Ricordi
Durante
questi decenni è tornato alcune volte, nella sua città natale, a trovare i
propri parenti.
Undici
anni fa nel corso di un suo soggiorno, rilasciò questa intervista a Sergio
Sinigaglia, nipote del Sig. Foà, e allora collaboratore del “Centro”.
Giacomo
Foà è un signore minuto di 75 anni con le ciglia folte e uno sguardo buono. È
nato ad Ancona, ma vive da più di cinquant’anni in Israele. È tornato in
questi giorni nella nostra città insieme alla moglie Ester e due nipoti (Dafna
e Netah). La sua vita riassume buona parte della storia recente del popolo
ebraico, come un libro.
“Andai
in Palestina nel ’39 – racconta lui – come conseguenza delle leggi
razziali volute da Mussolini. Avevo 19 anni”.
Il
modo in cui riuscì a lasciare l’Italia è da romanzo d’avventura: ”Un
giorno acquistai il giornale inglese Times, che, nonostante tutto, ancora
arrivava. Vi lessi un articolo in cui si parlava di una tal signora Rotschild
che aveva inaugurato in Palestina un ospedale per profughi ebrei provenienti
dalla Germania. Decisi di scrivere, nonostante il mio inglese artigianale. Dopo
qualche settimana ricevetti una lettera della segretaria della Rotschild dove mi
si chiedeva se ero interessato a studiare nell’Università della “Nuova
Palestina”. Risposi di sì e, passato un anno, nel ’39 ottenni una borsa di
studio all’Università di Gerusalemme”. Ma abbandonare l’Italia per lui,
ebreo, non fu cosa facile: ”All’inizio del ’39 mi era stato ritirato il
passaporto. Allora mi rivolsi ad un amico di famiglia funzionario alla questura
di Ancona. Mi disse di comprare un chilo di stoccafisso e di portarlo ad un
indirizzo di Roma: corrispondeva ad una drogheria. Spiegai alla persona presente
il mio problema e consegnai lo stoccafisso. Dopo una settimana ebbi il
passaporto”.
I
primi anni a Gerusalemme, allora sotto il dominio inglese, furono tranquilli,
poi la guerra: ”Quando l’Italia entrò in guerra, gli inglesi rinchiusero
coloro che erano di origine italiana per due settimane in prigione, ma il
trattamento era buono: mangiavamo meglio in carcere che alla mensa
universitaria!”.
Prosegue
Foà: “Nel ’41 mi arruolai nell’esercito inglese. In Italia tornai nel
1944 con la mia unità. Sbarcammo a Taranto per poi dirigerci a Napoli. Come
reparto ebraico-palestinese ci prendemmo cura dei profughi ebrei. Ricordo un
gruppo di giovani jugoslavi scampati miracolosamente alle rappresaglie degli
ustascia croati grazie all’intervento di quello che era rimasto
dell’esercito italiano”.
A
guerra finita rientrò a Gerusalemme: ”Nel ’46 in Israele entrai nel kibbutz
di Haogen, a cinquanta chilometri da Tel Aviv. L’idea forza del movimento dei
kibbutzim era creare comunità basate su una visione cooperativista e solidale.
La Russia sovietica esercitava su di noi un fascino inevitabile anche per il
ruolo che aveva avuto nella resistenza contro il nazi-fascismo. Il mio kibbutz
era composto da poche decine di persone e mi adattai a fare un po’ di tutto,
dal muratore al maestro di bimbi”. Ma la guerra per gli ebrei non era
finita:” Nel ’48 ci fu la fondazione dello Stato d’Israele. Fu una scelta
obbligata, motivata dalla volontà di cercare di riunire i profughi della Shoah
e garantire dei confini sicuri affinché non si ripetesse più una tragedia
simile”. Ma fu ancora guerra, in anni duri, tragici: ”Sono passati
cinquant’anni. Ho vissuto altre quattro guerre: quella del ’56, del ’67,
del ’73 e del Libano. Sono invecchiato tra la speranza di una nuova era e il
dramma del conflitto con gli arabi. Il movimento dei kibbutz si è gradualmente
arenato. La crisi irreversibile degli ideali socialisti, la crisi economica e i
relativi tagli da parte dei governi israeliani, tutto questo ha cambiato
profondamente il Paese. Ma Israele si è modificata anche in meglio: la voglia
di pace è cresciuta sia tra noi che tra i palestinesi e gli Stati arabi.
Purtroppo gli integralisti nemici della pace sono presenti in entrambi gli
schieramenti. Paradossalmente molti fanatici religiosi ebrei sono di origine
americana!”.
Israeliano
da mezzo secolo Giacomo Foà non ha dimenticato la sua città: ”Ancona in
questi anni di lontananza mi è sempre rimasta impressa nella mente. Quelle
poche volte che sono tornato a trovare i miei parenti, sono stato invaso da
forti emozioni. Ho davanti agli occhi i luoghi dove sono nato, il mare, le vie
dove giocavo, i vicini di casa, le loro voci, gli odori, sì gli odori…Ricordo
il profumo particolare di una pianta che cresceva nei paraggi della scalinata
vicino al Passetto. Sono cose che il tempo non può cancellare”.
Ma
non ci sono solo ricordi dolci: ”Purtroppo la memoria va anche ad un periodo
tragico, le leggi razziali del ’38. Fino ad allora la mia vita trascorreva
tranquilla. Come tutti i ragazzi della mia età avevo partecipato attivamente
alle manifestazioni dei balilla, degli avanguardisti. Per due anni mi ero recato
a Roma ai campi Dux. Insomma essere ebreo non mi aveva creato problemi. Con le
leggi razziali cambiò tutto. All’esame di maturità avevo avuto il massimo
dei voti e decisi d’iscrivermi all’Università di Torino, al Politecnico. Mi
risposero dopo qualche mese che le leggi vigenti non permettevano di accogliere
la domanda”.
Un
vento malvagio che toccò anche Ancona: “Gli ebrei avevano paura. Addirittura
molti non uscivano neanche per passeggiare. Nonostante questo gli amici non mi
abbandonarono. Ricordo Guido Serpente, poi diventato un noto professore di
matematica. Persino i miei insegnanti di liceo mi furono vicini dandomi dei
libri che mi permisero di continuare a studiare. Ma purtroppo la maggior parte
della gente si era adeguata alle indicazioni del regime. Nei negozi del centro
comparivano cartelli con scritto “negozio ariano”. Sono tempi lontani,
speriamo che non tornino, anche se di fronte alle pulizie etniche nella ex
Jugoslavia, persone come me rimangono spaventate di fronte al ritorno dei
fantasmi del passato”.
Cosa
si può fare per impedire che eventi tragici come quelli si possano ripetere?
“L’importante
è non rimuovere, trasmettere alle nuove generazioni la memoria storica. Non è
possibile dimenticare. Non si deve dimenticare”.
Sergio
Sinigaglia
Mentre
noi viviamo le nostre contraddizioni, ci ha lasciato una piccola grande donna,
dal sorriso meraviglioso: Sued Benkhdim.
Ho
conosciuto Sued alcuni anni fa, in occasione di un dibattito organizzato dalla
FIDAPA sulla condizione della donna nelle religioni monoteiste: prima
dell’incontro ero un po’ preoccupata, io, ebrea, in un’epoca di
contrapposizione così marcata dalla situazione mediorientale, a dovermi
confrontare con una donna musulmana (ovviamente non temevo nulla dal confronto
con la rappresentante cristiana, perché ormai da anni il dialogo era
consolidato): arrivò Sued, col suo passo reso faticoso dalla poliomielite,
appoggiata a due bastoni, illuminata da un sorriso così dolce da incantare
tutto il pubblico. La simpatia fu immediata. Poi parlò, raccontò la sua
visione dell’Islam, la sua fede non integralista, aperta alle altre religioni
ed alle altre culture. Raccontò del lavoro che lei e suo marito svolgevano per
favorire l’inserimento dei Marocchini in Italia: lei era mediatrice culturale
ed aveva contatti in tutta Europa, il marito si occupava degli adolescenti
imprigionati al Ferrante Aporti per i reati legati alla loro emarginazione.
A
Torino, all’Alma Mater, Sued incontrava le donne marocchine, le aiutava ad
orientarsi in una società così diversa da quella di origine. Organizzava anche
incontri e feste che erano occasioni per affrontare le problematiche dei
matrimoni misti o per parlare delle difficoltà che le giovani coppie
incontravano quando tornavano durante le vacanze nel paese d’origine e le
abitudini acquisite in Italia si scontravano con le tradizioni delle loro
famiglie.
Ci
siamo riviste altre volte in occasione di analoghi confronti e, parlando in
privato, mi descrisse la sua infanzia in Marocco, la vicinanza con famiglie
ebree: anche lei era stupefatta e addolorata dalle barriere che si erano create
tra le due religioni, soprattutto in paesi come il Marocco dove, in passato, la
convivenza era stata possibile.
L’ultima
volta che la vidi fu a Torino, ad una conferenza in cui veniva presentato un
progetto comune per la pace in Medio Oriente, stilato negli incontri tra le
fazioni moderate israeliane e palestinesi: in quella occasione mi raccontò che
il suo bimbo più grande era stato vittima, a scuola, di un episodio di bullismo
con connotati razzisti. Io ero indignata e le chiesi come avesse reagito: la sua
risposta fu, come mi aspettavo, equilibrata e pacata. Mi espresse la gratitudine
per la Preside e per gli insegnanti che l’avevano aiutata a far superare
l’episodio al bambino senza traumi e che avevano reagito in modo fermo ma
senza dare eccessiva pubblicità, che avrebbe solo esacerbato gli animi.
Ci
eravamo promesse reciprocamente di incontrarci ancora ma, purtroppo, così non
è stato, perché la quotidianità ha il sopravvento.
Sabato,
leggendo il giornale, ho scoperto, con immenso dolore, che Sued è morta, in un
incidente stradale. Sarà seppellita in Marocco, non potrò andare al suo
funerale. Conserverò la foto del giornale, che la ritrae col suo bellissimo
sorriso di piccola donna, fisicamente fragile, ma fortissima. Grazie Sued.
Bruna Laudi
Pinerolo,
12 febbraio 2006
Il
12 aprile, dopo lunga malattia, si è spento a Bologna, Eugenio Heiman z.l..
Scompare con Lui una figura che ebbe grande rilievo nell’ebraismo italiano del
dopoguerra. Fu innanzitutto il Presidente della ricostruzione della Comunità di
Bologna: grazie alla sua passione e alla sua tenacia e grazie anche alla
straordinaria intesa che seppe instaurare con l’allora Rabbino Capo Sergio
Sierra, la Comunità non solo
risorse dalle macerie del periodo bellico, ma ebbe uno dei periodi più proficui
ed esaltanti di tutta la sua recente
storia. Fu attivo per molti anni nell’ambito dell’UCEI quale Consigliere
prima e Proboviro poi. Fin dagli anni sessanta si impegnò per
l’ammodernamento in senso democratico della legge del trenta, prefigurando
quelle che sarebbero state poi le conquiste dell’Intesa e dello Statuto. Per
quelli tra noi che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, Eugenio Heiman ha
rappresentato un punto di riferimento, un modello di coerenza che ha saputo
coniugare il senso delle Istituzioni con una profonda fede nei valori umani
dell’ebraismo.
H.K.