Storia

Ebrei nell’esercito

di Giovanni Cecini

 

Tratto da G. Cecini, Ebrei e Forze Armate nel periodo fascista, Tesi di Laurea - Università "La Sapienza" - 2003 e da G. Cecini, Ebrei e Forze Armate nel periodo fascista, Memorie Storiche 2004, USSME - Roma (di prossima pubblicazione).

 

Militari ebrei

La partecipazione della popolazione di religione israelita alle lotte risorgimentali e quindi alla creazione dell’Unità d’Italia e del Regno fu ingente quanto attiva. Anche per questo motivo, a partire già dalla corte sarda di Carlo Alberto vennero emanate delle norme, affinché gradualmente anche a quella componente della società, fino a quel momento ghettizzata per motivi religiosi, fossero concessi i pieni diritti civili e politici.

A partire proprio dalla proclamazione dell’Unità un gran numero di cittadini ebrei entrarono a pieno titolo nella vita sociale della Nazione e dello Stato, come impiegati, insegnanti, politici e ovviamente anche come soldati di professione.

Tra i rami dell’impiego pubblico fu di primissimo piano proprio la carriera militare, che vide alla fine del secolo un numero sempre maggiore di ebrei in divisa. "Nel 1869 l’esercito italiano aveva 87 ufficiali e più di 300 soldati israeliti", ossia lo 0,6% degli ufficiali e lo 0,2% dei soldati, rompendo ogni proporzione, se si considera una media nazionale di 0,1% ebrei sull’intera popolazione, rendendoli molto rappresentati nelle Forze Armate. Vista la preminente estrazione borghese, intellettuale e di elevata istruzione che gli israeliti avevano, ciò poté avvenire soprattutto nel rango degli ufficiali, rendendolo ancor più che rappresentativo rispetto ai sottufficiali ed alla truppa. Solo nel 1860 entrarono nelle Scuole Militari 28 ebrei, fra i quali Giuseppe Ottolenghi, che raggiungerà i massimi gradi ed immediatamente prima di morire l’incarico di Ministro della Guerra tra il 1902 ed il 1903. L’Annuario del 1895 dell’Esercito Italiano conteneva circa 700 ufficiali ebrei [inclusi i riservisti - ndr]. Nel 1900 il solo esercito annoverava 163 ufficiali in servizio permanente, secondo una testimonianza dell’epoca.

La Prima Guerra mondiale contò tra l’altro 21 generali israeliti e nel 1920 si contarono nelle amministrazioni dello Stato 3259 ebrei, dei quali 267 del Ministero della Guerra (comprendente allora anche l’Aeronautica) e 117 da quello della Marina.

L’ascesa al potere del Partito fascista e la costruzione graduale della dittatura mussoliniana non mutò la realtà preesistente, anzi lo stesso Duce spesso non solo esaltò lo spirito eroico di alcuni Ebrei, ma favorì per esempio nella prima metà degli anni ’30 lo sviluppo di una Scuola marittima a Civitavecchia per giovani sionisti.

Come è noto, le cose iniziarono a cambiare a partire dal 1936-1937, quando sia per motivi razziali/coloniali, sia per motivi di rinnovamento dello spirito fascista, ma soprattutto per interessi opportunistici di politica estera per legare in maniera ferrea l’Italia fascista all’antisemita Germania nazista, che anche nella – fino ad allora tollerantissima – Penisola trovò spazio il vergognoso fardello antigiudaico.

Per coerenza a questi nefasti destini, anche le Forze Armate si adeguarono a questa deprecabile condotta. Prima in maniera larvata, poi a colpi di circolari ministeriali, fino ad arrivare alla vera e propria Legislazione antiebraica, qualsiasi militare dichiarato "di razza ebraica", venne espulso non solo da quello che rappresentava l’unico modo di sostentamento, ma soprattutto da quello che per molti era una missione, nonché il sentimento più alto per sentirsi legato alla propria Patria.

A partire dal 1 gennaio 1939 iniziarono i congedi per gli appartenenti alle Forze Armate, senza possibilità alcuna in questo caso di appellarsi ai singoli meriti passati, anche se dichiarati "discriminati" o nel frattempo battezzati. L’effettivo invio in congedo per motivi razziali fu attuato in maniera abbastanza puntuale da parte dei Corpi e dei Distretti Militari, evidenziando anche fin troppa indifferenza per la sorte di un così gran numero di validi e ineccepibili soldati, distintisi più volte di fronte allo Stato ed al regime.

Per quanto riguarda il R. Esercito vennero congedati 25 generali tra quelli in Ausiliaria od in Riserva, tra cui Guido Liuzzi ed Emanuele Pugliese. Gli ufficiali in servizio permanente attivo che furono posti in congedo furono 81. Tra gli ufficiali non in servizio furono congedati 2952 ebrei, elevando quindi il numero a 3057 ufficiali ebrei congedati nell’intero Esercito.

Per quanto riguarda la R. Marina gli ufficiali in servizio posti in congedo furono 29.

Per la R. Aeronautica gli ufficiali in servizio (attivo e complemento) posti in congedo furono 38, ai quali si debbono inizialmente aggiungere almeno altri 44 militari, tra gli ufficiali di riserva, i sottufficiali e la truppa.

La Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale congedò 279 ufficiali, di cui 196 operativi e 83 di ruolo sanitario.

Nella Guardia di Finanza non si riscontrarono ufficiali ebrei e quindi non ci fu nessun congedo.

Non mancarono richieste di ripensamento, suppliche e altri innumerevoli tentativi da parte di molti militari per intenerire Mussolini, i gerarchi ed il Re. Tutto ciò risultò vano e anche le numerosissime e sentite offerte di volontarismo, inviate allo scoppio della Seconda Guerra mondiale non cambiarono affatto la triste situazione di tutti quei soldati che fino al 1938 erano stati elogiati e innalzati sugli allori come eroi e fedeli servitori della Patria e del regime.

Molti militari, come l’ammiraglio Capon o il generale Bachi, videro tragicamente la fine della loro valorosa vita insieme a tanti altri loro correligionari nelle camere a gas, traditi in quel patto di fiducia sancito con lo Stato italiano nel periodo risorgimentale.

 

Rabbinato militare

Nel corso della Grande Guerra, un sollievo per i combattenti al fronte fu la figura dei religiosi addetti ai reparti e anche la minoranza israelitica trovò la possibilità di usufruire dei conforti spirituali attraverso l’opera di alcuni rabbini militari equiparati ai cappellani cattolici e protestanti. Alla fine delle ostilità, i rabbini vennero tutti congedati e non si sentì più la necessità di impiegare personale per l’assistenza religiosa degli ebrei in grigio-verde, fintantoché un’altra guerra italiana non si fosse profilata all’orizzonte: la guerra di Etiopia.

Ovviamente il sopraggiungere della crisi nelle colonie non poteva che interessare anche la componente ebraica della società italiana; a tal proposito ai primi di giugno, da parte degli alti esponenti dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, ci fu un certo fermento per la discussione intorno alla possibilità della rinascita del Rabbinato militare.

Nella comunità di Roma già il 10 luglio un giovane pro-rabbino, Amedeo Terracina – al momento sottotenente in servizio presso il III Btg. del 7° Rgt. fanteria a Bracciano – faceva richiesta all’Unione per una sua partecipazione attiva all’iniziativa. Tali circostanze propizie per dimostrare ancora una volta il patriottismo degli Italiani ebrei portarono a dei contatti con il Ministero della Guerra.

Ottenuta l’autorizzazione da parte del ministro, l’Unione vide opportuno nominare un rabbino effettivo e un sostituto per ciascuno dei Corpi d’Armata dislocati in Africa Orientale. La scelta di Sonnino e Terracina appariva quasi obbligata per le loro capacità, ma il problema sorgeva nella scelta dei due loro coadiutori, vista la mancanza di titoli rabbinici e di cultura civile nella maggior parte degli altri aspiranti, che nel frattempo avevano fatto domanda. Queste perplessità portarono quindi il presidente dell’Unione Ravenna a sospendere le selezioni e limitarsi per il momento alla domanda al Ministero per i due titolari pro-rabbini Sonnino e Terracina, almeno sicuri e affidabili, "riservandomi in un secondo tempo la nomina dei coadiutori".

Venne adottata la divisa secondo la circolare ministeriale n. 1059/2 del 28/10/1935, che ricalcava quella per gli ufficiali in A.O., con i relativi distintivi: controspalline nere; bracciale internazionale della convenzione di Ginevra; spilla in smalto rosso e bianco rappresentante l’emblema ebraico, sul lato sinistro del petto; filettatura scarlatta delle bande dei pantaloni; distintivi divisionali e mostrine delle unità d’appartenenza, con l’aggiunta per il copricapo del vecchio fregio ebraico della Grande Guerra. Inoltre, su richiesta dei pro-rabbini, ciascuno ebbe in dotazione per i riti e le pratiche religiose: tre Taledot, 2 paia di Tefillin, 4 Siddurim, 3 bibbie, 1 Hanucà e un coltello per Schechità.

L’Ufficio Ordinamento e Mobilitazione del ministero comunicò ai due interessati le loro destinazioni (per Sonnino, Eritrea – Comando Superiore A.O. – Intendenza; per Terracina, Somalia – Comando del Corpo di Spedizione) e la data del 5 novembre per la presentazione al comando della Base A.O. di Napoli, per essere imbarcati sul primo piroscafo disponibile.

Per quanto riguarda Sonnino, i rapporti con i superiori furono ottimi, soprattutto il gen. Dall’Ora si rese particolarmente disponibile, tanto da permettergli la costruzione di un piccolo tempio in legno ad Asmara (costo £ 80.000). Sonnino legò moltissimo anche con la società locale, tanto da raccogliere offerte per una somma di £ 26.000, con la quale comprò un chilo d’oro zecchino e due di argento, donati durante una cerimonia patriottica il 17 dicembre in presenza del commissario regionale, del podestà e del federale, che ringraziò "inneggiando le virtù patriottiche degli Ebrei Italiani".

Diversa sorte toccò a Terracina che ebbe grosse difficoltà sia di natura logistica, che di natura collaborativa con i suoi diretti superiori, rendendo praticamente inutile la sua presenza in Somalia, che si concluse in breve con il suo rimpatrio.

Conclusasi così la sua esperienza rabbinica in Somalia, Ravenna [Presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche ndr] non disperò e si preoccupò di impiegare nuovamente Terracina oltremare, ma in località dove la sua opera sarebbe stata più utile; chiese il 29 marzo al Ministero di inviarlo in Eritrea, da dove Sonnino richiedeva urgentemente un rinforzo. La risposta, di quello stesso giorno da parte del gen. Bancale, comunicò che Terracina era stato assegnato allo stesso reparto di Sonnino.

In primavera, quindi, i due pro-rabbini si ritrovarono nello stesso scacchiere, ma per poco, perché Sonnino fece domanda per essere rimpatriato in vista degli esami della sessione estiva del Corso superiore del Collegio rabbinico; la fine delle ostilità, la sua partenza e l’arrivo di Terracina avrebbero quindi reso inutile la sua ulteriore appartenenza alle Forze Armate; per questo richiese il congedo, che avverrà in data 18 giugno 1936 da parte del D.M. di Roma. Una delle sue ultime iniziative fu la celebrazione, domenica 10 maggio nel Tempio di Asmara, di una funzione di ringraziamento a Dio, per la vittoria della guerra e la proclamazione dell’impero, alla presenza delle più alte autorità locali.

Rimasto unico officiante israelita in A.O., Terracina fece il possibile per riscattarsi dal fallimento precedente e prima della smobilitazione generale, si impegnò a raggiungere anche i correligionari più lontani e sperduti. Oltre alle località già visitate come Adua, Axum e Macallè, raggiunse anche lo Scirè, Selaclacà, Debengiunà, arrivando oltre il fiume Tacazè (in tutto circa 1000 km).

Così ebbe termine la presenza di ministri di culto per i militari italiani di religione ebraica, fatto non di poco conto se si considera che solo due anni dopo verrà inaugurata ufficialmente la Legislazione antiebraica, con la quale il fascismo inaugurò l’antisemitismo di stato anche nel, fino ad allora tollerantissimo, Regno d’Italia.

Giovanni Cecini

 

Nota: per motivi di spazio la redazione si è presa la libertà di effettuare alcuni tagli e limitati ritocchi rispetto al testo originale