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La rivoluzione araba, Israele e la diaspora

di David Calef

 

Per più di mezzo secolo Israele ha rappresentato un’anomalia. Nessuno dei venti stati del Medio Oriente e Nord Africa, ad eccezione della Turchia e, molto parzialmente, del Libano e dell’Iraq, ha mai conosciuto alcuna forma di governo democratico. L’eccezionalità democratica di Israele nella regione è stata a lungo il vanto degli israeliani.

Il deficit di democrazia dei paesi circostanti è stato spesso indicato dagli israeliani come una delle cause profonde della loro ostilità nei confronti dello stato ebraico. Per esempio, a metà settembre 2010, Danny Ayalon, vice­ministro degli esteri ha sottolineato ancora una volta il ruolo della democrazia nei conflitti del Medio Oriente. A Washington, di fronte ad una platea di politici e diplomatici, Ayalon ha detto: “Se il Medio Oriente fosse più democratico non ci sarebbe conflitto poiché la Storia ha provato che in generale, le democrazie non si combattono tra loro [...] Il nostro conflitto non riguarda territori o risorse bensì questioni essenziali di ideologia: Israele non viene accettata nella regione perché è un paese democratico... (corsivo mio) Mi sento a disagio ad essere l’unico oratore in rappresentanza di una democrazia nella nostra regione”.

A giudicare dalle affermazioni di Ayalon, si potrebbe pensare che le insurrezioni arabe e le aspirazioni di demo­crazia che le hanno mosse avrebbero suscitato reazioni favorevoli a Gerusalemme. Non è andata così. Anzi, le primissime reazioni dell’establishment politico, degli analisti militari e dei mass media sono state dettate dalla più circospetta Realpolitik. Un esempio per tutti: alla fine di gennaio quando l’esito della sollevazione egiziana era ancora incerto, l’ex ambasciatore israeliano al Cairo Eli Shaked dichiarava in un’intervista al settimanale Der Spiegel: “È assolutamente nell’interesse d’Israele, degli Stati Uniti e dell’Europa che Mubarak rimanga al potere” E ancora, riferendosi a Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, paesi dove non vi è traccia di democrazia, “Mai prima d’ora gli interessi strategici di Israele sono stati allineati a quelli dei governi sunniti”. Sulla stessa lun­ghezza d’onda, uomini politici come Silvan Shalom (vice primo ministro), Ben Eliezer (ex ministro laburista) e Yuval Steinitz (Ministro delle Finanze) auspicavano che le insurrezioni di piazza Tahrir al Cairo fossero represse dall’esercito egiziano.

Ai politici e ai diplomatici citati ha fatto eco buona parte degli opinionisti della stampa conservatrice (Ma’ariv, Yediot Ahoronot e Jerusalem Post) tra i quali è prevalsa un’interpretazione orientalista delle rivolte nel Nord Africa secondo cui ci sarebbe un’incompatibilità tra la cultura araba e la democrazia.

Non sorprende quindi che l’opinione pubblica israeliana guardi alle rivolte arabe con un misto di inquietudine, scetticismo, indifferenza e tiepida partecipazione. Secondo un sondaggio dell’Independent Media Review and Analysis di inizio aprile quasi la metà degli israeliani percepisce come positivi gli eventi di Tunisi e del Cairo, ma il settanta per cento degli intervistati ritiene che Israele non debba prendere alcuna iniziativa politica finché la situazione non ritornerà stabile. Sebbene Shimon Peres e Nathan Sharansky abbiano pubblicato articoli favorevoli alle sollevazioni della piazza araba (su quotidiani non israeliani, Guardian e Washington Post), in generale l’esta­blishment e l’opinione pubblica sembrano d’accordo su un punto: Israele deve aspettare la conclusione dei moti insurrezionali in Egitto, Libia, Siria e Yemen senza avviare progetti politici all’altezza del nuovo assetto geopo­litico. Se non sorprende che politici di Likud e Yisrael Beitenu abbiano mostrato scarso entusiasmo per le rivolte arabe, vale la pena ricordare che molti esponenti di primo piano dei partiti arabi stanno vivendo i primi mesi della primavera araba con un certo imbarazzo. Infatti, mentre oggi i membri della Knesset di Balad, Ta’al, Mada e Hadash appoggiano le proteste dei giovani egiziani e parteggiano per i ribelli libici, neanche un anno fa rendevano una visita di cortesia al rais di Tripoli. Richieste di aiuti finanziari, protocolli ossequiosi nei confronti del Colonnello, critiche - legittime - allo stato di Israele che discrimina la minoranza araba: ecco alcuni elementi della loro sciagurata missione diplomatica. Ma dopo i bombardamenti su Bengasi e Misurata, le foto che ritraggono Ahmed Tibi e colleghi, sorridenti accanto a Gheddafi sono un memento della stoltezza di chi, allora, criticava l’imperfetta democrazia israeliana, ma non aveva alcuna remora a trescare con un dittatore sanguinario e per nulla democratico.

Lo scetticismo dell’attuale governo a Gerusalemme non può irritare più di tanto. Sarebbe ingiusto addebitare esclusivamente a Israele peccati di miopia politica quando la comunità internazionale è stata sfacciatamente cieca così a lungo. Al di là delle belle parole in circolazione da tre mesi, le potenze occidentali (Stati Uniti, Francia, Italia, Germania, e Gran Bretagna) hanno intrattenuto per molti anni cordiali rapporti con gli autocrati del Nord Africa senza farsi venire alcuno scrupolo riguardo alla natura liberticida e oppressiva dei loro regimi.

Naturalmente le apprensioni israeliane non sono infondate. Nonostante le incertezze sull’esito della transizione post-rivoluzionaria in Tunisia, Egitto, e negli altri paesi interessati dalla fibrillazione democratica è verosimile che i nuovi assetti politici nella regione siano più favorevoli alla libera circolazione di sentimenti anti-israeliani e in alcuni casi antisemiti. Il consolidarsi del movimento dei Fratelli Musulmani in Egitto può destare preoccupazioni. Purché siano preoccupazioni plausibili e circostanziate e non profezia aprioristica di scenari apocalittici per rafforzare l’idea che gli arabi siano costituzionalmente incapaci di gestire democraticamente il governo dei propri stati. Difatti basta riflettere sulle origini della protesta contro Mubarak per ritenere improbabile che il pregiudizio verso Israele si traduca in azioni concrete. Una delle cause profonde che ha determinato la sollevazione popolare contro il regime di Mubarak è stata la stagnazione economica che perdurava da anni e aveva ridotto il 40 per cento circa della popolazione in condizioni di povertà (reddito inferiore a 2$ al giorno). I manifestanti egiziani che gridavano Aish, hurriyya, karama insaniyya (pane, libertà e dignità) sfidando la polizia a fine gennaio erano in piazza per protestare contro la distribuzione clientelare delle risorse, la disoccupazione e la mancanza di libertà, non per esecrare il sionismo. È difficile pensare che nei prossimi mesi chiunque assumerà responsabilità di governo al Cairo voglia rischiare di colpo di perdere gli aiuti economici degli Stati Uniti per sfogare rancori anti israeliani. Anche se la rappresentanza politica dei Fratelli Musulmani dovesse prevalere alle prossime elezioni è improbabile che essa vorrà guidare il paese al disastro economico, eventualità certa se l’Egitto aprisse le ostilità nei confronti di Israele perdendo in un sol colpo il sostegno economico degli Stati Uniti (1.6 miliardi di dollari nel 2010, l’80 per cento dei quali sono aiuti militari) e le considerevoli entrate del turismo (10% del PIL).

Se fosse sinceramente favorevole a una svolta antitirannica e libertaria nel mondo arabo, Israele dovrebbe preoccuparsi non solo di una possibile radicalizzazione islamista, ma anche di una transizione democratica incompiuta. Nel dopo-Mubarak, l’unico attore rilevante sulla scena politica resta l’esercito, interessato a mantenere il potere sul paese. Tanto che per l’Egitto di oggi si può ripetere quello che il generale von Schrötter diceva a proposito della Prussia di Federico il Grande: “non è uno stato con un esercito, bensì un esercito con uno stato”. Le notizie che arrivano dal Cairo alla fine di Aprile non rassicurano sulle reali intenzioni delle élites militari di rinunciare a poteri e privilegi goduti per oltre cinquant’anni.

Il motivo dell’imbarazzo israeliano è in realtà piuttosto semplice. Tra i grandi dubbi sugli esiti delle rivolte arabe (soprattutto quelle in corso in Egitto e in Siria e quelle possibili in Giordania) esiste una quasi certezza: una volta che le aspirazioni di democrazia saranno soddisfatte, gli egiziani esprimeranno liberamente la propria solidarietà alle rivendicazioni dei palestinesi di Gaza e dei Territori Occupati. E oltre alla solidarietà c’è il vero incubo degli israeliani: che l’Egitto annulli il trattato di pace firmato 32 anni fa da Sadat e Begin divenendo apertamente ostile nei confronti di Israele. Da mesi, i politici e i media israeliani tracciano paralleli tra l’Egitto del 2011 e l’Iran del 1979, tra la Siria dei giorni nostri e Gaza del 2006 quando Hamas vinse le elezioni. La minaccia che viene evocata di continuo è che le rivoluzioni democratiche vengano deragliate dagli islamisti radicali come successe a Teheran ai tempi dell’ayatollah Khomeini. È per questo che si è arrivati al paradosso: molti in Israele si trovano loro malgrado a fare il tifo per l’arcinemico Bashar al Assad nel timore che l’arsenale missilistico siriano cada in mani an­cora più ostili di quelle dell’attuale regime alauita. E siamo al nodo centrale che rende scomoda la posizione di Israele: nel momento in cui il mondo arabo cerca di affrancarsi dagli ancien régimes, Israele rischia di interpretare il ruolo di Faraone che impedisce l’emancipazione dei palestinesi. L’attuale coalizione governativa non ha alcuna intenzione di risolvere il problema di deficit democratico al di là della Linea Verde e nella Striscia di Gaza. Israele continua a costruire insediamenti in Cisgiordania e persiste a segregare i palestinesi nella Striscia. Fintanto che il governo Netanyahu persisterà nell’illusione che le attività edilizie nei Territori Occupati e il blocco di 1.5 milioni di persone lasciate alla mercè di Hamas siano misure adatte a risolvere il conflitto con la controparte palestinese, il risentimento in Medio Oriente continuerà a ostacolare l’instaurarsi di relazioni di pace durature tra Israele e il mondo arabo.

Come sempre accade quando il Medio Oriente sussulta, la diaspora avverte l’urgenza di far sentire la propria voce. Sarebbe strano se questo non succedesse. Sarebbe strano se la diaspora stesse in silenzio e sarebbe irragionevole se la diaspora assecondasse tutte le mosse politiche di un governo guidato da Netanyahu e Lieberman senza rendere pubblico il proprio disagio. Va da sé che le comunità ebraiche siano, come al solito, divise. Da una parte c’è chi sostiene Israele senza se e senza ma, dall’altra chi ne denuncia le politiche di espansionismo a est della Linea Verde e di segregazione coatta al sud del valico di Erez. Da una parte chi sottoscrive lo scetticismo sulle rivolte arabe prefigurando alleanze tra i fondamentalisti d’Iran, Egitto e Siria in funzione anti-israeliana. Dall’altra chi coglie nelle rivolte arabe oltre ai rischi di deriva islamica elementi di autentica rottura con il passato; niente che suggerisca una rapida trasformazione in democrazie scandinave, ma comunque nuovi assetti politici pensati per cittadini e non per sudditi.

A febbraio, in occasione della seconda conferenza nazionale a Washington, J Street, il gruppo di pressione nordamericano pro-Israele, pro-pace ha avviato una discussione pubblica sull’impatto dei moti arabi sugli equilibri in Medio Oriente. Ora è il turno della diaspora europea. A continuare una riflessione sulla rivoluzione araba è JCall (www.jcall.eu), il movimento ebraico che proprio in virtù di un forte legame con Israele rivendica il diritto-dovere di criticarne il governo senza peraltro unirsi al coro di chi vede in Israele il male assoluto e nei palestinesi sempre e solo vittime innocenti.

Per celebrare il primo anniversario JCall ha organizzato il 19 giugno un convegno a Parigi. Una delle tre sessioni del convegno sarà dedicata al tema della rivolta araba.

Nel frattempo, due settimane dopo Pesach, non sembra fuori luogo per chi è stato straniero in terra d’Egitto simpatizzare con la causa di coloro che a Damasco, al Cairo, a Bengasi e a San’a sono scesi per strada per dare inizio ad una variante moderna dell’Esodo.

David Calef
Coordinatore JCall-Italia