Libri

 

Fagin l’ebreo

di Sergio Franzese

 

Un fumetto di Will Eisner, pubblicato dalla casa editrice Fandango di Roma, propone una rilettura dell’opera dickensiana “Oliver Twist”.

 

Fagin è un personaggio malvagio, avido e senza scrupoli; ladro, ricettatore, capobanda e soprattutto colpevole di aver “adottato” l’orfanello Oliver Twist, in fuga verso la libertà, di averlo trascinato nei bassifondi londinesi e di avergli insegnato a compiere furti e borseggi.

Ma, al di là delle sue caratteristiche negative, Fagin è un ebreo (si sa che essere ebrei non preserva di per sé dal compiere cattive azioni). Nel famoso libro di Charles Dickens è dunque chiamato “Fagin l’ebreo”; vive, o meglio sopravvive, in una Londra nella quale gli ebrei hanno trovato rifugio, alcuni in fuga dall’Inquisizione spagnola, altri più recentemente dai pogrom dell’Europa centrale.

Questi ultimi, ashkenaziti, sono meno colti ed assai più poveri dei sefarditi, per questo molti di essi si ritrovano confinati ai margini della società.

La vicenda di Fagin l’ebreo si colloca dunque in un contesto che riflette una condizione storica realmente esistita, ma ciò che oggi come allora appare inaccettabile è il connubio tra la sua natura perversa e la sua appartenenza al popolo ebraico che si palesa nel racconto di Charles Dickens. Nonostante lo scopo del romanzo sia quello di denunciare le ingiustizie sociali ed il disagio delle classi emarginate, lo scrittore appare in una certa misura prigioniero degli stereotipi del suo tempo e si esprime attraverso immagini letterarie che sono conseguenti ad essi. Ma per quanto Fagin sia una creatura ripugnante non si può però accusare Dickens di antisemitismo dal momento che in altre circostanze egli condanna apertamente chi manifesta sentimenti ostili agli ebrei ed afferma con convinzione il suo sostegno alla causa della loro emancipazione.

Oliver Twist viene pubblicato per la prima volta nel 1838, epoca in cui è considerato normale riferirsi alle popolazioni non europee con il termine di “selvaggi” così come è costume raffigurare gli ebrei con illustrazioni grottesche: scuri, ingobbiti, con il naso aquilino e magari anche intenti a maneggiare denaro con lo sguardo avido.

Ora però è arrivato per Charles Dickens il momento della riflessione; attraverso un’operazione semplice, ma per certi versi straordinaria, gli si offre l’opportunità di tornare ad esistere per prendere atto della sua colpa che è quella di aver contribuito a perpetuare odiosi pregiudizi, gli stessi che quasi sempre ed ovunque accompagnano gli ebrei.

Richiamare in vita uno scrittore inglese vissuto due secoli fa è un miracolo che poteva riuscire solo ad un maestro (ebreo) di grande talento come Will Eisner, uno dei maggiori autori di fumetti di tutti i tempi, autore del libro Fagin the Jew uscito per la prima volta negli Stati Uniti nel 2003 ed ora tradotto in italiano con il titolo Fagin l’ebreo.

Avvalendosi del suo magistrale disegno Eisner costruisce un racconto nel quale pone Dickens al cospetto di Fagin, che si trova incarcerato in attesa dell’esecuzione, e lo “costringe” ad ascoltarne la storia.

Ecco dunque materializzarsi, illustrazione dopo illustrazione, una rilettura di Oliver Twist; il racconto dal punto di vista di Fagin non è un’altra storia, ma è semplicemente una narrazione degli stessi eventi sotto una luce diversa. Qui incontriamo per la prima volta Moses Fagin fanciullo, un moccioso che i genitori mandano per le strade di Londra a vendere aghi e bottoni e che per arrotondare il magro guadagno è costretto, come molti altri immigrati ebrei, a ricorrere ad espedienti; lo ritroviamo quando, in prossimità del suo tredicesimo compleanno, si mostra recalcitrante a dover studiare per prepararsi al bar mitzvà ed afferma di “non voler essere ebreo” in una nazione nella quale “gli ebrei possono solo mendicare”. Parole che fanno dire al rabbino Cohen che, pur non essendo l’Inghilterra il paese del latte e del miele, ci sono per gli ebrei possibilità per guadagnarsi da vivere negate altrove.

Dopo la morte del padre, ucciso in una rissa, e della madre, morta di stenti, il rabbino affida il giovane Moses Fagin ad un facoltoso commerciante di nome Eleazer Salomon; grazie a Mr. Salomon, Fagin scopre la società benestante degli ebrei sefarditi, ma saranno proprio le marcate differenze tra lui, povero ashkenazita, e la bella sefardita Rebecca di cui si è invaghito, figlia del facoltoso Emmanuel Lopez, a metterlo nei guai. Cacciato dal suo posto di lavoro, Moses Fagin si ritrova ancora una volta nei bassifondi, destinato a rimanervi per il resto della sua vita. È qui che la sua storia si incrocia con quella di un altro sfortunato, Oliver Twist, a cui Fagin fa da cattivo maestro ma in un certo senso anche da padre, offrendogli l’unico rifugio di cui dispone ed insegnandogli il solo “mestiere” che conosce.

Le ultime pagine del racconto ci riportano all’immagine di Fagin rinchiuso in cella ed ormai stremato che dopo aver narrato la propria vita accusa il suo creatore, Charles Dickens, di averlo ritratto ingiustamente, di aver usato la parola “ebreo” come sinonimo di criminale, quasi che la criminalità londinese fosse rappresentata esclusivamente da ebrei.

Poco prima di venire impiccato, il vecchio Fagin, il cui destino è stato segnato dalle vicissitudini della vita e non certamente dall’essere “figlio di una stirpe dispersa ma pur sempre nobile”, riesce a strappare a Dickens la promessa che nei suoi prossimi libri egli avrebbe ritratto la sua gente, gli ebrei, più equamente di come essi appaiono in Oliver Twist.

Nel leggere la prefazione al libro scopriamo che Eisner nel riscattare la figura di Charles Dickens intendeva riscattare sé stesso, “colpevole” di aver creato negli anni ‘40 un personaggio di nome Ebony, con tutti gli aspetti caricaturali dell’uomo di colore, che si esprimeva come un “negro” (per mezzo di questo termine si definivano allora gli afroamericani con un presumibile, ma forse altrettanto inconsapevole, senso di disprezzo).

William Erwin Eisner, noto come Will Eisner, deceduto nel 2005 all’età di ottantasette anni, era nato nel quartiere newyorchese di Brooklyn da una famiglia di immigrati ebrei, padre austriaco e madre romena; anch’egli, come Dickens, era condizionato dalla cultura del proprio tempo e resosi conto ad un certo punto di aver involontariamente contribuito a diffondere un’immagine stereotipata della gente di colore, malgrado egli fosse lontano da ogni intento razzista e discriminatorio, decise di porvi rimedio. Per fare questo abbandonò Ebony al suo destino, sostituendolo con altri personaggi, un ragazzo eschimese prima ed un ragazzo bianco poi. Due anni prima della sua scomparsa realizzò Fagin the Jew, oggi considerato un capolavoro del genere graphic novel che, insieme alla pubblicazione nel 1978 di quattro racconti riuniti sotto il titolo Contratto con Dio, ne svela l’anima ebraica.

Il libro Fagin l’ebreo, edito da Fandango Libri, è in vendita da febbraio al prezzo di 20 euro; un costo tutto sommato equo per un’opera che all’arte della narrativa grafica unisce notizie di carattere storico sulla presenza ebraica nella Londra vittoriana ed include un’interessante riproduzione di stampe ed illustrazioni che mostrano l’immagine degli ebrei secondo gli illustratori più influenti del XVIII secolo. Tutto ciò senza trascurare le lodevoli intenzioni che hanno ispirato la sua stesura e che, da sole, bastano a motivarne l’acquisto.

Sergio Franzese

 

Will Eisner, Fagin l’ebreo, Trad. Andrea Plazzi, Fandango Libri, Roma 2008, pagg. 128, 20

 

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