Libri

Fuori linea

"Fuori linea, dal riflusso ai nuovi movimenti" (ed. Affinità elettive) di Sergio Sinigaglia è la seconda puntata di un’autobiografia politica (la prima è del 2002 ed ha come titolo: "Di lunga durata"), che dopo gli anni della militanza – i mitici anni ’70 – in Lotta Continua, del cui giornale Sergio fu anche un redattore, narra il percorso successivo sino ai giorni nostri. Sergio, a differenza di molti altri protagonisti della "meglio gioventù" non ha abiurato ma ha continuato, in contesti e con metodologie differenti, un serio impegno sociale e politico che lo ha portato all’incontro col cosiddetto movimento no-global (oggi collabora tra l’altro con "Carta" una delle riviste più prestigiose di quest’area. Sergio è figlio di una conosciuta famiglia ebraica di Ancona e uno degli aspetti che sicuramente possono interessare di più i nostri lettori è il suo rapporto con l’ebraismo. Come molti ebrei che hanno condiviso lo stesso percorso di lotte, dopo la delusione per la sconfitta degli anni ’70, Sergio riscopre quella parte delle nostre molteplici identità che investe le radici, ma a differenza di tanti, forse troppi, non con un recupero totalizzante di questa, magari approdando all’integralismo religioso (coerente, in un certo senso con il furore ideologico dei ’70, poiché usa lo stesso estremismo semplificatorio), ma attraverso invece un recupero più ragionato, con una parola abusata laico, della tradizione ebraica, cosa che risulta più in linea con la radicalità tipica di quel decennio, ben differente dall’estremismo (pur se ci conviveva nello stesso movimento), che vedeva nella ricerca e nella sperimentazione uno dei pochi dati di vera emancipazione, non solamente politica, ma anche culturale, nella storia del nostro paese.

Certo questo approdo all’ebraismo di Sergio, essendo antidogmatico, risulta più faticoso e denso di contraddizioni come risulta bene da questo passo: "Tra le tante identità, presenti in me, quella ebraica ad un certo punto è "ricomparsa", stimolando in me una riflessione su una realtà che mi riconduceva alle mie origini, ai miei genitori. E la cosa è stata lacerante, perché essere ebreo, purtroppo, anche oggi non è una cosa semplice. Non lo è nella definizione. Vuol dire essere religioso? Osservare certe abitudini? Essere nati da madre ebrea? Sentirsi di appartenere ad una determinata cultura, ad una determinata civiltà? Non lo è in base a criteri "politici". Chi critica Israele è accusato di "antisemitismo", e lo stesso vale per chi si dichiara antisionista. I tanti ebrei, italiani e non, dei quali mi sento parte, che da alcuni anni hanno detto chiaramente a Sharon che non può parlare a nome di tutte le donne e di tutti gli uomini della diaspora ("Non in nostro nome"), sono stati definiti, non molto tempo fa, da un autorevole esponente della comunità romana, "pseudo ebrei". Chissà forse pensava a una riedizione della limpieza de sangre di triste memoria, naturalmente al rovescio! "L’occasione per questa rivisitazione delle sue radici viene offerta a Sergio dal rapporto con suo zio, che dal 1947 fece la sua alyà e che fondò un kibbutz a Haogen". Sergio instaura con lo zio e la moglie una dialettica sul problema palestinese che li vede contrapposti e che però suscita in Sergio una problematizzazione del suo vissuto, che vediamo bene affiorare da queste parole: "quando si toccava la questione israelo-palestinese i margini di discussione erano davvero pochi, pur essendo entrambi fautori del dialogo col "nemico". Il leit motiv era "degli arabi non c’è da fidarsi". Le discussioni diventavano notevolmente più problematiche quando si ragionava della nascita dello stato di Israele. Un dialogo tra sordi. "Con il passare del tempo, gradualmente, cominciai a fare i conti con questa parte di me volutamente accantonata. La fine degli anni Settanta e la fase di ripensamento che ne seguì, mi portarono a riflettere anche su queste tematiche. Iniziai a chiedermi perché una parte del mondo ebraico avesse una legame così forte con questa piccola striscia di terra. In particolare volli conoscere la storia del popolo ebraico perché sentivo che lì potevo trovare alcune risposte. Mi dedicai alla lettura di molti testi di storia, non solo sulle origini dell’antisemitismo, ma anche sulle radici del "popolo eletto", la sua evoluzione, la sua civiltà. Tralasciai l’aspetto religioso perché il mio ateismo e l’insofferenza verso qualunque chiesa erano troppo forti". Ma questa ricerca viene poi confrontata con la realtà sul campo nel suo primo viaggio in Israele del 1996, che lo induce a riflettere sulla complessità della società che si trova di fronte, società che deve affrontare non solo il conflitto con i palestinesi o la dicotomia laici-religiosi ma che anche a livello di diversità etnica, nell’ambito dello stesso ebraismo, crea problemi non da poco. Sul problema palestinese pur continuando a sposare la causa della fine dell’occupazione, la situazione di estrema tensione dovuta agli attacchi Kamikaze lo colpisce particolarmente e le parole che seguono sono, a mio avviso, un raro contributo di partecipazione lucida a un dramma:"Ci sono vicende umane che per i sentimenti coinvolti, i protagonisti che ne sono partecipi e le tematiche poste, sono laceranti e alimentano passioni e tragedie. Di fronte a una realtà simile, semplificare i termini del problema in una visione schematica, quanto manichea, ci porta molto lontani dalla soluzione della questione. Noi di sinistra, per molto tempo, ci siamo abbeverati ad una visione lineare quanto efficace. Nel mondo ci sono due categorie di persone: da un lato gli sfruttati, dall’altro gli sfruttatori. Era una formula che per decenni ha funzionato, facendoci dividere l’umanità in due ‘gironi’. Una parte in serie A, tutti gli altri in serie B". In un mondo sempre più polarizzato, dove aumentano invece di diminuire le differenze sociali, questa teoria, semplice quanto efficace, è sicuramente ancora stimolante. E contiene ancora un margine di verità. Però non tiene presente che le cose sono un pochino più complesse: anche chi è sfruttato, o comunque si trova in una posizione di inferiorità, può diventare a sua volta sfruttatore o oppressore. Una delle grandi lezioni del femminismo fu proprio costringerci a fare i conti con i maschi sfruttati al lavoro, ma poi a loro volta, sfruttatori in famiglia. Ma questo ragionamento si potrebbe allargare a diversi ambiti. Ci sono vittime che diventano "carnefici", o comunque restituiscono una parte di quello che hanno subito. E anche chi subisce queste pesanti discriminazioni, usa mezzi che lo fanno somigliare al "nemico" da cui vuole liberarsi. La lunga storia del conflitto tra israeliani e palestinesi e tra arabi e israeliani è un triste esempio di questo ragionamento. La situazione attuale è sotto gli occhi di tutti e solo i ciechi o coloro che sono in malafede non possono vedere la spaventosa condizione in cui sono relegati i palestinesi. Per cui la storia di questa guerra che dovremmo definire "civile" per alcune similitudini tra i due popoli, almeno dal punto di vista culturale e storico, oltre che per le sue origini e per i soggetti coinvolti, è molto più complessa e si presta a diverse letture. "Potremmo sintetizzarla in due alterità, in due ‘assolutamente altro’ – per citare Cioran – che confliggono drammaticamente". Così Sergio Sinigaglia nel capitolo "l’identità rimossa" del suo libro "fuori linea", che, come avrete già potuto capire, mantiene, nello svolgersi delle sue pagine, che solo per una parte sono dedicate all’identità ebraica, le promesse che il titolo annuncia.

Andrea Billau

Sergio Sinigaglia, Fuori linea, dal riflusso ai nuovi movimenti, ed. Affinità elettive

 

Fausto Coen, mezzo secolo allo specchio

Giornalista poliedrico di vastissima esperienza, per diciassette anni alla guida di "Paese sera", Fausto Coen si racconta in un piccolo volume denso di fatti, personaggi, situazioni che hanno caratterizzato la vita italiana di un cinquantennio, al centro del Novecento. Da Mantova, dove è nato nel 1914, tanti lavori e una grande versatilità (grazie alla quale riesce anche a laurearsi in legge con un iter da autodidatta) lo portano a Milano e poi a Vigevano, prima di condurlo col fratello maggiore e la madre a Roma, l’8 settembre 1943. Qui, dopo altre occupazioni, si rivela presto giornalista di talento, capace di inseguire tenacemente la notizia ma anche di creare attenzione e riflessione su soggetti apparentemente aridi come un nuovo elenco telefonico dell’immediato dopoguerra (ci sono ancora gli utenti del quartiere San Lorenzo, semidistrutto dai bombardamenti nel luglio 1943? E dove sono finite le famiglie ebraiche che comparivano nell’elenco, dopo il tragico 16 ottobre dello stesso anno?). Approda così al "Paese" di Tomaso Smith, quotidiano romano di sinistra, e quindi all’edizione pomeridiana dello stesso giornale, di cui diviene presto l’anima e il punto di riferimento, anche se solo dal 1962 firmerà come direttore. Sotto la sua guida, "Paese sera" emerge rapidamente nel panorama giornalistico italiano come una testata progressista e portavoce della sinistra, vicina al PCI ma aliena da sudditanze ideologiche, ricca di spunti e approfondimenti culturali sviluppati da penne di assoluto valore.

Il racconto di Coen – un agile e intenso percorso sul filo della memoria, ricavato da pagine e pagine di diario – ci guida attraverso fasi e momenti capitali della nostra storia, ripercorsi con lo sguardo e la saggezza di chi li ha vissuti direttamente o indirettamente nel corso del loro svolgimento. Il cieco conformismo del ventennio, la vergogna delle leggi razziali, la vita dell’Italia in guerra, gli scioperi nelle fabbriche del nord nel marzo 1943, la reazione popolare al 25 luglio, la situazione e il clima di minaccia del dopo 8 settembre, la deportazione degli ebrei romani (a cui l’autore ha anche dedicato un saggio pubblicato anni fa dalla Giuntina), la liberazione di Roma il 4 giugno 1944, l’alto impegno civile della ricostruzione, gli scontri politici e giornalistici negli anni cinquanta e sessanta ci si fanno incontro attraverso le vicende personali, fuori dei libri di storia e prima di un inquadramento critico, nella dimensione autentica di realtà fatte anche di gesti comuni, effettivamente vissute nella loro immediatezza da protagonisti consapevoli o inconsapevoli, da anonimi attori e testimoni muti. Pagine di storia si concretizzano davanti ai nostri occhi in immagini e in cronaca: l’immagine folgorante colta dal treno degli scioperanti milanesi del marzo ’43, o quella nitida di due SS che il 16 ottobre tentano di entrare nella casa di un’ebrea romana; la cronaca coinvolgente scritta da un cronista di professione. Se ciò talvolta semplifica eccessivamente il senso del percorso, è innegabile che questa traduzione in termini realistici ci porta a una salutare lettura della storia come successione rilevante di eventi, al di là di teoremi precostituiti e di sottolineature di comodo. Tutto parte comunque dalle situazioni e dai fatti reali: questa mi pare una conclusione di indubbio valore didattico, che rende il libro molto utile e spendibile per gli studenti, accanto ad analisi critiche più storiografiche.

Significativa e amara è l’uscita di scena di Fausto Coen dalla direzione di "Paese sera" e di fatto dal giornalismo attivo e combattivo. Siamo nel giugno 1967. Il panorama mediorientale prospetta dapprima il rischio di stritolamento di Israele da parte di una compatta alleanza di paesi arabi armati fino ai denti che rifiutano l’"entità sionista" in linea di principio, e rivela poi la realtà di un piccolo Stato ben più compatto capace di anticipare clamorosamente gli avversari e di sbaragliarli in pochi giorni. Molti, nella sinistra italiana, non nascondono il rammarico per la sconfitta araba nella guerra dei sei giorni, mentre Coen non ha mai nascosto – anch’egli da sinistra – il suo appoggio al giovane paese democratico. Durante il conflitto, spinto in quanto ebreo da un senso del dovere e da un senso di appartenenza, partecipa attivamente a una veglia per Israele al Portico d’Ottavia. Ciò basta a certi ambienti della sinistra per chiamarlo in causa, "processarlo" a porte chiuse e di fatto silurarlo dalla direzione effettiva del giornale, confinandolo nella vuota "direzione editoriale". Forse perché considerava "Paese sera" come il suo vero irripetibile "figlio", Fausto Coen non riesce a percorrere altre avventure giornalistiche con altrettanta intensità, anche se importanti restano i suoi impegni successivi nell’informazione ebraica (la trasmissione televisiva "Sorgente di vita", accanto ad Emanuele Ascarelli) e non ebraica ("Il Globo", "Il Mondo"), così come i suoi numerosi libri di carattere storico e narrativo.

David Sorani

Una vita, tante vite, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 2004, pagg. 183, Euro 10

 

L’assimilazione in Italia

Nell’ultimo secolo la popolazione ebraica italiana è diminuita sensibilmente e non solo in seguito alla Shoah o alle emigrazioni verso Israele o altri Paesi. La causa principale infatti è l’assimilazione che colpisce soprattutto le piccole comunità ed alcuni gruppi di ebrei cosiddetti "a rischio", cioè coloro che già provengono da famiglie miste, oppure chi si sente escluso dalle istituzioni ebraiche, o vive lontano dai centri comunitari, gli studenti israeliani, ecc.

Come si può impedire o quanto meno limitare questo fenomeno? A questa importante domanda che interessa tutti noi, le nostre famiglie e il futuro dei nostri figli, tenta di rispondere l’ultima ricerca del Dott. Andrea Yaakov Lattes, già docente presso l’Università Bar Ilan e adesso al Gratz College di Philadelphia, e un opuscolo bilingue, in ebraico e italiano, che esce in questo periodo in Israele, dal titolo "Sull’assimilazione in Italia ed i metodi per affrontarla". Il lavoro, promosso dal Centro Rappaport per lo studio dell’assimilazione dell’Università Bar Ilan, tratta del fenomeno negli ultimi vent’anni, dei metodi usati per cercare di arginarlo e di ciò che può esser ancora fatto per evitare che ne continui il dilagamento.

Scritto in un italiano semplice e alla portata di tutti, l’opuscolo, risultato di una lunga ricerca effettuata sui principali documenti emessi dalle Comunità, dall’Unione e dai prodotti mass mediatici (giornali, Sorgente di Vita, ecc.), affronta il problema con dati e statistiche alla mano, analizzando le diverse realtà presenti nel Paese. Partendo da una breve descrizione di come l’assimilazione sia cresciuta enormemente dall’emancipazione alla seconda guerra mondiale, arriva a soffermarsi sulle carenze delle istituzioni e delle altre piccole organizzazioni. Questo non per una semplice critica, ma per cercare di stimolare la discussione sul fenomeno e tentare di trovare le risposte più adeguate per arginarlo sotto tutti i suoi aspetti.

Gli elementi affrontati sono: la coscienza e il sentimento di appartenenza sia da un punto di vista religioso che culturale; la concezione della comunità (di come essa si ponga il fenomeno, anche alla luce dei rapporti con i suoi iscritti e con lo Stato), il problema logistico (spesso le persone si trovano lontane dalle istituzioni e hanno così difficoltà a raggiungerle), gruppi marginali (prendendo appunto in esame la famiglie miste, gli israeliani, ecc).

Il testo passa poi ai vari metodi già adottati dalle istituzioni e dalle organizzazioni già presenti sul territorio italiano (le scuole, Dec, i Lubavitch) per trarne infine le debite conclusioni.

Lo scopo che questo libretto si prefigge è quello di far emergere il tema dell’assimilazione nel dibattito dell’opinione pubblica ebraica italiana, e quindi nella coscienza degli ebrei, perché se ne discuta nell’ambito delle istituzioni comunitarie e magari anche nel contesto educativo ebraico, nella speranza che si possa almeno delimitare questo grave fenomeno.

Elena Lattes

Yaakov Andrea Lattes, Sull’assimilazione in Italia ed i metodi per affrontarla, The Rappaport Center for Assimilation Research and Strenghtening Jewish Vitality, Bar Ilan University, Ramat Gan 2005

 

Storie torinesi

Si tratta di due libri che ritengo meritino di essere segnalati ovviamente per la storia e la descrizione che l’uno ci offre dell’originale e animato quartiere che è anche quello della nostra Comunità, e l’altro perché è una seria ricerca storica sulla mendicità a Torino e sui diversi provvedimenti presi attraverso i secoli dalle autorità piemontesi; inoltre, per un certo periodo, e precisamente a partire dalla fine dell’800, ne occupò un’ala anche la nostra Casa diRiposo Ebraica.

Del libro sul quadrilatero del quartiere San Salvario brillante autore è il popolare e dinamico parroco della imponente chiesa dei SantiPietro e Paolo.Egli ci narra succintamente la storia e soprattutto la geografia umana, povera e ricca, dell’ormai celebre quartiere con i suoi "torinesi di vecchio ceppo e famiglie italiane e straniere di più o meno recente immigrazione, i conflitti etnici che ne sono derivati" e gli interventi per sedarli anche dei rappresentanti delle quattro religioni che a San Salvario hanno le loro sedi, ossia, oltre la cattolica, anche la valdese, l’ebraica e la mussulmana.Ad alcuni incontri e dibattiti hanno partecipato, come rappresentanti della Comunità, l’allora presidente della Comunità, Lia Tagliacozzo, e Gad Lerner con funzione di moderatore in una appassionata assemblea che ebbe luogo nella Chiesa stessa.

Il valore del libro consiste soprattutto nella piacevole passeggiata che l’Autore ci fa percorrere su ogni via, viale, piazza del quartiere, spiegandone storicamente innanzitutto il nome e descrivendo i vari tipi di negozi, i palazzi più interessanti per la loro bellezza e valore storico, suscitando fortemente nel lettore il desiderio di rivisitare con il libro alla mano ogni parte diS. Salvario e scoprirne nuovi particolari. Ad esempio, in via Baretti 45, spicca la casa Lattes, costruita nel 1897 da Emilio Ovazza e Vittorio Lombroso, che "presenta nel suo insieme una sobrietà stilistica... la leggera decorazione a riccioli è forse l’unico elemento lezioso all’interno di un ambiente che fa di una voluta rigidità geometrica e formale il suo punto di distinzione".

Mi sono commossa quando alla pag. 96, su via Goito ritrovo il ricordo, manifestato con grande affetto, del nostro sempre rimpianto Isacco Levi, che tanto aveva aspirato a essere considerato come un vicerabbino. Per la sua dedizione al bene molti, compreso donGallo, erano convinti che fosse rabbino. Così l’autore scrive:

"Anni fa abitava in via Goito il rabbino Isacco Levi, figura molto amabile. Che salutava cordialmente esprimendo ogni volta simpatia e dando benedizioni in nome diDio. È stato l’unico a benedirmi più volte in questi anni e gli sono riconoscente. Abbiamo pregato alcune volte insieme, magari in occasione di sepolture di comuni amici.Con lui il dialogo tra le religioni era una prassi semplice e convincente, senza complicazioni".

Giorgina Arian Levi

Don Piero Gallo, Vi racconto SanSalvario, ed. Anteprima s.c.a.l., Torino 2004, pagg. 208

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Nell’opera diBono e Pozzato, valenti e appassionati amministratori dell’IstitutoCarlo Alberto di corso Casale, si legge non a caso nel sottotitolo "Una casa di riposo nella nostra Torino". Infatti dal 1875 fino al 1894 una parte dei locali prospicienti via Maria Bricca, ma con ingresso in corso Casale, furono occupati dall’Ospizio Israelitico della ComunitàEbraica diTorino. Questo fino allora era stato insediato nella casa del ghetto in via Bogino 17, destinata però ad essere abbattuta e sostituita con un edificio moderno, come avvenne per le altre case fatiscenti del ghetto, dalle quali l’emancipazione sancita dallo Statuto Albertino aveva dato, fra l’altro, la libertà agli ebrei finalmente di uscire.

Tutte le pratiche per l’affitto dei locali per conto della Comunità furono condotte dal cav. Alessandro Malvano, che era anche membro della Direzione Permanente del RegioRicovero, e il 15 ottobre 1875 fu sottoscritto il primo contratto triennale dal prof. Salomone Olper nella sua veste di presidente dell’Ospizio Israelitico. Si ottenne più tardi il permesso di sopraelevare di un piano il locale adibito a Ospizio e di dotare questi nuovi locali di un ventilatore a gas. Di ogni atto nel libro è indicato il prezzo pattuito.

Gli autori notano che nei documenti manca qualsiasi indicazione sulla vita interna di quel pezzo diospizio e "si vede anzi la preoccupazione di evitare ogni contatto fra le due realtà: infatti tutte le finestre e le porte dei locali affittati all’Ospizio e aperte verso l’interno del primo cortile erano munite di gelosie fisse... ciò che lascia chiaramente pensare a una concordata impossibilità di comunicazione e di interscambio tra gli ospiti delRicovero e quelli dell’Ospizio". Gli autori giustificano questo comportamento con il fatto che da un lato si trattava pur sempre di ricovero per i mendicanti e dall’altro della permanenza, anche se il ghetto era ormai smantellato, di diffidenza e sottile ostilità "che per lungo tempo hanno caratterizzato i rapporti fra questi e il resto della società".

Luciano Bono e Antonio Pozzato, Il "Carlo Alberto" già Regio Ricovero di Mendicità. Una casa di riposo nella nostra Torino, ed. Cooperativa Borgo Po e Decoratori, 2003, pagg. 233

Giorgina Arian Levi