Prima pagina

 

Una tempesta di rivolte

 di Yossi Amitay

 

“Il popolo vuole rovesciare il regime!”. Questo slogan è diventato il grido di battaglia dei violenti movimenti di protesta in tutto il mondo arabo. Le proteste, che si estendevano dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia allo Yemen, dal Bahrain alla Siria e in altri Paesi mediorientali e nei Paesi arabi del Nord Africa, erano iniziati grazie ad alcuni giovani tra i venti e i trent’anni a cui si sono uniti ben presto uomini e donne di ogni colore, di ogni età o provenienza sociale, credo religioso e appartenenza politica. Milioni di dimostranti pieni di rabbia sono scesi in strada nei loro rispettivi Paesi e in alcuni casi sono ricorsi alle armi per ottenere diritti umani e la fine di regimi dispotici e corrotti.

Mentre questo articolo viene scritto la burrascosa protesta continua. Nessuno è in grado di dire quale direzione prenderà prima che l’articolo sia pubblicato. Si ha tuttavia l’impressione che lo tzunami rivoluzionario abbia perso un po’ del suo slancio benché non si sia arrestato. Inoltre, l’equilibrio provvisorio dei movimenti di protesta riflette una grande differenza tra i diversi paesi arabi. Se si mettono a confronto le situazioni di alcuni paesi arabi, il quadro è lungi dall’essere omogeneo o analogo. Questa situazione conferma una teoria sostenuta da quasi tutti gli studiosi di Medio Oriente e cioè, se l’unità araba è un’aspirazione profondamente radicata e cara a milioni di arabi “dall’Oceano Atlantico al Golfo Persico”, ciò a cui assistiamo in realtà è la grande diversità esistente tra una società araba e l’altra. Mentre in Tunisia e in Egitto sia la “Rivoluzione del gelsomino” che la “Rivoluzione del loto” hanno raggiunto lo scopo che si erano prefissi, ossia le dimissioni dei loro dispotici governanti, in altri Paesi arabi le proteste non sono ancora sfociate allo stesso risultato e non sappiamo se tale obiettivo potrà essere raggiunto in un prossimo futuro.

In alcuni Paesi la protesta è stata repressa con la forza, in altri per il momento è tenuta sotto controllo dal regime al potere. In Libia, ci sono ancora scontri armati tra i sostenitori di Gheddafi e i ribelli e l’esito della lotta non è scontato.

Ma anche quei Paesi nei quali sono stati raggiunti gli obiettivi che hanno dato inizio alla rivoluzione, ossia Tunisia ed Egitto, stanno ora vivendo “il mattino dopo”. Poiché conosco la realtà egiziana vorrei mettere brevemente a fuoco che cosa sta avvenendo in quel Paese. I giovani rivoluzionari che hanno dato origine alla protesta popolare che ha fatto cadere il regime di Mubarak avrebbero voluto continuare la lotta finché non si fossero raggiunti tutti i loro obiettivi, in particolare eliminare dall’elite al potere tutti coloro - persone e istituzioni - che erano legati all’“ancien régime”. Il loro successo è stato comunque solo parziale. Da quando Mubarak si è dimesso l’Egitto è governato dal cosiddetto “Consiglio Supremo delle Forze Armate”. Il Consiglio ha sciolto entrambe le Camere del Parlamento egiziano e ha sospeso la Costituzione. Ha insediato una commissione giuridica di esperti con pieni poteri per apportare alcuni emendamenti alla Costituzione, in particolare per quanto concerne il sistema delle elezioni presidenziali e parlamentari. Ai giovani rivoluzionari non è piaciuta l’idea che soltanto alcuni articoli della Costituzione venissero modificati. Essi richiedevano l’abolizione totale della Costituzione in vigore e la sua sostituzione con una Costituzione completamente nuova. Gli .emendamenti proposti dalla commissione giuridica sono stati sottoposti a un referendum popolare. I giovani rivoluzionari, insieme ad alcuni intellettuali liberali, hanno fatto appello agli elettori affinché votassero “no” agli emendamenti proposti, secondo loro insufficienti. Questo avrebbe significato un rinvio abbastanza lungo delle elezioni sia parlamentari che presidenziali (rinvio che i giovani rivoluzionari pensavano avrebbe dato loro tempo e spazio necessari per organizzarsi in un partito politico). Al contrario, i risultati sono stati esattamente l’opposto con il 77% dei voti a favore dei piccoli emendamenti costituzionali. Questo risultato riflette lo stato d’animo di importanti ambienti egiziani, e cioè che l’at­tuale “spirito rivoluzionario” sarebbe sfociato nel caos, nell’insicurezza e nell’instabilità. Quello a cui abbiamo assistito finora è il dilemma che si è posto ai movimenti rivoluzionari ovunque “il mattino dopo”, tra una “rivoluzione permanente” e uno Stato che ricomincia a funzionare. Pare che il Consiglio Supremo delle Forze Armate abbia optato per la stabilità cercando di reprimere lo spirito rivoluzionario dei giovani della piazza Tahrir (Liberazione). In ogni modo, l’Egitto oggi respira in modo libero e democratico, dopo trent’anni di regime autoritario. Resta da vedere quale direzione prenderanno i prossimi sviluppi politici in Egitto, quali forze politiche saranno alla guida del Paese quando si avranno elezioni veramente democratiche (probabilmente nel prossimo settembre).

Israele ha seguito gli eventi con preoccupazione: un nuovo regime egiziano avrebbe rispettato gli accordi di pace israelo-egiziani firmati 32 anni fa? Esiste l’eventualità che il vincitore che uscirà dalle elezioni democratiche possa essere il movimento dei Fratelli Musulmani, che è apertamente ostile allo Stato di Israele? Alcuni giornalisti in Israele hanno perfino sostenuto che sarebbero preferibili i regimi autoritari dei Paesi arabi circostanti. Israele comunque dovrebbe sentirsi rassicurata dalla totale assenza di slogan anti-israeliani durante le manifestazioni di protesta nella piazza Tahrir e in tutto l’Egitto. Dovrebbe sentirsi anche rassicurata dalle affermazioni ricorrenti dei politici egiziani e dai portavoce dell’esercito che l’Egitto rispetterà tutti i suoi impegni internazionali, compresi gli accordi di pace con Israele. È opinione comune tra gli esperti che le possibilità che i Fratelli Musulmani vincano nelle prossime elezioni democratiche siano trascurabili.

Io penso che una trasformazione democratica nelle società arabe circostanti rappresenti l’interesse di Israele. Astenendosi da qualsiasi ingerenza negli avvenimenti che stanno avendo luogo in Egitto, Israele dovrebbe mettere in chiaro che essa rispetterà qualunque scelta liberamente e democraticamente fatta dal popolo egiziano.

Yossi Amitay

   

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