelligenza precoce i genitori avevano commesso lerrore di fargli saltare, nei primi otto anni di studio, ben due classi, cosicché egli, poco meno che tredicenne, visse la quarta ginnasio fra compagni di almeno due anni più anziani con un disagio tale che lo spinse a fuggire da casa e a imbarcarsi come mozzo su una nave. Fra tante avventure di quel viaggio si divertiva a ricordare la sua caduta nelle acque gelide della Patagonia e la salvezza per lintervento e lospitalità di una giovane pescatrice indigena.
Orgoglioso di avere avuto un bisnonno garibaldino, aderì al movimento partigiano, ma disgustato dellindirizzo politico dellItalia nel dopoguerra fece lalià per collaborare alla realizzazione in Erez Israel di uno Stato ebraico socialista quale aveva programmato il sionista ucraino Borochov, fautore dellautoemancipazione.
Da allora Sandro scelse di vivere sempre nel kibbutz, al cui sviluppo dedicò costantemente la sua intelligenza e la sua forza. Svolse ogni sorta di mestieri: io lo conobbi come autista di camion, e quando anche il suo kibbutz fu costretto a scelte di tipo capitalista, già anziano fu incaricato dellamministrazione di un annesso laboratorio di argenteria.
Il movimento unitario dei kibbutzim non religiosi gli aveva affidato per un certo periodo la supervisione del lavoro svolto da gruppi composti da giovani pionieri, singoli o gruppi famigliari, per la costruzione di nuove entità. Una volta lo accompagnai in una zona particolarmente rocciosa e compresi meglio la forza ideale che sosteneva quei giovani nella costruzione del loro piccolo nucleo di società nuova, nella quale la prima opera era stata la casa dei bambini.
Per oltre due anni, tra il 74 e il 76, Sandro svolse lincarico di consigliere culturale presso lambasciata dIsraele a Roma, dove ci incontrammo spesso. Alcune volte mi chiese di presentarlo a compagni della direzione del P.C.I. per consultarsi a proposito di alcune questioni, quale ad esempio come ottenere il superamento del divieto delle autorità sovietiche ai cittadini ebrei di emigrare in Israele.La lunga permanenza in Italia permise a Sandro di visitare in auto ogni angolo della penisola e di farne conoscere le straordinarie bellezze alla carissima moglie Zilla, che trascrisse ogni sua emozione di viaggio su numerosi quaderni.
Un giorno, nel bel mezzo della conversazione nel suo piccolo salotto a Cabri, improvvisamente esclamò: "In Israele non esiste il panettone".
Da allora ogni dicembre gli inviavo una scatola contenente un grosso panettone circondato da cioccolatini di varie specialità, che era accolto con gioia da tutta la famiglia, compresi i tre figli e i numerosi nipoti e a Sandro portava una traccia del profumo della sua sempre amata Milano.
Fedele ai suoi ideali sionisti, Sandro rimase convinto sino alla fine che il kibbutz socialista delle origini sarebbe risorto con la sua totale solidarietà.Comunicandomi per telefono la morte del caro mio amico, la forte e dolce Zilla aggiunse: "Ogni giorno della mia lunga vita con lui è sempre stato pieno di interessi".
Giorgina Arian Levi