Lettere

 

 

La responsabilità nelle conversioni  

 

Al direttore:

Innanzitutto complimenti per il numero di febbraio di Hakeillah che è un eccezionale pezzo giornalistico. Con tutto ciò la lettura di molti articoli è stata un affare doloroso. Fa male leggere articoli di galantuomini che purtroppo non si rendono conto che non sanno abbastanza di cose ebraiche per parlare a nome dell’ebraismo.

Parliamo prima di tutto dell’argomento delle conversioni di cui scrive più di una persona. Dalle lamentele espresse in alcuni articoli sembra che si stia trattando di acquistare la cittadinanza statunitense per la quale basta avere una fedina penale pulita, qualche anno di residenza nel paese e la conoscenza della Costituzione degli USA. Il meno che si può chiedere a chi vuole discutere di conversioni è di studiare i capitoli rilevanti del trattato talmudico Yevamot e dello Shulchan Aruch. Invece, per qualche notabile, i soli argomenti rilevanti sono i “feelings” delle persone.

Un altro notabile della comunità lamenta la mancanza dell’impegno a rispettare e a “mantenere viva la tradizione laica e liberale che caratterizza la comunità ebraica torinese da quasi duecento anni”. È comprensibile che una persona desideri giustificare il proprio modo di vivere. Però parlare di “tradizione liberale” è un ossimoro. Quale tradizione? Quanti sono i discendenti ancora ebrei degli ebrei italiani che seguirono Napoleone e le sue idee duecento anni fa? Chi elogia gli ebrei che abbracciarono il liberalismo, non si rende conto della distruzione causata dall’abbandono dello studio della Torà e dell’osservanza dello Shabbat e delle altre mizvot.

Un terzo notabile parla delle “vitali e fiorenti” comunità ebraiche anche se non ortodosse. In America, dove abito da più di trent’anni, esistono ancora in grande numero comunità che hanno abbandonato la Torà come standard di vita. Il risultato è che figli e figlie sposano non ebrei; le regole vengono progressivamente annacquate; lo Shabbat è stato eliminato; vengono sanciti e fatti “matrimoni” tra uomini (un’usanza che aveva preso piede anche a Sodoma, come insegna il Midrash); il kasher non esiste; e infine per non perdere membri vengono dati passaporti falsi di ebraicità a richiesta. Di ebraico sta rimanendo sempre meno. Per fortuna ci sono ancora persone che dopo quattro generazioni di assimilazione ritornano alla Torà.

Un quarto notabile scrive che “il discrimine per essere ebreo sia il riconoscersi nella continuità storica e culturale dell’ebraismo, come popolo, non come religione”. Chi non vuole osservare la Torà è libero di avere le proprie opinioni. Questo però non autorizza a inventare nuove teorie e a venderle come autentico ebraismo. Per gli ebrei, popolo e Torà non sono separabili. Chi abbandona la Torà prima o dopo abbandona il popolo. E chi abbandona il popolo prima o dopo abbandona la Torà. Questi sono concetti evidenti a chi ha studiato un po’ di filosofia ebraica da Saadia Gaon, dodici secoli fa, fino al nostro Alfonso Pacifici.

 

Donato Grosser

New York , 8 marzo 2007

 

Sionismo, non colonialismo

Risposta a Gomel e Lavi

 

Ho letto con grande interesse ed attenzione le reazioni di Giorgio Gomel e Rimmon Lavi al mio articolo “Gaza, gli scandali e la società civile”, pubblicato sul numero di dicembre 2006 di Ha-Keillah. Potrei controbattere alle loro tesi punto per punto, ma preferisco concentrarmi sull’argomento principale di disaccordo fra di noi. I territori conquistati nel 1967 sono terra straniera o parte di Eretz Israel, la terra d’Israele? Israele è uno stato imperialista che ha occupato terra non sua o è la realizzazione del movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico? Insediarsi nella Striscia di Gaza dopo la guerra dei sei giorni era differente dall’insediarsi nel Neghev dopo la guerra dell’indipendenza?

Immagino la risposta: l’occupazione israeliana del Neghev è stata riconosciuta dal mondo, le Nazioni Unite hanno riconosciuto i confini dello Stato dopo il 1948; l’occupazione di Gaza non è mai stata riconosciuta. Ma se il destino politico del nostro stato e del nostro popolo fossero affidati solo al riconoscimento internazionale, basterà ricordare la decisione dell’Onu che identificava il sionismo con il razzismo, per rendersi conto di quanto la cosa sia falsa e pericolosa. Intendo dire che, al di là del riconoscimento internazionale, dobbiamo essere sinceri almeno fra noi e concordare innanzittutto che i territori occupati sono terra nostra come il Neghev o la Galilea ; che gli insediamenti israeliani nella striscia di Gaza o nella Cisgiordania non sono colonie, bensì realizzazioni sioniste; che gli abitanti di quegli insediamenti non sono coloni, bensì pionieri, veri halutzim; che la difesa e lo sviluppo di quegli insediamenti non sono meno importanti della difesa e lo sviluppo di Tel Aviv e Beer Sheva; infine, che il terrorismo non è nato come reazione all’occupazione dei territori bensì come reazione al ritorno degli ebrei nella terra di Israele.

Su questi punti vorrei che ci trovassimo concordi tutti, “blu” ed “arancioni”, sinistra e destra, laici e religiosi, ebrei della diaspora e ebrei israeliani. Si tratta di unirsi in una visione sionista della realtà, che parli in positivo di quanto Israele ha fatto e fa, invece di abbracciare le tesi dei palestinesi.

Detto questo, riconosco che rimangono i problemi, rimane il conflitto con la popolazione palestinese che vive in questa stessa terra. Problemi e conflitto che si potrebbero risolvere con buon senso e buona volontà, a patto che da parte ebraica ci si unisca in una visione concorde della storia e del presente e che da parte palestinese ed araba si cessi di vedere lo Stato d’Israele come un corpo estraneo da eliminare totalmente.

Ariel Viterbo