Memoria

RICORDO DI

EMANUELE ARTOM

 di

Ugo Sacerdote

   

Sono passati sessanta anni, una vita, da quei giorni alla fine di marzo 1944, ma è ancora ben vivo nella mia memoria il ricordo di quell’ultimo pomeriggio passato con Emanuele a Perrero, in Val Germanasca; egli era sceso da La Gianna, ove aveva sede il Comando delle Bande partigiane di “Giustizia e Libertà”, per incontrarmi, consegnarmi della stampa clandestina da distribuire e darmi istruzioni e consigli sul lavoro politico che mi aveva assegnato presso la Banda partigiana della Sea. Con la primavera incipiente si faceva strada la speranza che, superato il primo duro inverno della lotta partigiana, il peggio fosse passato; le notizie dai fronti di guerra incominciavano a esser favorevoli (le difficoltà incontrate dai nazisti sul fronte russo, lo sbarco di Anzio, la battaglia di Cassino); il primo grande sciopero a Torino nelle città dell’Italia del nord era stato un successo; anche nel nostro più ristretto campo di azione avevamo compiuto con esito favorevole un attacco a Perosa, presidiata dai nazifascisti. Emanuele mi informò tuttavia che ci si attendeva un importante rastrellamento, già iniziato nella vicina Val Pellice; ma anche con questa prospettiva ci separammo la sera sereni, addirittura fiduciosi che la fine della guerra potesse essere ormai relativamente vicina.

Il giorno dopo i carri armati tedeschi risalivano la valle; come abbiamo poi saputo, Emanuele, per sfuggire al rastrellamento, con alcuni compagni cercò di passare in Val Pellice attraverso il Col Giulian, ma qui, sfinito per la lunga faticosa salita nella neve ancora alta, si lasciò catturare da una pattuglia di militi appartenenti alle SS Italiane. Sappiamo le tragiche vicende che seguirono: riconosciuto come ebreo, dopo quasi due settimane di inenarrabili dileggi e sevizie Emanuele morì in una cella del carcere Le Nuove il 7 aprile; fu sepolto in un luogo rimasto ignoto sulle rive del Sangone.

Nell’impegno di Emanuele nella lotta partigiana e nel suo stesso sacrificio si intrecciano i due temi che hanno caratterizzato tutta la sua vita: lo spirito patriottico risorgimentale ed il suo essere ebreo, frutto entrambi dell’educazione ricevuta nella sua esemplare famiglia. Il papà, il Prof. Emilio, era stato volontario nella prima guerra mondiale e considerava il Risorgimento come il sanzionatore non solo della unità e della libertà d’Italia, ma altresì dell’emancipazione ebraica. Il Prof. Emilio (fratello del famoso Rav Elia S. Artom), insegnante di matematica al liceo scientifico, aveva una profonda cultura umanistica ed anche della lingua, della letteratura e delle tradizioni ebraiche; la mamma, la Prof.ssa Amalia, anch’essa insegnante di matematica (per molti anni fu Preside della nostra scuola) era donna di grande cultura e sensibilità. Da entrambi i genitori Emanuele trasse la vocazione all’ insegnamento; anche nella sua attività partigiana si dedicò infatti con passione all’istruzione e all’educazione dei suoi compagni, spesso valligiani incolti o comunque ragazzi cresciuti nella scuola fascista ignorando completamente ogni nozione di libertà e di democrazia.

Come scrive nei suoi diari, Emanuele incominciò a dedicarsi all’ebraismo solo a diciotto anni occupandosi di attività giovanili della Comunità e, all’università, svolgendo uno studio sugli Asmonei. Gli fu affidata la biblioteca che, con il fratello Ennio, seppe trasformare da semplice luogo di scambio di libri in un vivace circolo giovanile, con riunioni regolari ogni settimana, in cui i frequentatori erano stimolati a preparare delle piccole conferenze su temi di cultura ebraica. Inoltre venivano organizzate delle gite in bicicletta o in montagna e delle simpatiche feste, soprattutto in occasione delle solennità ebraiche; io stesso, alla fine degli anni trenta, quando la “campagna razziale” era appena avviata, incominciai a partecipare a tali attività rinsaldando via via l’amicizia con Emanuele e con Ennio e trovando nuovi amici fra cui Primo e Annamaria Levi, Livio Norzi, Guido Bonfiglioli, Giorgio Segre, Franco Momigliano, Luciana Nissim; l’ambiente era molto accogliente e, nonostante fossi di alcuni anni più giovane, nessuno mi fece mai pesare la differenza di età o il diverso livello degli studi.

Dalle sue riflessioni di quegli anni sull’ebraismo Emanuele trasse alcune osservazioni (Diari, CDEC, Milano 1966, pagg. 30 e segg.) a mio giudizio assai valide: “L’ebraismo non è una religione, perché molti ebrei si considerano tali senza credere in Dio o credendovi in modo diverso dalla teologia ebraica, dato che questa ci sia; non è una razza, perché gli etnologi affermano il contrario; non è una patria, perché ci sentiamo legati alla terra di nascita; è una quarta cosa, unica tra gli uomini; siamo avvinti da una tradizione, come lo si può essere da una solidarietà di fede, di sangue o di luoghi (…) L’ebraismo ha un’augusta trimillenaria tradizione, la tradizione della moralità.(…) Esistono sistemi etici superiori all’ebraismo (…) ma essi sono inattuabili: la Bibbia rappresenta il massimo a cui possono giungere oggi gli uomini, non la si deve abbandonare perché oggi non è ancora un punto di partenza, è un punto di arrivo”.

Nell’inverno 1938-39 con Emanuele ed altri due amici affrontammo lo studio dell’ebraico moderno (Metodo Berlitz), guidati dal Prof. Emilio; in concomitanza furono frequenti le discussioni sul sionismo. In un primo tempo Emanuele aderì all’idea che la costituzione di uno Stato Ebraico in Palestina poteva offrire una soluzione per salvare gli ebrei dalle persecuzioni e prese in seria considerazione la possibilità di fare egli stesso l’aliah, tanto che in preparazione – nel 1939 – fece l’esperienza dell’aksharà. Successivamente tuttavia abbandonò l’idea anche in considerazione del rischio che, come era accaduto in Europa con i piccoli stati (Polonia, Belgio, Olanda) invasi dalla Germania, anche “lo Stato Ebraico con pochi milioni di abitanti non avrebbe assolutamente potuto difendersi”. Inoltre riteneva che dopo l’esperienza terribile della guerra il mondo avrebbe dovuto superare ogni concetto che potesse favorire l’antagonismo fra le nazioni, e temeva che anche il sionismo potesse dar luogo ad un nuovo nazionalismo.

Nell’autunno 1942, quando i bombardamenti su Torino si fecero intensi sfollammo con la famiglia di Emanuele a Moriondo; da allora i nostri rapporti divennero quotidiani, sia nelle serate a lume di candela (per la mancanza di elettricità nella villetta che avevamo affittato), sia nei quasi giornalieri avventurosi viaggi a Torino fra un bombardamento e l’altro; nei suoi Diari Emanuele narra molti episodi di quei giorni. Grazie alla familiarità con Emanuele e con la sua famiglia, proprio in quel periodo si formò e maturò la mia formazione civile e politica: vivemmo insieme i primi contatti con il mondo operaio, sui treni dello sfollamento al tempo degli scioperi del marzo ’43; con lui iniziai una timida attività clandestina per il Partito d’Azione e per il Movimento Federalista Europeo; con lui partecipai ai gioiosi cortei del 25 luglio alla caduta di Mussolini; insieme decidemmo di partecipare alla Resistenza .

Dopo alcuni mesi in cui avevamo militato in Formazioni differenti, ci ritrovammo all’inizio di febbraio 1944 a Rorà, ove Emanuele, che era diventato Commissario Politico delle Formazioni di “Giustizia e Libertà” della Val Pellice, mi chiese di collaborare con lui svolgendo attività di formazione politica fra i partigiani della Banda della Sea. Nonostante la sua costituzione fisica poco adatta alle fatiche e ai disagi della vita partigiana, d’inverno in montagna Emanuele era infaticabile nel visitare le varie Bande per portare la sua parola volta a incoraggiare i partigiani, spesso restii ai discorsi, e per spiegare loro le ragioni e gli scopi di una lotta non solo di liberazione ma altresì di rinnovamento democratico.

Egli era ben conscio dei pericoli che affrontava come ebreo oltre che come partigiano; poche settimane prima di essere catturato, con tragica preveggenza, scriveva nei suoi Diari: “Per il soldato la prigionia può essere anche un rifugio, per noi è la morte, e che morte! La morte di quel partigiano a cui i tedeschi strapparono le unghie prima di farlo fucilare”.

Ho cercato di ricordare Emanuele soprattutto dal punto di vista ebraico, accennando alla sua attività di partigiano e al suo sacrificio. Molti altri aspetti della vita di Emanuele dovrebbero esser ricordati: gli studi, l’attività di storico e di traduttore di classici, quella didattica, ma anche molte sue acute osservazioni filosofiche e politiche. Ogni volta che rileggo i suoi Diari sono colpito dall’acutezza e spesso dall’attualità di molte sue considerazioni.

Termino perciò auspicando che, come mi è stato recentemente segnalato, il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea voglia attivarsi con il massimo impegno per curare una nuova edizione, possibilmente critica e ampliata, dei Diari di Emanuele Artom.

 Ugo Sacerdote