Psiche

 

L’ombra lunga della shoah

di Silvana Calvo

 

Tamach è un consultorio di sostegno psicosociale per i sopravvissuti alla Shoah con sede presso la Comunità ebraica di Zurigo. Lo scorso novembre, il decennale di attività è stato celebrato con un simposio Zwischen Zerbrechen und Bewältigung (Tra fragilità e superamento) al quale hanno partecipato personalità scientifiche e politiche tra cui l’ex Presidente della Confederazione Ruth Dreifuss.

Ci si potrebbe chiedere se vi era necessità di aprire un tale consultorio in Svizzera, paese non toccato direttamente dalla seconda guerra mondiale. I dieci anni trascorsi hanno dimostrato che Tamach risponde a un bisogno reale. Infatti, come riferito dal direttore, Dott. Uriel Gast, l’istituzione ha assistito ben 300 persone e fornito 6000 unità terapeutiche. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, anche in Svizzera vivono sopravvissuti all’olocausto. Qualche centinaio di essi proviene dal contingente di 2880 ebrei liberati a mezzo riscatto verso la fine della guerra. In margine alle trattative con i tedeschi condotte da Israel Kasztner e dal rappresentante del Joint in Europa, Saly Mayer, arrivarono due treni da Bergen-Belsen: il primo raggiunse Basilea il 21 agosto 1944 con 318 ex prigionieri ebrei e il secondo, il 7 dicembre, ne portò a St. Margrethen 1352. Nel febbraio del 1945 un terzo treno, predisposto dalla famiglia Sternbuch già distintasi fin dal 1938 per il suo soccorso alle vittime del nazismo, condusse in salvo a Kreuzlingen 1210 reduci da Theresienstadt. Altri sopravvissuti sono confluiti negli anni del dopoguerra, per matrimonio con cittadini svizzeri o per motivi di lavoro e un certo numero è entrato nel paese in veste di profugo dall’Ungheria nel 1956 e dalla Cecoslovacchia nel 1968.

La seconda domanda che ci si potrebbe porre è se abbia senso un trattamento specifico per i sopravvissuti alla Shoah, diverso da quello di norma prestato a pazienti con disturbi analoghi. A lungo la comunità scientifica non ha compreso la peculiarità delle patologie e delle sofferenze psicologiche dovute al trauma della Shoah. Queste, fino agli anni ’70 del novecento, venivano per lo più assimilate ai traumatismi di guerra (PTSD: Post-traumatic stress disorders) il cui studio era iniziato subito dopo la prima guerra mondiale. La sensibilità verso i traumi inferti dall’uomo (MMD: Man-made disasters) si è sviluppata solo dopo il 1945. Ed è allora che si è evidenziata la natura particolare delle ferite subite dai sopravvissuti alla Shoah. A causa di questa tardiva attenzione i consultori di sostegno psicosociale rivolti espressamente a loro sono comparsi in anni relativamente recenti. Il Sinai Zentrum è stato il primo a iniziare l’attività in Olanda, ad Amersfoort nel 1979. All’esperienza olandese hanno fatto seguito Amcha in Israele dal 1987, Esra-Berlino dal 1991, Esra-Vienna dal 1994.

Tamach, in attività a Zurigo dal marzo 1998, è sorto perché gli ex perseguitati dal nazismo residenti in Svizzera riuniti nell’associazione Kontaktstelle (Centrale di contatto) avevano espresso il desiderio di poter fruire di un servizio che si occupasse di chi, tra loro, aveva bisogno di sostegno. Le terapiste fondatrici e animatrici del consultorio, Revital Ludewig-Kedmi, Miriam Victory Spiegel e Silvie Tyrangiel, sono esse stesse figlie di perseguitati. Il nome scelto, “Tamach”, è una parola ebraica traducibile in “Soccorso e sostegno”.

Tamach offre terapie individuali, di coppia, famigliari e di gruppo. In primis si prende cura della Prima generazione, ossia di coloro che hanno conosciuto direttamente la persecuzione nei lager, nei ghetti oppure hanno dovuto nascondersi, fuggire o diventare profughi. Tra di essi vi sono i sopravvissuti più giovani (Child survivors) che alla liberazione avevano meno di 16 anni. Le loro patologie sono complicate dal fatto d’aver subito il trauma nell’infanzia quando si è più vulnerabili, si dispone di meno difese e le esperienze negative lasciano tracce più profonde nella psiche. Gli altri, i sopravvissuti adulti, sono ormai tutti ultraottantenni: parecchi sono ancora autonomi e in salute, mentre altri vivono in case per anziani perché debilitati fisicamente o psichicamente oppure ammalati. Per chi è impedito nello spostamento sono previste visite a domicilio e sedute terapeutiche telefoniche.

Inoltre Tamach risponde alle richieste di sostegno dei coniugi di persone appartenenti alle categorie descritte sopra, i quali, pur non avendo subìto la persecuzione nazista in prima persona, soffrono delle conseguenze dei traumi patiti dal proprio marito o dalla propria moglie. A loro si sono aggiunti i figli nati dopo il 1945, che costituiscono la Seconda generazione, le cui problematiche, evidenziatesi in tempi relativamente più recenti, dimostrano quanto i traumi subiti da una generazione si ripercuotano, tramite un fenomeno di traslazione transgenerazionale, anche sulle generazioni successive.

La Prima Generazione è costituita da esseri umani che si portano dentro una sofferenza dovuta a ferite che si possono definire estreme: fame, maltrattamenti, umiliazioni, deprivazione della dignità, perdita violenta di persone care, paura, contiguità con la morte, scoramento. È vero che dopo il ritorno molti di loro hanno saputo tenere in scacco la sofferenza per tanti anni: hanno messo in atto buone strategie per integrarsi nella loro comunità e nel tessuto sociale elvetico, hanno fondato famiglie, sono stati attivi professionalmente, spesso hanno raggiunto traguardi notevoli. Con l’andar del tempo però, diventando anziani, succede anche a loro di indugiare sempre più col pensiero nel passato dando così al trauma la possibilità di riattualizzarsi e alle angosce di farsi sentire e di aggredire sotto forma di incubi, disturbi psicosomatici, patologie depressive e sensi di estraneità. Per questo motivo tendenzialmente le richieste di sostegno aumentano con l’avanzare dell’età.

Il Consultorio offre un ambiente protetto nel quale le persone possono parlare delle proprie esperienze, passate e presenti. Il racconto della loro vita può così diventare uno strumento terapeutico e inoltre, se il soggetto lo desidera, anche un documento scritto o registrato al servizio della Storia e della Memoria. Anche l’identità ebraica, come l’hanno vissuta prima e dopo la Shoah, è sovente uno dei temi essenziali di riflessione.

I coniugi a loro volta soffrono a causa dei perturbamenti della relazione di coppia dovuti alla presenza di un trauma represso o riaffiorato nell’animo del partner. Altre volte invece entrano in crisi perché, per risarcire il proprio marito o la propria moglie per le sofferenze patite nella Shoah, caricano su di sé gran parte del peso del disagio e tendono ad annullarsi e a reprimere le proprie legittime esigenze individuali.

Un capitolo delicato è quello della Seconda Generazione. Come normalmente accade, lo stato psicologico del padre o della madre influisce sui figli. Nel caso specifico dei genitori sopravvissuti alla Shoah vi sono diversi modi in cui ciò si realizza. Ci sono coloro che riversano senza adeguato filtro i loro ricordi e le loro angosce sui figli fino a quando questi non ne possono più e non vogliono più sentir parlare di Shoah. Questa insofferenza può indurre un figlio a pensare di essere insensibile e cattivo, di tradire il genitore (e tutte le altre vittime che hanno sofferto): il conseguente senso di colpa sommato alle impressioni che i racconti ripetutamente uditi hanno inciso nel suo animo può talora turbare in modo più o meno grave il suo equilibrio psichico.

Altri genitori invece tacciono. Non vogliono parlare del passato o non sono in grado di farlo. Ciò nonostante i figli intuiscono. Il trauma sofferto dal genitore può allora trasformarsi nella mente del figlio in una raccapricciante entità, inquietante perché priva di reali contorni. Inoltre il silenzio può in qualche caso venir interpretato dal ragazzo come una esclusione, un abbandono se non addirittura come un rifiuto affettivo.

Può anche succedere che a un figlio nato dopo il 1945 venga inconsciamente chiesto di compensare con la sua presenza il male patito dal genitore, oppure venga perfino investito della quasi insopportabile responsabilità di sostituire e in casi estremi di rappresentare una specie di reincarnazione di un congiunto scomparso nella Shoah. Analogamente va segnalato il fenomeno del Figlio candela della memoria. Questo termine, coniato dalla psico­analista italo-israeliana Dina Wardi, serve a designare una specifica dinamica psicologica osservata in molte famiglie di sopravvissuti. In esse uno dei figli è designato al ruolo di Candela della memoria (il lume che si accende per ricordare tutti i parenti morti nella Shoah) e gli è affidato il gravoso compito di partecipare al mondo emotivo dei genitori in misura maggiore rispetto ai suoi fratelli. Secondo gli studi di Dina Wardi, ha inoltre la missione di servire da anello di congiunzione della catena che attraverso il presente lega il passato al futuro. Sebbene di regola le patologie della Seconda Generazione siano più lievi di quelle che affliggono la Prima Generazione, è anche vero che singoli casi finiscono col rivelarsi tra i più gravi che le terapiste si trovano a dover affrontare.

Il lavoro di Tamach va nel senso di permettere ai superstiti della Shoah di rielaborare antichi lutti rimossi e di aiutarli a ristabilire, quando necessario, rapporti sereni all’interno delle loro famiglie. Il fulcro della terapia è però il confronto fattivo con il trauma. Purtroppo il trauma è irreversibile: è avvenuto e non si può cancellare. Perciò non sempre si potrà arrivare a una guarigione liberatoria. In molti casi l’obiettivo raggiungibile sarà più limitato: imparare a convivere meglio con la propria ferita e ottenere che essa faccia soffrire il meno possibile.

 

Silvana Calvo

www.tamach.org
Holocaust 2001, Collage.
Bruce Zeines