Lettere
Alla nostra generazione
Aprendo l’ultimo numero di Ha Keillà sono stata immediatamente attratta da un articolo di Anna Segre intitolato "Alla mia generazione". Ho pensato, ma guarda, sono io la sua generazione, vediamo cosa ha da dire Anna, chissà che non sia una buona occasione per lanciare idee e richiamare gente. Peraltro Anna è una persona con la quale sono sempre stata in sintonia, sarebbe bello rifare qualcosa insieme!
Ebbene sono rimasta un po’ perplessa.
Io sono una di quelle persone che è capitata in ComunitAttiva diventando, in modo del tutto inaspettato, anche Consigliera della Comunità.
Ho iniziato questa avventura con molti altri tra i quali anche Anna. Abbiamo spesso discusso del ruolo che avrebbe dovuto avere questo nuovo gruppo e, almeno per quanto mi riguarda, ho iniziato a lavorare proprio a prescindere dal Gruppo di Studi Ebraici e non per contrappormi ad esso.
Ricordo perfettamente il momento in cui Anna ha deciso di abbandonarci.
Abbiamo molto discusso ed insistito affinché Anna restasse con noi, peraltro ritenendo che la sua presenza potesse essere il giusto collegamento tra i due gruppi.
Nel suo articolo Anna descrive ComunitAttiva come un gruppo di persone che si riunisce con il solo scopo di sparlare del GSE, senza alcun apporto costruttivo o culturale al mondo comunitario, con i propri consiglieri che tengono banco per accusare di ogni nefandezza i consiglieri di parte avversa.
Ritengo che l’ articolo di Anna non dia una visione corretta della realtà.
Quando noi consiglieri di ComunitAttiva siamo stati eletti, abbiamo deciso di condividere la gestione comunitaria con il Gruppo di Studi e ci siamo divisi incarichi e responsabilità. Questa scelta è stata dettata, da un lato, dalla volontà di conoscere e comprendere a fondo le questioni e le problematiche comunitarie per essere in grado, nel tempo, di intervenire correttamente, dall’altro dal dovere di non defilarci a priori dalle responsabilità gestionali.
Credo che, qualora il nostro scopo fosse stato esclusivamente quello di criticare pedissequamente l’operato altrui, avremmo potuto raggiungerlo più facilmente restando all’opposizione. Abbiamo, invece, deciso di metterci in gioco, e questa nuova esperienza ha occupato molta parte delle nostre energie.
Dopo quattro anni di lavoro, discussioni, scontri ed incontri, sono certa di poter affermare tanto per me, quanto per la maggior parte dei membri di ComunitAttiva, di non potermi riconoscere in nessun modo nella descrizione tracciata da Anna.
Siamo in molti, in CA, ad apprezzare il lavoro svolto negli anni dal Gruppo di Studi ed a conoscere e stimare molti di coloro che vi appartengono.
Ciò non toglie, però, che ci siamo trovati spesso in disaccordo con i consiglieri espressione del GdS, o almeno con parte di essi, sul modo di affrontare e condurre alcune questioni Comunitarie. In una gestione condivisa questo ha creato disagio e frustrazione in molti di noi, disagio e frustrazione che sono stati espressi, da alcuni, anche in sede di riunione del nostro Gruppo. La libertà di opinione comporta, talvolta, anche questo tipo di inconvenienti(!).
All’interno di ComunitAttiva convivono anime diverse tra loro. Questo aspetto, se da un lato è una delle ricchezze di ComunitAttiva in quanto costringe a confrontarsi continuamente per trovare una risposta adeguata alle diverse opinioni ed istanze, dall’altro può portare a situazioni di impasse che possono far perdere di vista alcuni obiettivi. L’importante è accorgersene e correggersi.
ComunitAttiva avrà sicuramente commesso degli errori (chi non ne fa?), ma penso che in questi quattro anni abbia anche seriamente contribuito a cambiare e migliorare molte cose.
Sono ormai 3 anni che Anna non partecipa ad una nostra riunione e non credo che possa conoscere ancora chiaramente il quadro della situazione.
Per quanto mi riguarda, mi sono buttata in questa esperienza proprio perché mi sembrava che in questa Comunità mancassero voci nuove e nuova linfa: un gruppo di giovani, forse inesperti, magari a volte impulsivi, ma certamente con la voglia di lavorare per cambiare e magari provare a migliorare qualcosa.
È vero che noi ci siamo presentati fin dall’inizio in modo critico nei confronti delle ultime gestioni comunitarie, ma credo che una sana critica ed un dibattito costruttivo possano solo giovare alla vita della Comunità.
Ho lavorato per quattro anni, insieme ai miei quattro compagni di avventura eletti nella lista di ComunitAttiva, cercando di operare nel modo che di volta in volta mi sembrava migliore per la Comunità. Ho cercato di comportarmi con la massima correttezza, ma anche con fermezza lì dove ritenevo di dover portare avanti determinate idee e posizioni. Mi sono battuta contro le decisioni che reputavo sbagliate ed ho sempre operato nella direzione che mi sembrava al momento più giusta a prescindere dagli schieramenti.
Ritengo che l’esperienza in ComunitAttiva sia servita ad iniziare a conoscere più da vicino la Comunità con le sue problematiche. Ritengo anche che, dopo quattro anni di "rodaggio", oggi sia più facile, per tutti noi, tentare di perseguire con più determinazione e maggiore cognizione di causa molti degli obiettivi per i quali CA è nata. Tra questi obiettivi, come ricorda Anna nel suo articolo, c’è anche un percorso culturale che possa soddisfare le esigenze e le curiosità dei membri del gruppo e, chissà, con il tempo, attrarre l’attenzione di altre persone proprio "della nostra generazione". Ebbene è proprio su questo tema che oggi stiamo concretamente lavorando con un progetto già avviato che risponde a quanto Anna chiede.
Cara Anna, condivido pienamente le tue considerazioni sull’importanza di ritrovare "la nostra generazione", condivido anche la necessità di farlo promuovendo iniziative concrete e lasciando da parte logiche di partito e schieramenti, ma per fare questo serve il tempo e la voglia di lavorare, organizzare, proporre, e sicuramente a volte è anche necessario discutere e scontrarsi, serve quindi un "gruppo" di lavoro.
ComunitAttiva è nata proprio con gli scopi di cui tu parli. Tuttavia questi obiettivi saranno raggiungibili solo se le persone che maggiormente potrebbero contribuire al loro perseguimento non si arrendono, ma anzi continuano a partecipare e ad essere propositive insieme a coloro con i quali esiste identità di intenti.
Ti esorto, quindi, a ripensare alle valutazioni che hai fatto perché molti giovani della "tua generazione" al momento attivi in Comunità e decisi a portare avanti questo tipo di progetto, sono proprio in ComunitAttiva. Molti di loro sono persone con cui hai già condiviso momenti importanti della tua vita ebraica e con cui sai anche tu di poter lavorare in modo costruttivo.
In ogni Gruppo si può andare più d’accordo con alcuni e meno con altri, ma se gli uni lasciano allora, sicuramente, gli unici obiettivi perseguiti saranno quelli degli altri.
Claudia Abbina
Ringrazio Claudia per aver risposto al mio appello, utilizzando – come auspicavo – HK come occasione per uno scambio di idee allargato, e mi fa piacere apprendere che a Torino c’è di nuovo qualcuno che sta organizzando attività culturali per la nostra generazione. Colgo l’occasione per un paio di chiarimenti che forse si rendono necessari. Prima di tutto, io nel mio articolo non ho voluto entrare per nulla nel merito del lavoro svolto da ComunitAttiva nell’ambito del consiglio della comunità; personalmente sono ben consapevole della passione, dell’impegno e della competenza che Claudia ha dimostrato in tale ambito, ma non è di questo che intendevo occuparmi, né intendo farlo adesso, anche perché Ha Keillah ha dato già la parola su questo tema ai diretti protagonisti con le interviste pubblicate negli ultimi due numeri. Le mie riflessioni riguardavano ComunitAttiva come gruppo di coetanei nato con lo scopo dichiarato di aggregare il maggior numero possibile di persone; in questo senso mi pare evidente che tale obiettivo non è stato raggiunto (almeno, finora), e nel mio articolo cercavo di analizzare quali, a mio parere, possano essere le ragioni di questo parziale insuccesso, partendo dalla mia esperienza soggettiva: ho preso me stessa come esempio di persona che ha frequentato il gruppo per un certo periodo e in seguito se ne è allontanata, presumendo che le mie impressioni potessero essere condivise da altri, e che quindi potessero costituire per gli amici di ComunitAttiva un utile strumento di riflessione. Così, quando ho parlato delle critiche verso i consiglieri del Gruppo di Studi o verso Ha Keillah non intendevo dire che questa fosse la linea ufficiale di ComunitAttiva, ma semplicemente esternare un mio disagio soggettivo provato in determinate occasioni, perché mi sembrava utile, anche per voi, riflettere sui motivi per cui alcune persone che hanno frequentato il vostro gruppo ad un certo punto si siano sentite a disagio in esso.
È ovvio che esiste la libertà di parola, ma è altrettanto ovvio che questa talvolta può entrare in conflitto con l’obiettivo di allargare la base dei partecipanti (facendo un esempio estremo di tutt’altro genere: se in un gruppo ci fosse qualcuno che ripete continuamente che un certo partito politico è una banda di criminali, è chiaro che gli elettori di quel partito cesserebbero di frequentare quel gruppo; allora, se la maggioranza li ritiene realmente dei criminali, meglio perderli che trovarli; in caso contrario, si cercherebbe di utilizzare un linguaggio diverso). La scelta tra la libertà di parola senza freni e la necessità di non escludere o mettere a disagio nessuno è un equilibrio molto difficile da trovare (lo è anche per il Gruppo di Studi), ma la mia opinione (che sostenevo nell’articolo) è che ComunitAttiva non lo abbia trovato, e abbia perso molti potenziali partecipanti senza che ci fosse realmente una grave incompatibilità di opinioni con queste persone. Ribadisco la mia volontà propositiva: vorrei che a Torino nascesse (o rinascesse) un gruppo di coetanei aperto a tutti (o almeno a tutti quelli che non hanno opinioni realmente incompatibili), e che a questo gruppo si potesse partecipare indipendentemente dal sostegno all’una o all’altra lista comunitaria. Con quale nome poi questo gruppo debba essere chiamato mi pare un problema del tutto secondario; per questo, secondo me, alla fine Claudia ed io stiamo dicendo entrambe la stessa cosa.
A.S
Pesach e 25 aprile
Si avvicina il 25 aprile 2005, sessantesimo anniversario della Liberazione, e la domanda cui dare risposta è molto semplice: come possiamo passare sotto silenzio quella data, conciliando le norme di Pesach con l’esigenza di salvaguardare la memoria di un’altra liberazione, altrettanto decisiva per l’Italia e per gli ebrei che venivano finalmente reintegrati nei propri diritti, primo fra tutti quello alla vita? Dalla Resistenza è nata l’Italia democratica, fondata sulla Costituzione repubblicana.
Le celebrazioni si svolgeranno infatti il secondo giorno di Pesach, primo dell’omer, e si concluderanno presumibilmente prima che inizi, quella sera stessa, il periodo di chol hamoed. D’altronde, dobbiamo tener ben presente che quest’anno la ricorrenza potrebbe assumere un significato speciale: anziché un giorno solenne e gioioso, di festa nazionale e universale, rischia di trasformarsi in un altro momento di scontro politico, nell’attuale fase di revisionismo storico che l’Italia sta subendo ad opera dell’attuale governo. È tra l’altro evidente che il Parlamento ha tentato in tutti i modi di dilazionare nel tempo l’approvazione dei contributi per i festeggiamenti in modo da condizionarla con l’iter della legge che riconosce lo status di belligeranti a quanti prestarono servizio militare nella Repubblica Sociale Italiana, e si è visto costretto, in extremis, a rinunciare a tale proposito. L’intento è comunque quello di equiparare i repubblichini ai partigiani e a quanti scelsero di lottare contro il nazifascismo, e allo stesso tempo, ridimensionare la Resistenza a guerra civile.
Non penso che possiamo prestarci a questo gioco. Eppure proprio la coincidenza tra le due ricorrenze può fare insorgere nell’opinione pubblica, ignara delle difficoltà di conciliare i due avvenimenti, l’idea che le comunità ebraiche concordino con la visione riduttiva propugnata dal governo, e privilegino comunque l’aspetto "religioso".
Non potrebbe essere finalmente questa l’occasione per i cosiddetti "laici" di rappresentare le nostre comunità? Come singoli, problemi evidentemente non ci sono; ma a partecipare in quanto membri a pieno titolo delle nostre comunità? Sarebbe l’occasione, forse più giusta, per riaffermare il nostro ruolo nell’ambito di un’organizzazione in cui l’aspetto "religioso" sta diventando soverchiante, se non addirittura esclusivo. Riprendiamoci il diritto di sfilare (andare e tornare a piedi), di ascoltare discorsi, persino di intervenire pubblicamente a nome dell’ebraismo italiano. E se poi da questo ci venisse richiesto di non usare microfono e altoparlante, accettiamo di distribuire un testo scritto, (anzi sarebbe forse anche meglio).
Renata Segre, Venezia
Febbraio 2005
Il veleno del fanatismo
Cari Amici!
Voi nell'ultimo numero giustamente Vi aspettate che le autorità rabbiniche condannino SENZA SE E SENZA MA coloro che in nome di un fanatismo eversivo minacciano di morte Ariel Sharon di null'altro "colpevole" che di voler arrivare ad una pace ragionevole.
Voi evidentemente non considerate che la Halachà è basata sui SE e sui MA e dunque si possono trovare attenuanti anche per gesti fanatici ed eversivi; le autorità rabbiniche sono pertanto incapaci di pronunciare condanne senza se e senza ma.
A forza di ragionamenti halachici si è giunti alla FONTE DELL’ACQUA AVVELENATA E I DISCEPOLI BEVENDOLA MUOIONO AVVELENATI, come temeva a suo tempo Eutalion. Il veleno è anche il fanatismo per cui non c'è stata condanna netta: né per l'assassinio di Rabin né per le minacce di morte a Sharon; si troverà sempre un se e un ma; mi rendo conto che verrò aspramente criticato ma non me ne importa niente.
Wolf Murmelstein
Pietanza e contorno! Ma non siamo alla frutta?
Caro Rav Somekh,
sono come sempre felice che un mio intervento provochi od alimenti un dibattito in campo ebraico e per questo mi accingo con soddisfazione a rispondere alla sua lettera.
Premetto che, nonostante le grandi differenze ideologiche, nutro nei suoi confronti un profondo rispetto confermato anche dalla soddisfazione con cui mio figlio Davide commenta le sue lezioni durante le manifestazioni di Reshet (che frequenta oltre l’Hashomer Hazair).
Nell’ambito di questa premessa desidero anche sottolineare che il mio articolo sul Moked è una analisi reale e concreta di fatti e non di teorie, e che non è più accettabile che un movimento che ha dato un contributo fondamentale nella storia della gioventù ebraica continui a vivere un ostracismo che non merita.
Ciò premesso è evidente che né Lei né io potremo in nessun modo convincere l’altro della correttezza delle proprie idee e questo dibattito tra le due correnti di pensiero ha sempre animato, a mio parere in maniera positiva, la vita delle nostre Comunità. Ciò che invece sicuramente ci unisce è l’assoluta volontà e necessità di lottare in maniera che le nostre Comunità possano continuare a vivere e non a sopravvivere.
Non intendo naturalmente farmi portavoce di ciò che è il pensiero cosiddetto "laico" che è pieno di sfaccettature e idee completamente diverse ma ritengo che una delle differenze sostanziali di queste due correnti di pensiero sia la convinzione che il potere religioso di tutte le religioni, che in epoche passate ha spesso rappresentato il potere assoluto, si sia adoperato, o perlomeno abbia spinto, per mescolare in maniera quasi indistricabile le componenti che, a mio modo di vedere, rappresentano i pilastri del riconoscimento di un popolo: La cultura, la tradizione, la lingua, la religione, la terra.
Ebbene io, e non credo di essere il solo, ritengo che questo non sia un modo corretto di vedere la questione e che in effetti queste componenti siano divisibili e che possa anche esistere un modo di vivere l’ebraismo in maniera non ortodossa. Attenzione non si tratta di un dibattito tra atei e credenti! Si tratta di capire e di ammettere, che la stragrande maggioranza degli ebrei italiani non è religiosa nel senso stretto del termine e che non può continuare a sentirsi in difetto per questo diverso sentimento, fermo restando che spesso queste stesse persone hanno un fortissimo attaccamento alla Comunità ed all’ebraismo più in generale.
Il vero e drammatico problema è che ho la sensazione che siamo arrivati alla "frutta". I ragazzi delle nuove generazioni si stanno sempre più allontanando dalla vita comunitaria e non so e non credo, se il motivo sia da ricercare in una religiosità più o meno spiccata. La sensazione è che abbiamo mancato probabilmente tutti di quella creatività che avrebbe forse dovuto trovare quella spinta ideologica che non esiste quasi praticamente più nella società, creando i presupposti per una diversa offerta di impegno ideologico e concreto ai nostri ragazzi. Ci siamo bellamente seduti sugli allori! Solo per dare un dato: in una riunione di circa un anno fa con responsabili di uffici giovani abbiamo determinato che ormai solo circa il 10% dei giovani partecipa in maniera continuativa alle attività.
Un unico appunto sulla sua lettera relativo alla frase: "l’Hashomer Hazair, che ha avuto il merito (se non altro) di spingere tanti all’aliyah" Mi permetta di affermare che L’H.H. di meriti ne ha avuti enormemente di più. Ci ha dato la possibilità di vivere intensamente il nostro ebraismo, ci ha dato ideologia, impegno, rispetto per noi stessi e per gli altri ed una profonda felicità ed appagamento nello stare insieme.
Spero sinceramente di poter dibattere con Lei dal vivo questi temi che rappresentano realmente il futuro dei nostri figli ed il nostro.
Shalom
Umberto Lascar