Storia

 

La "scuola sul Mediterraneo"

 di Laura Carlotta Gottlob

 

Una scuola fondata da un pedagogo, Hans Weil, profugo ebreo tedesco, a Recco, provincia di Genova. Una scuola d’emergenza, ma nondimeno fornita di elevato spirito pedagogico e di contenuti didattici progressisti.

Nel sapore poetico dell’intitolazione si racchiude un messaggio quasi simbolico del carattere della scuola, che ben giovava all’esistenza precaria di chi la frequentava: l’orizzonte.

Quasi una tautologia, giacché la scuola sorgeva su una collina dalla quale cielo e mare si vedevano coincidere. Un nome che corrispondeva ad una situazione e che la rafforzava di significati per chi doveva crescere, educarsi e orientarsi, di lì a poco, in un mondo sconosciuto, senza parametri e pericoloso. Un mondo dominato da dittature che stavano mettendo in atto meccanismi di persecuzione e di violenza e i cui sviluppi avrebbero causato ulteriori fughe di coloro che già in quegli anni cercavano rifugio laddove sembrava ancora possibile trovarne. Un mondo che avrebbe prodotto la seconda guerra mondiale.

La “Scuola sul Mediterraneo” era una delle sei scuole-convitto, frequentate principalmente da giovani ebrei tedeschi, fondate in Italia tra il 1933 e il 1934 e chiuse nel 1938, in seguito all’emanazione delle Leggi Razziali.

Lo storico Kurt Voigt, dell’Università di Berlino, è stato il primo a mettere in luce le scuole-convitto presenti in Italia durante il fascismo, in un capitolo del suo fondamentale libro Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945 (Firenze, La Nuova Italia, 1993-1996) in cui tratta il fenomeno delle migrazioni nell’Europa minacciata dal nazismo. Un altro prezioso e dettagliato contributo lo ha dato Hildegard Feidel-Merz, dell’Università di Francoforte, con Kindheit und Jugend im Exil. Ein Generationen-Thema (Edition text-kritik.Richard Boorberg Verlag, Muenchen 2006), testo dal quale sono state derivate molte delle informazioni qui esposte.

Il dottor Hans Weil (1898-1972), in quanto esperto in pedagogia, fu chiamato da Francoforte a Firenze per dirigere la prima di quelle scuole, la “Landschulheim Florenz”. Ad assegnargli questo incarico furono i suoi fondatori e sostenitori: Werner Peiser, alto funzionario ministeriale tedesco, Rudolf Kempner, giurista e Moritz Goldstein, filologo e giornalista.

L’impostazione pedagogica e didattica della “Landschulhem Florenz” era però fortemente orientata alla tradizione ginnasiale dei collegi ebraici tedeschi e molto distante dalla visione di Hans Weil. Già nel suo libro Die Entstehung des deutschen Bildungsprinzips (La genesi del principio tedesco di educazione) del 1931 (ripubblicato nel 1967) egli collegava in modo innovativo gli approcci delle scienze sociali con le scienze umane: una concezione interdisciplinare che non poteva applicarsi alle esigenze della scuola fiorentina. Ciò lo spinse poco tempo dopo, nel marzo 1934, a realizzarne una egli stesso: la “Scuola sul Mediterraneo” a Villa Palma (oggi Villa Braggio) a Recco. Inoltre, nel suo libro Weil analizzava criticamente la socializzazione dell’individuo intellettuale borghese e la sua esagerata aspirazione ad una istruzione intesa come soddisfazione personale. Nella “Scuola sul Mediterraneo” egli cercò dunque di raggiungere, sia nella teoria sia nella pratica, la sua meta di “educazione all’umanesimo sociale”; un’educazione propedeutica, viste le circostanze storiche e politiche, ad una vita in esilio.

La scuola avrebbe ospitato ragazzi ebrei e non ebrei, esiliati principalmente dalla Germania e in cerca di nuove prospettive. Anche questa “simbiosi ebraico-tedesca” rientrava nel principio di educazione all’umanesimo sociale del suo fondatore. In uno dei suoi scritti, Unsere Haltung (I nostri principi) è formulata la tesi secondo la quale uno dei principali obiettivi da raggiungere della scuola era la reciproca disponibilità di aiuto. In esso si legge: “Sempre dove e quando è possibile dobbiamo collaborare per promuovere una giustizia sociale. In quali forme si lasci realizzare non si può esprimere una volta per tutte in soluzioni già pronte...”

I programmi di studio della scuola comprendevano corsi di diverse lingue straniere – tra cui l’ebraico moderno – quale preparazione ad una vita futura dentro e fuori dell’Europa, poesia, musica, disegno e fotografia, recitazione, esercizi sportivi. Storia e fatti politici erano dibattuti nelle “Sonntagsansprachen”, incontri domenicali, un mezzo pedagogico di Weil affinché fosse sempre viva la relazione tra gli allievi e i loro insegnanti. Grande priorità era data alle attività manuali, tra cui spiccava la coltivazione della terra nelle fascie intorno a Villa Braggio. Il lavoro manuale non era concepito come formativo, ma come educazione alla perseveranza, nonché come conquista di autonomia nella vita domestica: per imparare a risparmiare facendo le cose da sé era obbligatorio una volta alla settimana praticare il giardinaggio. I pasti e le serate con ospiti dovevano incentivare il senso di inserimento degli allievi e abituarli alla convivenza.

L’educazione all’umanesimo sociale di Weil si ispirava in parte alla tzedakà, un insegnamento ebraico che signifi­ca giustizia equilibratrice, equità. Un precetto della Torà che si propone di creare maggiore giustizia nella società, una sorta di assistenza sociale, da non confondersi con l’amore cristiano, dato che chi ha bisogno riceve per diritto e non per carità. A questo proposito in Unsere Haltung si legge ancora: “Non siamo una privata esoterica isola. Noi e i nostri allievi, se veniamo utilizzati in base alle nostre capacità e obiettive possibilità, siamo sempre pronti a impegnarci in una qualunque occasione pubblica. Saremmo un’isola di fuggiaschi se fossimo rassegnati e inten­zionati ad occuparci solo di noi stessi”.

Nel 1937 arrivò l’ordine dal Consolato Generale tedesco di Genova di chiudere la scuola. I motivi non sono mai stati chiariti veramente e, nonostante gli appelli di Senta Weil rivolti alle autorità ministeriali italiane di Roma, le lezioni furono sospese. Hans Weil dovette lasciare l’Italia nel marzo del 1938. Sua moglie Senta, che non era ebrea, e i due figli andarono via nel 1939. La famiglia si riunì e visse dal 1940 negli Stati Uniti. I trenta ragazzi ospiti della scuola emigrarono in Francia, Gran Bretagna, Israele e America Latina.

In quegli anni la fisionomia di Recco era molto diversa da quella attuale e la sua bellezza deve aver suscitato molte emozioni negli animi dei componenti della scuola.

A Recco oggi è raro trovare tracce che la ricolleghino alla sua passata sostanza, essendo stata totalmente distrutta tra il 1943 e il 1944 da ventisette bombardamenti, il cui obiettivo era centrare il viadotto ferroviario, ed essendo stata successivamente e irreversibilmente molto mal ricostruita. Solo qualche frammento collocato sulle colline più alte e qualche percorso millenario, spesso minacciati da tentativi di lottizzazione, sono rimasti vincolati alla storia remota di quel territorio.

E nell’indagine impiegata sul passato e sul presente, l’orizzonte è il solo elemento rimasto inalterato nella sovrapposizione di due ritratti che corrispondono a quel paesaggio, prima e dopo la guerra.

 

Laura Carlotta Gottlob

Oxford, aprile 2006