Ricordi

 

Ricordo di Giacomo Foà

 Venerdì 24 marzo è deceduto Giacomo Foà. Aveva 86 anni e da più di 60 viveva in Israele, vicino alla città di Nethania, nel kibbuz di Haogeen uno dei primi ad essere fondato dopo il secondo conflitto mondiale. Giacomo Foà era di Ancona, città che dovette lasciare a causa delle leggi razziali del 1938. Praticamente fu uno dei fondatori dello Stato di Israele. Persona colta e molto intelligente, rifiutò però la carriera politica, alla quale preferì il duro lavoro nel kibbuz.

Durante questi decenni è tornato alcune volte, nella sua città natale, a trovare i propri parenti.

Undici anni fa nel corso di un suo soggiorno, rilasciò questa intervista a Sergio Sinigaglia, nipote del Sig. Foà, e allora collaboratore del “Centro”.

Giacomo Foà è un signore minuto di 75 anni con le ciglia folte e uno sguardo buono. È nato ad Ancona, ma vive da più di cinquant’anni in Israele. È tornato in questi giorni nella nostra città insieme alla moglie Ester e due nipoti (Dafna e Netah). La sua vita riassume buona parte della storia recente del popolo ebraico, come un libro.

“Andai in Palestina nel ’39 – racconta lui – come conseguenza delle leggi razziali volute da Mussolini. Avevo 19 anni”.

Il modo in cui riuscì a lasciare l’Italia è da romanzo d’avventura: ”Un giorno acquistai il giornale inglese Times, che, nonostante tutto, ancora arrivava. Vi lessi un articolo in cui si parlava di una tal signora Rotschild che aveva inaugurato in Palestina un ospedale per profughi ebrei provenienti dalla Germania. Decisi di scrivere, nonostante il mio inglese artigianale. Dopo qualche settimana ricevetti una lettera della segretaria della Rotschild dove mi si chiedeva se ero interessato a studiare nell’Università della “Nuova Palestina”. Risposi di sì e, passato un anno, nel ’39 ottenni una borsa di studio all’Università di Gerusalemme”. Ma abbandonare l’Italia per lui, ebreo, non fu cosa facile: ”All’inizio del ’39 mi era stato ritirato il passaporto. Allora mi rivolsi ad un amico di famiglia funzionario alla questura di Ancona. Mi disse di comprare un chilo di stoccafisso e di portarlo ad un indirizzo di Roma: corrispondeva ad una drogheria. Spiegai alla persona presente il mio problema e consegnai lo stoccafisso. Dopo una settimana ebbi il passaporto”.

I primi anni a Gerusalemme, allora sotto il dominio inglese, furono tranquilli, poi la guerra: ”Quando l’Italia entrò in guerra, gli inglesi rinchiusero coloro che erano di origine italiana per due settimane in prigione, ma il trattamento era buono: mangiavamo meglio in carcere che alla mensa universitaria!”.

Prosegue Foà: “Nel ’41 mi arruolai nell’esercito inglese. In Italia tornai nel 1944 con la mia unità. Sbarcammo a Taranto per poi dirigerci a Napoli. Come reparto ebraico-palestinese ci prendemmo cura dei profughi ebrei. Ricordo un gruppo di giovani jugoslavi scampati miracolosamente alle rappresaglie degli ustascia croati grazie all’intervento di quello che era rimasto dell’esercito italiano”.

A guerra finita rientrò a Gerusalemme: ”Nel ’46 in Israele entrai nel kibbutz di Haogen, a cinquanta chilometri da Tel Aviv. L’idea forza del movimento dei kibbutzim era creare comunità basate su una visione cooperativista e solidale. La Russia sovietica esercitava su di noi un fascino inevitabile anche per il ruolo che aveva avuto nella resistenza contro il nazi-fascismo. Il mio kibbutz era composto da poche decine di persone e mi adattai a fare un po’ di tutto, dal muratore al maestro di bimbi”. Ma la guerra per gli ebrei non era finita:” Nel ’48 ci fu la fondazione dello Stato d’Israele. Fu una scelta obbligata, motivata dalla volontà di cercare di riunire i profughi della Shoah e garantire dei confini sicuri affinché non si ripetesse più una tragedia simile”. Ma fu ancora guerra, in anni duri, tragici: ”Sono passati cinquant’anni. Ho vissuto altre quattro guerre: quella del ’56, del ’67, del ’73 e del Libano. Sono invecchiato tra la speranza di una nuova era e il dramma del conflitto con gli arabi. Il movimento dei kibbutz si è gradualmente arenato. La crisi irreversibile degli ideali socialisti, la crisi economica e i relativi tagli da parte dei governi israeliani, tutto questo ha cambiato profondamente il Paese. Ma Israele si è modificata anche in meglio: la voglia di pace è cresciuta sia tra noi che tra i palestinesi e gli Stati arabi. Purtroppo gli integralisti nemici della pace sono presenti in entrambi gli schieramenti. Paradossalmente molti fanatici religiosi ebrei sono di origine americana!”.

Israeliano da mezzo secolo Giacomo Foà non ha dimenticato la sua città: ”Ancona in questi anni di lontananza mi è sempre rimasta impressa nella mente. Quelle poche volte che sono tornato a trovare i miei parenti, sono stato invaso da forti emozioni. Ho davanti agli occhi i luoghi dove sono nato, il mare, le vie dove giocavo, i vicini di casa, le loro voci, gli odori, sì gli odori…Ricordo il profumo particolare di una pianta che cresceva nei paraggi della scalinata vicino al Passetto. Sono cose che il tempo non può cancellare”.

Ma non ci sono solo ricordi dolci: ”Purtroppo la memoria va anche ad un periodo tragico, le leggi razziali del ’38. Fino ad allora la mia vita trascorreva tranquilla. Come tutti i ragazzi della mia età avevo partecipato attivamente alle manifestazioni dei balilla, degli avanguardisti. Per due anni mi ero recato a Roma ai campi Dux. Insomma essere ebreo non mi aveva creato problemi. Con le leggi razziali cambiò tutto. All’esame di maturità avevo avuto il massimo dei voti e decisi d’iscrivermi all’Università di Torino, al Politecnico. Mi risposero dopo qualche mese che le leggi vigenti non permettevano di accogliere la domanda”.

Un vento malvagio che toccò anche Ancona: “Gli ebrei avevano paura. Addirittura molti non uscivano neanche per passeggiare. Nonostante questo gli amici non mi abbandonarono. Ricordo Guido Serpente, poi diventato un noto professore di matematica. Persino i miei insegnanti di liceo mi furono vicini dandomi dei libri che mi permisero di continuare a studiare. Ma purtroppo la maggior parte della gente si era adeguata alle indicazioni del regime. Nei negozi del centro comparivano cartelli con scritto “negozio ariano”. Sono tempi lontani, speriamo che non tornino, anche se di fronte alle pulizie etniche nella ex Jugoslavia, persone come me rimangono spaventate di fronte al ritorno dei fantasmi del passato”.

Cosa si può fare per impedire che eventi tragici come quelli si possano ripetere?

“L’importante è non rimuovere, trasmettere alle nuove generazioni la memoria storica. Non è possibile dimenticare. Non si deve dimenticare”.

Sergio Sinigaglia

 

 

In ricordo di Sued

Queste sono giornate di festa, ci aggiriamo ammirati in città che hanno acquisito un nuovo volto, incontriamo con gioia persone di tutte le nazionalità, le incomprensioni e gli odi ci sembrano lontani, a dispetto delle notizie che ci arrivano dai telegiornali, che ci mostrano folle inferocite, bandiere bruciate, spari ai posti di blocco, le ormai abituali ondate di odio.

Mentre noi viviamo le nostre contraddizioni, ci ha lasciato una piccola grande donna, dal sorriso meraviglioso: Sued Benkhdim.

Ho conosciuto Sued alcuni anni fa, in occasione di un dibattito organizzato dalla FIDAPA sulla condizione della donna nelle religioni monoteiste: prima dell’incontro ero un po’ preoccupata, io, ebrea, in un’epoca di contrapposizione così marcata dalla situazione mediorientale, a dovermi confrontare con una donna musulmana (ovviamente non temevo nulla dal confronto con la rappresentante cristiana, perché ormai da anni il dialogo era consolidato): arrivò Sued, col suo passo reso faticoso dalla poliomielite, appoggiata a due bastoni, illuminata da un sorriso così dolce da incantare tutto il pubblico. La simpatia fu immediata. Poi parlò, raccontò la sua visione dell’Islam, la sua fede non integralista, aperta alle altre religioni ed alle altre culture. Raccontò del lavoro che lei e suo marito svolgevano per favorire l’inserimento dei Marocchini in Italia: lei era mediatrice culturale ed aveva contatti in tutta Europa, il marito si occupava degli adolescenti imprigionati al Ferrante Aporti per i reati legati alla loro emarginazione.

A Torino, all’Alma Mater, Sued incontrava le donne marocchine, le aiutava ad orientarsi in una società così diversa da quella di origine. Organizzava anche incontri e feste che erano occasioni per affrontare le problematiche dei matrimoni misti o per parlare delle difficoltà che le giovani coppie incontravano quando tornavano durante le vacanze nel paese d’origine e le abitudini acquisite in Italia si scontravano con le tradizioni delle loro famiglie.

Ci siamo riviste altre volte in occasione di analoghi confronti e, parlando in privato, mi descrisse la sua infanzia in Marocco, la vicinanza con famiglie ebree: anche lei era stupefatta e addolorata dalle barriere che si erano create tra le due religioni, soprattutto in paesi come il Marocco dove, in passato, la convivenza era stata possibile.

L’ultima volta che la vidi fu a Torino, ad una conferenza in cui veniva presentato un progetto comune per la pace in Medio Oriente, stilato negli incontri tra le fazioni moderate israeliane e palestinesi: in quella occasione mi raccontò che il suo bimbo più grande era stato vittima, a scuola, di un episodio di bullismo con connotati razzisti. Io ero indignata e le chiesi come avesse reagito: la sua risposta fu, come mi aspettavo, equilibrata e pacata. Mi espresse la gratitudine per la Preside e per gli insegnanti che l’avevano aiutata a far superare l’episodio al bambino senza traumi e che avevano reagito in modo fermo ma senza dare eccessiva pubblicità, che avrebbe solo esacerbato gli animi.

Ci eravamo promesse reciprocamente di incontrarci ancora ma, purtroppo, così non è stato, perché la quotidianità ha il sopravvento.

Sabato, leggendo il giornale, ho scoperto, con immenso dolore, che Sued è morta, in un incidente stradale. Sarà seppellita in Marocco, non potrò andare al suo funerale. Conserverò la foto del giornale, che la ritrae col suo bellissimo sorriso di piccola donna, fisicamente fragile, ma fortissima. Grazie Sued.

Bruna Laudi

Pinerolo, 12 febbraio 2006

 

 

Eugenio Heiman

Il 12 aprile, dopo lunga malattia, si è spento a Bologna, Eugenio Heiman z.l.. Scompare con Lui una figura che ebbe grande rilievo nell’ebraismo italiano del dopoguerra. Fu innanzitutto il Presidente della ricostruzione della Comunità di Bologna: grazie alla sua passione e alla sua tenacia e grazie anche alla straordinaria intesa che seppe instaurare con l’allora Rabbino Capo Sergio Sierra, la Comunità  non solo risorse dalle macerie del periodo bellico, ma ebbe uno dei periodi più proficui ed esaltanti di tutta  la sua recente storia. Fu attivo per molti anni nell’ambito dell’UCEI quale Consigliere prima e Proboviro poi. Fin dagli anni sessanta si impegnò per l’ammodernamento in senso democratico della legge del trenta, prefigurando quelle che sarebbero state poi le conquiste dell’Intesa e dello Statuto. Per quelli tra noi che hanno avuto il privilegio di conoscerlo, Eugenio Heiman ha rappresentato un punto di riferimento, un modello di coerenza che ha saputo coniugare il senso delle Istituzioni con una profonda fede nei valori umani dell’ebraismo.

H.K.

 

 

Una grande madre

Un’altra “grande madre” d’Israele ci ha lasciati. Marcella Jarach Disegni era una presenza costante in tutte le manifestazioni in Comunità. Sempre una parola affettuosa, un sorriso, un incoraggiamento. Era un piacere vederla al kiddush del sabato mattina, circondata dai suoi nipoti e da tutti noi. L’amore e la dedizione per la Comunità diTorino l’avevano fra l’altro spinta, ormai molti anni or sono, a prestare servizio gratuitamente quale insegnante di matematica presso la nostra scuola media. A Dario, Ariel e Giulio e alle loro famiglie le condoglianze più sentite della redazione e di tutti gli amici del Gruppo di Studi Ebraici.