Roberto Terracini

 

Mio padre scultore

di David Terracini

 

“Pronto, ciao Lia, sono David, come state? Tutti bene?” “Tutti bene, baruch A-Shem, e voi?” “Tutti bene, grazie. Lia, ti ricordi la testina in terracotta, ritratto di tuo figlio Yitzchak ridente quando aveva due anni, fatta da papà nel 1972? Se vi interessa averla, ve la posso spedire da Torino a casa tua a Bne Brak bene imballata”. “Certo che mi piacerebbe averla, David, tuo nipote da bambino era così carino… ma purtroppo per tenere la testina in casa saremmo costretti a romperle il naso”. “Il naso? E perché?” “Come perché? Sai benissimo che agli ebrei è proibito fare immagini, specie in scultura. Una scultura può essere tenuta solo se sfregiata, in modo da fugare qualsiasi sospetto di idolatria”. “Va bene, allora la tengo io. Senti, abbiamo venduto una scultura di papà e volevo spedirti la tua parte” “Era una scultura vestita o nuda?” “La Niobe, quella madre nuda che allatta il bambino” “No, allora, i soldi tienili tu, e poi sai bene che non si può guadagnare dalla vendita degli idoli”. “Ma che idoli, si tratta di un’opera d’arte, una madre che protegge il suo bambino, non è mica un Cristo!”. “Non insistere per favore: quando vorrai, farai un’offerta, per tzedachà, ma non legata a questa vendita e non per quest’importo.” “OK, come vuoi”.

È possibile – mi sono chiesto – che la maggior parte delle sculture antiche abbiano il naso e il pisello mozzati perché sono passati di lì degli ebrei ortodossi, dei paleocristiani iconoclasti o dei musulmani integralisti? Certo mio padre, che era ebreo per poesia, sapeva del divieto di farsi immagini, specie se scolpite, ma suo nonno, rabbino di Asti, era stato liberato dal ghetto e mio padre, come tutta la sua famiglia, doveva-poteva fare un lavoro come tutti gli italiani, e quindi anche lo scultore. E se la Chiesa gli chiedeva un crocifisso, lui lo faceva, dicendo che doveva mantenere una moglie e tre figli.

In famiglia prendevamo in giro papà per la sua opposizione a qualsiasi rigorismo religioso, tanto da diffondere la voce che prima di andare in Israele a trovare sua figlia Lia, che aveva sposato un haredì, si fosse fatta fare la vaccinazione antirabbinica.

Era rimasto orfano di padre quando era molto piccolo. Raccontano in famiglia che mio nonno gioielliere fosse stato rovinato da Casa Savoia, che avrebbe acquistato gioielli senza pagarli. Quello che è certo è che alla morte di mio nonno mio padre e la sua famiglia sopravvissero a stento e dovettero trasferirsi dal centro a Pozzo Strada, alla periferia di Torino. Il fratello di mio padre, Davide Terracini, detto Dino, ha mantenuto col suo lavoro la madre, i suoi tre fratelli e se stesso. Zio Dino era un appassionato d’arte ed è grazie a lui che il mio papà (che fin da bambino disegnava benissimo) ha potuto proseguire gli studi artistici frequentando l’Accademia Albertina.

Dicevo che papà era ebreo per poesia. Poesia per lui era impartire col Talled la benedizione ai suoi figli il giorno di Kippur ed ascoltare il suono dello Shofar. Come lui benediceva i suoi figli quel giorno, così il suo Mosè aveva protetto la sua Torah, come la sua Niobe asiatica il suo bambino. Ma mio padre era anche ebreo per politica: da ragazzino (era il 1911) la mamma lo mandava a distribuire i bossoli per raccogliere fondi tra gli ebrei di Torino. “Fondi per la Palestina…” diceva mio padre quando gli aprivano “Cos’è la Palestina?” chiedevano alcuni. “Nel 1938 ero a spasso per mano con tuo padre – mi racconta una cugina – avevo nove anni e incontriamo un suo amico che si era convertito in quei giorni al cattolicesimo, con tutta la famiglia, sperando di scampare alle leggi razziali appena uscite. Ricordo come fosse ieri che tuo padre con fermezza gli ha detto: “tu hai tradito il tuo popolo”.

Non ha fatto il partigiano, perché era un non violento. “Daje ‘n sgiaflon!” (dagli una sberla), diceva a mia madre se ne avevo combinata una grossa. Ma anche lei non mi toccava. Coi partigiani ha convissuto in Val Pellice, quando a Rorà è stato nascosto nella cascina “La Vernarea” di Giachet Pavarin con la moglie e la figlia Lia, col nome falso Ferraguti. Non poteva scolpire, perché le sculture non si nascondono facilmente. Ma disegnava. Ritratti di partigiani, postazioni, rifugi, paesaggi, armi. Disegni che venivano nascosti in un muro, e che costituiscono una collezione unica, perché tanti artisti hanno disegnato la Resistenza, dopo il 25 aprile ’45, ma pochi l’hanno documentata dal vivo, in modo non celebrativo.

Mio padre lavorava sempre. Anche di sabato e di domenica. E ha potuto farlo grazie alla mia mamma, che ha sostenuto il suo lavoro creativo a tempo pieno come un’ombra, senza apparire. Dopo che mio padre è mancato, la mamma ha portato avanti un paziente lavoro di schedatura di tutte le sue opere di scultura. Anche grazie alle sue schede, il critico Armando Audoli ha potuto recentemente ricostruire l’intera sua opera nella monografia “Diversa e misteriosamente uguale, la scultura di Roberto Terracini” per l’edizione Weber & Weber.

 

David Terracini

 


 

Lo scultore Roberto Terracini nasce a Torino il 6 gennaio 1900. All’età di 14 anni entra come garzone nello studio dello scultore Giovanni Battista Alloati. In seguito frequenta l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove è allievo di Cesare Zocchi e di Luigi Contratti. Nel 1918 soggiorna a Firenze e tra il ‘20 e il ‘21 a Roma, dove frequenta la British Academy of Arts. In seguito partecipa alle mostre collettive della Promotrice delle Belle Arti di Torino, degli Amici dell’Arte e della Quadriennale di Roma. Nel 1934 è presente alla Biennale di Venezia con due opere: Lola nuda e Mariuccia al mare, mentre nel ’36 vi espone: Gli amanti, Ragazza al sole e Mattino. Il 29 giugno 1938 sposa Adele Böhm. Pochi giorni dopo, il 12 luglio, inizia la campagna antisemita, che non gli consentirà, fino al 1945, di partecipare ad alcuna esposizione né ad alcun bando di concorso pubblico. Lavori per privati o concorsi all’estero gli consentiranno di mantenere la famiglia. Nel 1939 nasce la figlia Lia. Durante la guerra, tra il 1941 e il 1943 con la famiglia sfolla a Luserna San Giovanni, in Val Pellice. Il 13 luglio 1943 un bombardamento alleato gli distrugge lo studio di via Fontanesi. Si salvano pochissime sculture ma nessun disegno. Dopo l’armistizio, con l’entrata in Italia delle armate tedesche e l’inasprimento delle persecuzioni razziali, Terracini cambia nome in Ferraguti falsificando a mano diversi documenti e si nasconde con moglie e figlia in una cascina a Rorà, sopra Luserna. Nello stesso paese si rifugiano anche altre cinque famiglie di ebrei torinesi. La popolazione ebraica di Rorà raggiunge il 10% della popolazione totale, ma, nonostante le pene crudeli per chi ospita dei clandestini ed i premi per i delatori, nessuno fa la spia, in memoria forse delle persecuzioni antivaldesi subite da quelle valli nei secoli passati. Nella Val Pellice e nelle valli vicine operano intanto, all’interno delle brigate di Giustizia e Libertà o dei Garibaldini, diversi partigiani ebrei. Si ricordano i caduti Emanuele Artom, Paolo, Franco e Sergio Diena, Walter Rossi. E ancora le staffette Marisa Diena e Carmela Mayo e poi Franco Momigliano, i due partigiani omonimi Giorgio Diena, Giorgio Segre, Ruggero e Mario Levi, Ugo Sacerdote. Il mondo partigiano della Val Pellice è testimoniato da decine di disegni, ritratti e paesaggi che Terracini ha eseguito durante il periodo in cui era nascosto. Poco dopo la Liberazione, il 13 luglio 1945 nascono i due gemelli Laura e David. Con la fine della guerra Terracini riprende l’attività di scultura a Torino, tornando ad esporre alla Promotrice di Belle Arti, al Circolo degli Artisti e al Piemonte Artistico e Culturale. Nel 1951 si reca per lavoro nel neonato Stato d’Israele e nel ’53 in Unione Sovietica con una delegazione culturale italiana. Dal 1952 al 1973 si dedica attivamente all’insegnamento della scultura, prima in istituti statali d’arte, poi al Liceo Artistico di Torino. Mostre personali vengono allestite a Torino, alla Galleria Fogliato ed alla Viotti, alla Galleria Gussoni di Milano e alla Galleria Müller di Buenos Aires. Muore il 15 luglio 1976, investito da un’auto. Mostre personali postume sono state organizzate al Circolo degli Artisti (1979 e 2009), alle gallerie Pirra (1991), Fogliato (2004), Weber & Weber (2009).

Della sua opera il critico Paolo Levi ha scritto:

“Alla fine dell’Ottocento, grazie alle presenze di Calandra, Bistolfi e Rubino, Torino aveva tutto per essere considerata la capitale europea della scultura. Parigi aveva solo Rodin. Ma i giochi furono tutti a sfavore della capitale del Piemonte. Non aveva forse perso la capitale d’Italia? Sul piano culturale, nel 1900, quando nasce Roberto Terracini, Torino è una città, ormai, emarginata sul piano internazionale. Come tanti suoi colleghi coetanei locali, opera del tutto isolato. Va per la sua strada, non guarda all’Art Nouveau o al Simbolismo del tempo. Rende omaggio alla scultura greca e al realismo delle forme. Esegue pezzi memorabili come “Niobe”, ritratti straordinari, disegna con facilità. Crea capolavori fuori dal tempo e dalla storia.

 

Fotoalbum - Roberto Terracini scultore