Ricordi

 

Addio Bianca!

 

Tanto tempo fa una volta salutandoci io ho  usato questa espressione, che veramente non mi era abituale, ma ho sempre ricordato la tua risposta, con quell’accento triestino che non ti ha mai abbandonata e quel sorriso che sapeva trasmettere serenità a chi ti stava vicino: “Non è ancora il momento... diciamoci arrivederci!”.

Tante volte negli anni ci siamo incontrate, anche se lei abitava a Bologna ed io a Napoli. Quello che tutti coloro che l’hanno conosciuta hanno sempre ammirato inBianca è stata la serietà, l’impegno incondizionato che metteva in tutto ciò che faceva, con fermezza ma con semplicità, mai con personalismo, mai avvalendosi delle cariche importanti che le sono state meritatamente attribuite, da vera donna democratica.Sapeva ascoltare e valutare le idee  degli altri e in seguito alle discussioni prendere insieme le opportune decisioni. A scriverlo sembra una cosa ovvia, ma invece  sappiamo che è una dote di pochi. Fu Presidente Nazionale dell’ADEI-WIZO dal 1976 al 1985, carica lasciata per aver raggiunto i nove anni consentiti dallo Statuto dell’Associazione,, e fu insignita delCertificato “Rebecca Sieff” divenendo membro onorario a vita dell’Esecutivo della WIZO mondiale.Sal 1985 al 1997 fu presidente della Comunità Ebraica diBologna. Sempre come rappresentante dell’ADEI-WIZO nel 1972 divenne consigliera nel direttivo del C.N.D.I. (ConsiglioNazionale Donne Italiane) e ne fu vicepresidente per ilCentro-Italia dal 1975 fino  al 2000, profondendovi per 25 anni la sua intelligente operosità. Né possiamo dimenticare l’oscuro periodo delle leggi razziali e dell’occupazione tedesca.

Scappata da Bologna dopo la deportazione di  suo suocero, ing.SilvioFinzi, si nascose alla fine del 1943 con le sue piccole bambine, il marito e la suocera in un piccolo paese dell’Appennino tosco-emiliano partecipando attivamente alle azioni delle formazioni partigiane “Giustizia e Libertà”, meritando la qualifica di “patriota”...Solo alla fine della guerra, nel 1945 rientrò a Bologna, prodigandosi ad aiutare i nostri fratelli liberati dai campi di concentramento nel difficile compito di reinserimento nella vita civile.

Veniamo a noi,Bianca: ho scritto al passato, perché è per altri, il tuo curriculum tu lo conosci e forse non lo gradiresti neppure; ma se parlo con te, non posso usare quel verbo, i nostri ricordi di cose vissute insieme sono in me al presente.Ricordo la prima volta, a Ferrara nella mia casa di ragazza, quando Lina Finzi, cugina della mia mamma venne a presentarci, accompagnata dalla sua mamma, la fidanzata diItalo, suo figlio unico.Sono passati 70 anni, 1937 o forse 1936? Mi sembra ieri.Con Lina i rapporti furono sempre frequenti, non con te che sposa abitavi a Bologna. Poi nel settembre del 1943 la dispersione di tutti.

Ci ritrovammo dopo molti anni con l’ADEI e ci unì, più della lontana parentela, il comune desiderio, forse la comune necessità di fare qualcosa, perché se ci eravamo salvate, così per caso fortuito dall’immane tragedia che ha sconvolto il nostro popolo non potevamo non occuparci di qualcosa di costruttivo. O almeno questa è stata la nostra illusione, che comunque ci ha aiutato a guardare avanti.Le pietre miliari dei nostri incontri (che sono stati tanti, ma questi per me i più importanti) sono due:

1977 mese di Gennaio a Gerusalemme, una settimana trascorsa insieme per il XVII Congresso Mondiale della WIZO, presente l’indimenticabile Golda Meir.

1981 per il C.N.D.I., tre giorni insieme a Lussemburgo, alla seduta del Parlamento Europeo, dove  si trattava della condizione della donna nella Comunità.Con sorpresa di tutti fu inserito al II giorno un intervento delPresidente egiziano Sadat.Fu per noi particolarmente emozionante, da poco aveva  avuto il premio Nobel per la Pace insieme a Begin e nel suo indimenticabile discorso disse che offriva la sua vita per la pace.Ci ritrovammo tu ed io con gli occhi lucidi, consapevoli tutti che era veramente in pericolo.Dopo soli sei mesi un estremista egiziano lo freddò durante una manifestazione pubblica alCairo.

14 anni dopo medesima sorte fu riservata a Rabin a Tel-Aviv. Dispiace osservare che sui giornali viene ricordata questa seconda tragedia dell’intolleranza e non quella.Tu ed io vorremmo un peso e una misura eguali per tutti: vorremmo la PACE !

Ci sarebbero ancora tante cose che vorrei dirti; se mi sarà riservato ancora un po’ di tempo le dirò a Silvia e a Claudia, che per ora abbraccio.

... Il momento è arrivato... AddioBianca!

Per Bianca ColbiFinzi

da Alberta Levi Temin

 

Napoli, 16 aprile 2007

 

 

Gerusalemme ricorda Lele

 

Nel trentesimo della scomparsa di Lele Luzzati la comunità italiana in Israele si è riunita per commemorare l’artista con una serata dal titolo: “Emanuele (Lele) Luzzati – l’uomo e l’artista”.

La serata è stata organizzata dalla Società Dante Alighieri (sezione di Gerusalemme) e dalla Hevrat Yehudei Italia, nella sala delle conferenze nel Centro Sociale della via Hillel a Gerusalemme.

Ha aperto la serata la dottoressa Cecilia Nizza, responsabile della cultura della Hevrat Yehudei Italia, che ha dato la parola al dott. Giorgio Yehuda Pardo che ha ricordato con commosse parole Lele, nato come lui a Genova a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Pardo ha parlato della loro infanzia a Genova e del successivo incontro in Svizzera, durante gli anni delle persecuzioni. Dopo di lui Nomi Tedeschi Blankett (nipote dell’artista) ha presentato una serie di immagini delle sue opere, a iniziare dal giornalino Israel dei Bambini con le storie illustrate di Guz, l’asino Chaluz, ai film di animazione, e alle illustrazioni di libri, il tutto accompagnato dalla lettura di interviste date da Luzzati in periodi diversi della sua attività.

Lo scrittore israeliano Meir Shalev ha poi parlato della loro collaborazione iniziata con il film di animazione sulla storia di Gerusalemme (film tuttora in programmazione nel museo del Migdal David a Gerusalemme) con il testo dello scrittore e i disegni di Luzzati e continuata con le illustrazioni di Luzzati a due libri per bambini scritti da Shalev. Lo scrittore ha sottolineato l’ottimismo cui si ispirano tutte le opere dell’artista: Lele è riuscito ad infondere una luce di buonumore anche nelle storie più tragiche narrate nel Tanach.

Alla serata ha partecipato un folto pubblico di italkim, parenti, amici e conoscenti venuti da tutta Israele. Tra gli altri ha preso la parola la professoressa Anna Colombo che era stata insegnante di Lele alla scuola pubblica: senza bisogno di microfono la novantottenne signora ha ricordato la decisione di Lele di diventare da grande pittore, espressa fin dagli anni delle elementari.

La serata si è svolta in un clima di commozione sì, ma anche e soprattutto di ammirazione per lo spirito di umano ottimismo, per le sfumature ironiche e allegre che hanno ispirato sempre le opere di Lele, che è riuscito a dare al mondo un sorriso che ora mancherà a tutti noi.

Israel De Benedetti

 

 

Yaakov Viterbo

 

Ho perso un grande amico: si chiamava Yaakov Viterbo, affettuosamente soprannominato “panzone” e viveva a Givat Brenner. Non saprò mai come andò a finire la storia di Margot Mejer Sadeh che lui stava traducendo dall’ebraico, la storia della ragazza nata in Prussia in una famiglia assimilata che, scoperta con l’avvento del nazismo la propria identità ebraica, divenne segretaria del movimento Hechaluz a Berlino. E che segretaria!

Collaborando con Enzo Sereni nei primi anni trenta, riuscì con coraggio e spregiudicatezza, a far uscire dalla Germania un gran numero di ebrei. Infatti all’inizio del regime nazista era ancora permesso espatriare, ma il governo britannico permetteva l’entrata in Palestina solo a chi fosse in possesso di un congruo capitale.

D’altra parte il contrabbando di denaro, fuori dalla Germania, era punito con la pena di morte in quanto “tradimento dell’economia della patria”.

L’attività illegale di Margot si svolge freneticamente: capisce che non c’è tempo da perdere, quindi organizza matrimoni di comodo per utilizzare al massimo ogni certificato di espatrio. Si arrivò a formare strane famiglie, magari con padre di 24 anni, madre di 23 e figlio di 20! Il documento falso indicava però rispettivamente 34, 33 e 15 anni: potevano così partire con un solo certificato.

Attraverso avventure strabilianti, Margot approda in Erez Israel a Givat Brenner dove lavora sia come operaia che come funzionaria dell’Histadrut.

Yaakov diceva di ammirare in modo particolare le donne “per le note ragioni per cui un uomo s’interessa delle donne”. Così aveva scritto l’appassionante “Storia di un’ebrea non ebrea - Xenia Panphilov Silberberg” pubblicata nel 2003 da Le Chateau Edizioni - Aosta, ma aveva pure curato “Le origini del fascismo” di Enzo Sereni, per La Nuova Italia (1998).

Non era un uomo accomodante; all’indomani dell’assassinio di Rabin, il 3/12/1995, mi scriveva:

“Ho la convinzione che anche questo assassinio (come tutti quelli che l’han preceduto, da Lincoln a Sadat, come tutti quelli che purtroppo potranno ancora avvenire) non servirà a cambiare niente. È peggio ancora di un delitto: è una cretinata. Il processo della pace non si arresterà per questo delitto. Una minoranza di furibondi clerical-reazionari non riuscirà ad ammazzare la pace. Per fortuna; ma intanto me l’hanno ammazzato, Rabin, inutilmente.

Non si può abbinare la speranza al lutto. Non possiamo più chiudere gli occhi. Quest’ultimo mese, dopo l’assassinio, ho scoperto la realtà: il popolo è spaccato in due, o forse siamo di fronte a due popoli? La lingua ebraica si presta molto spesso a definire la realtà in maniera concisa e scultorea: qualcuno ha definito lo scisma del popolo di Israele come divisione tra chi accetta la decisione del “rov” (maggioranza) e chi accetta quella del “rav” (rabbino). Siamo scappati sempre da questa realtà ma ora ci sta di fronte come un muro davanti al quale bisogna arrestarsi e capire: o democrazia o fondamentalismo religioso”.

Più avanti continua:

“Non c’è via di scampo: dobbiamo cercare la nostra nuova umanità, e dobbiamo farlo tutti insieme: Ebrei ed Arabi, Serbi, Croati e Bosniaci, Turchi e Greci, Inglesi e Irlandesi, perché se ognuno di noi si trincera nella propria religione o nel proprio nazionalismo, sarà un disastro (è già un disastro). Quale sarà questa nuova umanità – non lo so. Sento soltanto che deve essere qualcosa di nuovo, che si basi su qualcosa di fisso o – se vogliamo dire la parolona – su qualcosa di eterno. So soltanto che questa nuova civiltà potrà svilupparsi solo tra esseri che sian capaci di parlare tra loro. Sian disposti non solo a comprendersi, ma anche ad accettare la pluralità dei pensieri ed a basarsi sulle regole democratiche, rispettando la decisione della maggioranza, e tenendo conto dei diritti della minoranza, e – soprattutto – a non cercare di sfuggire alle proprie responsabilità”.

Ricordiamo Yaakov Viterbo con queste sue parole.

Elena Ottolenghi

 

In ricordo di Yaakov Viterbo

 

Il 14 aprile è scomparso a Ghivat Brenner Yaakov Viterbo. Dalla scomparsa della moglie, Miriam Benedetti Viterbo, circa due anni fa, non si era più ripreso, anche se per un certo periodo era tornato ad occuparsi parzialmente dell’archivio del kibbutz.

Mi è difficile parlare al passato di Yaakov, vedo sempre davanti a me la sua figura piena di vitalità, il suo sorriso un po’ ironico e mi par di sentire i suoi commenti sempre appropriati ai fatti del giorno.

Altri, lo spero, scriveranno di lui, delle sue fatiche storico-letterarie, in particolare tutto quanto riguarda l’enorme lavoro da lui svolto per portare alla luce, tradurre e far pubblicare scritti inediti di Enzo Sereni fino al suo ultimo lavoro, la storia di Xenia Pamphilov (edizioni Le Chateau, Aosta, 2003), ricavata da quanto trovato negli archivi del kibbutz Naan.

Io vorrei ricordare il nostro primo incontro: agosto del 1946, Malkiel Savaldi, lo shaliach per eccellenza, mi aveva persuaso a partecipare al primo seminario organizzato in Italia dal movimento Hechaluz a Bivigliano, vicino a Firenze, in una villa che apparteneva ad una famiglia ebraica ed era appena stata restituita ai  proprietari, dopo essere stata requisita e devastata da fascisti e tedeschi. Per me era la prima volta che capitava di incontrarmi con giovani ebrei di altre città italiane, del tutto sconosciuti.  Negli anni della guerra, delle persecuzioni prima e delle fughe dopo, a parte i parenti stretti, non avevamo  alcun rapporto con giovani di altre comunità. I viaggi erano difficili e costosi, e dal 1940 in poi ogni tipo di raduno o incontro tra ebrei era severamente proibito.

Dopo un viaggio notturno su un camion militare, infreddoliti dal vento, fummo scaricati davanti alla villa di Bivigliano e qui accolti e sistemati dagli shelichim ufficiali e da Yaakov. Subito ci fu riferito, sottovoce, che quel giovane piccoletto era soprannominato Panzone, nomignolo che gli era stato appiccicato qualche tempo prima, quando dirigeva nelle vicinanze di Roma una scuola preparatoria (haksharà) per giovanissimi. A quanto pare il nomignolo era dovuto al fatto che mangiava moltissimo e di tutto, ma…..non ingrassava mai! Fin dai primi giorni credo che noi tutti trovammo in Yaakov, che aveva solo qualche anno più di noi, un amico, che sembrava di aver conosciuto da sempre. Noi tutti ammiravamo gli shelichim che ci portavano la voce di un paese e di una società nuova, che parlavano ivrit come noi l’italiano, ma li sentivamo un po’ distanti da noi, quasi fossero su un piedistallo. Yaakov invece era uno di noi, e anche se sapeva tante cose (soprattutto l’ivrit) con lui ci siamo sentiti fin dal primo giorno completamente a nostro agio. A sessanta e più anni da quell’agosto, rivedo quella notte intorno a un fuoco di campo in cui Yaakov ci aveva radunati invitando ciascuno di noi (protetto dal buio della notte) a raccontare la storia di come avevamo superato gli  anni della guerra e, proprio grazie al suo modo di fare, alla sua personalità, siamo riusciti a tirar fuori cose che non avevamo mai raccontato prima a nessuno.

Da allora ci siamo incontrati in haksharà e a raduni vari diverse volte e sempre imparavo da lui cose nuove, un modo nuovo di guardare alla vita, alle esperienze che ci aspettavano in kibbutz e in Eretz Israel. Poi Yaakov salì con la alià illegale e fu deportato a Cipro. Dal campo di detenzione faceva avere a noi, che eravamo rimasti in haksharà, lunghissime lettere scritte su fogli…di carta igienica, con racconti seri e umoristici sulla loro vita di prigionieri. Purtroppo queste lettere sono andate perdute come tutto l’archivio della haksharà di San Marco; mi auguro che siano rimaste in famiglia lettere simili che lui inviava a Miriam e che forse varrebbe la pena di pubblicare come quadro vivente di una esperienza particolare.

In Israele ci siamo rivisti di tanto in tanto e ho seguito da lontano la sua vita come maestro a Ghivat Brenner e successivamente per diversi anni insegnante al Centro del Movimento a Beit Berl. Una volta sono riuscito a portarlo a Ruchama, dove ha tenuto una interessantissima conferenza sull’integralismo nelle religioni diverse: cristiana, musulmana e ebraica, e questo anni prima che il soggetto  fosse all’ordine del giorno quotidiano dei mass media mondiali.

Con Yaakov è scomparsa una figura indimenticabile del chaluzzismo italiano, una persona modesta che ha speso tutta una vita per arricchire la ricerca storica su questi aspetti del sionismo italiano, da Enzo Sereni ai nostri giorni. Panzone per tanti di noi  era più di un maestro, un amico vero.

Israel De Benedetti

kibbuz Ruchama, aprile 2007