Libia

 

Microstorie e grande storia
Nascere ebreo in un paese arabo

di David Meghnagi

 

Segna con una traccia rossa la prima pagina del libro, perché la ferita al suo inizio è invisibile

Edmond Jabes

 

Parlare dei pogrom del novembre ’45 e del giugno ’48 era un tabù. Sul terrazzo soprastante la casa in cui abitavo c’era una scritta in gesso bianco: “novembre 1945, giorno della chomata”. Con questo termine, due miei fratelli avevano dato un nome al massacro (praot) di trecento persone (secondo i calcoli ufficiali: 167 persone): decine di corpi mutilati, sinagoghe bruciate e profanate, rotoli della Torah calpestati, fatti a pezzi e bruciati, donne incinte, cui era stato squarciato il ventre, bambini con la testa spaccata contro le pareti.

La memoria di quegli eventi era pervasa in famiglia da un sentimento cupo. Tutto era avvolto nel mistero: il ricordo vivo della tragedia, come quello della resistenza e del grande esodo che aveva coinvolto la quasi totalità degli ebrei di Libia. Non si poteva domandare, né parlarne, e quando i più anziani lo facevano era con mezzi termini, e io avevo appreso a riconoscere il significato di certe perifrasi, di certe allusioni, quando il discorso cadeva sul ’45 e sul ’48.

Al pensiero di quel che era accaduto e avrebbe potuto ripetersi, cercavo con la fantasia di contrapporne altri, di segno opposto, che alleviassero l’angoscia. Cercavo con l’immaginazione le tracce di un’altra storia, dell’autodifesa ebraica che nel ’45 respinse la folla omicida all’ingresso della Hara (il quartiere ebraico) e nel ’48 arrivò preparata al nuovo drammatico appuntamento.

Avrò avuto tre o quattro anni quando fingevo di essere occupato con i miei giochi per meglio ascoltare e capire il perché dei funerali al buio, con il coprifuoco, lungo un percorso protetto da un cordone di truppe armate che prima non erano intervenute e ora impedivano ai parenti di poter seguire i loro cari verso l’ultima dimora. Tra i molti indizi che potei cogliere vi era la fossa comune in una zona appartata del cimitero dove era stata eretta una grande tomba in memoria del signor Fellah Mushi (Moshe). Da ragazzo vi sostavo spesso in preghiera.

Sulla parete del salone d’ingresso di casa, mio padre teneva bene in vista la foto di Muni el Gabbay: un uomo forte, morto in giovane età, che aveva avuto un ruolo di primo piano nella difesa del quartiere ebraico nel ’45. I suoi lunghi mustacchi estendevano un alone di protezione su tutti noi. A Tripoli lo si ricordava con orgoglio, an­che se quando era stato in carcere pochi si erano preoccupati del fatto che la madre non avesse denaro per preparare il pasto sabbatico. L’idea che Muni fosse imparentato con mio padre mi dava sicurezza.

Mio padre teneva in casa anche una foto di Napoleone. Sosteneva contro ogni evidenza che fosse ebreo. Non c’era verso di fargli cambiare opinione e solo molti anni dopo ci riuscii. Secondo la sua interpretazione Napoleone non diceva di essere ebreo per non accrescere l’invidia contro il popolo ebraico. Del resto non avevano fatto così i nostri avi in Spagna per sfuggire all’Inquisizione e per aiutare i loro fratelli più sfortunati? Quanto agli indizi, bastava scomporre in ebraico la parola Napoleone per trovare una spiegazione: in ebraico, infatti, nophel vuol dire cadere. Come ho scoperto molti anni dopo, anche un genio come Freud poteva con argomentazioni analoghe, compiere operazioni spericolate e arbitrarie ricostruzioni col nome di Massena per via del’assonanza con l’ebraico Menashè. In seguito Freud si ricredette e in una nota aggiunta all’edizione del 1930 della Traumedutung mise in dubbio l’origine ebraica del maresciallo napoleonico. È curioso, perché in quegli stessi anni maturava l’idea di scrivere un saggio in cui affermava l’origine egizia di Mosè. Pur nella consapevolezza di non essere in possesso di elementi certi a sostegno della sua bizzarra tesi, a parte il nome e altri indizi secondari, Freud affermò addirittura che di Mosè dovevano essercene in realtà due: uno egizio di nobile origine e seguace del culto di Aton, e uno ebreo seguace di un culto vulcanico che il testo biblico avrebbe poi riunito in una sola persona. Freud non si preoccupò di spiegare al lettore come mai il primo dovesse essere un nobile egizio per via del nome, anche se non unicamente per questo, mentre il secondo fosse ebreo pur avendo un nome egizio.

Messosi a capo di un popolo di schiavi, cui aveva trasmesso importanti verità del suo culto monoteistico (in realtà si trattava di un culto enoteista), il Mosè egizio sarebbe poi stato assassinato nel corso di una rivolta. Starebbero qui, secondo Freud, il segreto archetipico delle caratteristiche culturali e religiose dell’ebraismo, il profondo senso di colpa depressiva che lo attraversa dalle origini, l’arcano delle sue vette morali e delle sue tragiche peripezie. A differenza degli altri popoli, gli ebrei avrebbero assunto sulle spalle la colpa delle origini per via archetipica o mediante un insegnamento segreto trasmesso per secoli, di cui il fondatore della psicoanalisi, da ateo conclamato si considerava in realtà l’erede e il continuatore.

Dopo il grande esodo del 1948-’51, da trentaseimila-quarantamila, che eravamo fummo ridotti a poco più di quattromila, di cui la metà circa con passaporto straniero. Come sempre a partire per primi erano stati i più poveri, coloro che avevano perduto ogni avere, in primo luogo la speranza di tornare alle loro case e nei villaggi, se vivevano all’interno del paese. Ma anche tra quanti erano rimasti, più di un quarto, nei primi anni di vita dello stato libico, era nullatenente. Seppure ridotta di nove decimi la presenza ebraica continuava a costituire un problema. Con l’ascesa del panarabismo e l’acuirsi delle crisi mediorientali era solo una questione di tempo.

Da ragazzo anche una partita di pallacanestro poteva far precipitare i precari equilibri con gli arabi. La tifoseria araba non accettava di perdere se a giocare contro era una squadra composta da ebrei, o da italiani. Anche per noi ragazzi era così. Talvolta bisognava trovare una onorevole via di uscita tra sassate reciproche. Ma che ciò potesse accadere allo stadio, conferiva al nostro sport un aspetto caricaturale.

L’estraniazione dalla vita pubblica del paese era una condizione di sicurezza, la più elementare delle precauzioni. Se anche l’avessimo voluto, non avremmo mai potuto identificarci coi simboli della nuova nazione. Potevamo dir­ci libici ma non arabi, né mussulmani, e in fondo era questo che più contava nella definizione dell’appartenenza nazionale. Avevo dieci anni e provavo una solidarietà spontanea per la lotta del popolo algerino; non esitavo ad addentrarmi nei luoghi in cui venivano allestite mostre fotografiche a sostegno di questa causa. Ma la solidarietà che mi aveva spinto a quell’età a visitare quelle mostre incontrò un limite angoscioso di fronte alla prospettiva di dover aggiungere un nuovo Stato nella lunga lista di quelli che praticavano il boicottaggio contro Israele. Se anche l’avessi dimenticato, c’era la folla dei manifestanti a ricordarmelo: alle invettive antifrancesi, infatti, seguivano di regola quelle contro Israele.

Le nostre condizioni di vita miglioravano, la scoperta del petrolio portava con sé nel paese ricchezza e abbondanza insieme. I poveri della comunità si erano ridotti a quaranta famiglie. La presenza ebraica nel tessuto sociale ed economico della città di Tripoli era corposa e il cambiamento di status era scandito dal trasferimento dei nuclei famigliari verso i quartieri nuovi. Ma insieme al miglioramento delle condizioni di vita crescevano anche l’incertezza e l’insicurezza. Falsa e illusoria era la sicurezza di chi vantava conoscenze altolocate e aveva il dubbio privilegio di poter presenziare a qualche cerimonia ufficiale. La classe politica a cui si affidava la tutela della nostra incerta posizione, era essa stessa condannata dai cambiamenti storici e mutati equilibri politici che avevano contribuito a renderci stranieri nel nostro stesso paese. La marea montante di un antimperialismo xenofobo che ci identificava col “nemico della nazione araba”, l’ostilità di una nuova borghesia e di un’intellighenzia emergenti, costituivano un fosco presagio.

Nella visione più tollerante dell’Islam avevamo il diritto alla protezione, ma non all’uguaglianza giuridica. Un ebreo poteva diventare ricco e influente, in quanto l’operosità degli ebrei risultava ben accetta alle classi dominanti islamiche più illuminate, in particolare gli ottomani, che sapevano di poter contare sulla lealtà della minoranza ebraica. Ma un ebreo doveva saper stare al suo posto e non sempre questa precauzione era una garanzia di fronte a crisi sociali acute o a cambiamenti improvvisi nella distribuzione del potere all’interno della comunità araba.

L’impatto del mondo arabo con il colonialismo europeo aveva rappresentato per gli ebrei una nuova possibilità di emancipazione da una condizione secolare di oppressione e subordinazione. Si trattava però di un processo carico di conflitti con la società araba, che lo aveva subito dall’esterno e non generato attraverso una trasformazione interna. L’immagine che il nazionalismo arabo aveva di sé era di tipo organico; là dove prima c’era l’umma islamica (“la comunità dei fedeli”), subentrava ora la nazione araba da cui gli ebrei erano esclusi.

Analogamente a quanto era accaduto nei paesi slavi e in quelli centro europei, il nazionalismo arabo escludeva di fatto gli ebrei dalla compagine nazionale. L’ostilità verso gli ebrei e lo Stato di Israele funzionava da collante tra le diverse anime del nazionalismo arabo - quella di impronta ba’athiana e di ispirazione secolare, che aveva tra i suoi massimi esponenti teorici intellettuali di origine cristiana, e quella di matrice islamica che in seguito ha finito per prendere il sopravvento, condannando le stesse minoranze cristiane alla progressiva scomparsa dal mondo arabo. Non è stato per caso che l’unico movimento nazionale in cui i cristiani abbiano svolto un ruolo sino a tempi recenti, sia stato quello palestinese, per la comune opposizione al sionismo e ad Israele, e che tale alleanza abbia finito poi per entrare in crisi con l’ascesa del fondamentalismo.

A coltivare il liberalismo nei paesi arabi erano elementi lontani dalle masse, che apparivano intrappolati dai legami che intrattenevano con il potere coloniale e con quello tradizionale. I regimi che nel mondo arabo hanno mostrato tolleranza verso le loro minoranze sono quelli dove più saldamente le élites tradizionali hanno conservato il loro potere. Si trattava in genere di regimi monarchici autoritari, fortemente esposti ai contraccolpi dei radicalismi panarabo nazionalista e islamico integralista.

David Meghnagi