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JCall visita Israele e Territori palestinesi
Le impressioni a caldo del presidente David Calef

di Manuel Disegni

 

All’inizio di maggio JCall, il movimento ebraico europeo contro l’occupazione dei Territori palestinesi e per una soluzione del conflitto sulla base del principio dei due Stati, ha organizzato un viaggio-seminario politico di una settimana in Israele e Cisgiordania. Cento persone (con loro Ha Keillah), membri di JCall provenienti da sei paesi europei (Belgio, Francia, Germania, Italia, Olanda e Svizzera), hanno percorso su due autobus centinaia e centinaia di chilometri entro quei pochi che separano il Mediterraneo dal Giordano. In una settimana abbiamo visitato i luoghi più caldi e incontrato un ampio spettro di protagonisti ed esperti del conflitto.

A Sderot, al confine con Gaza, il sindaco David Bouskila e gli addetti alla sicurezza e all’assistenza della popolazione ci hanno raccontato la vita della città israeliana, fra le più bersagliate (e le più povere) del paese. Nel nord della Cisgiordania Lydia Aisenberg, guida, educatrice e giornalista, ebrea gallese emigrata negli anni ‘60, dopo aver tenuto una magistrale lezione di storia e geografia politica ci ha accompagnato in un’escursione lungo la linea verde, mostrandoci la realtà di un territorio infinitamente frammentato da muri, barriere e checkpoint. A Nazaret abbiamo conosciuto i palestinesi cittadini d’Israele e a Betlemme, in un campo per profughi, quelli che non lo sono. A Gerusalemme, alla Knesset, ci hanno ricevuto deputati dei maggiori partiti, a Ramallah il Primo Ministro dimissionario dell’Autorità Nazionale Palestinese Salam Fayyad. Shaul Arieli, ex comandante della brigata nord nella Striscia di Gaza e profondo conoscitore delle questioni territoriali che rendono difficile la risoluzione del conflitto, ci ha illustrato nel dettaglio le politiche di espansione dell’area urbana gerosolimitana e la strategia di creazione della “continuità abitativa ebraica” perseguite negli ultimi dieci anni.

A Gush Etzion, un arcipelago di insediamenti ebraici a sud della capitale (in cui, fra l’altro, abita il Rabbino Capo di Torino Eliahu Birnbaum), abbiamo visto la realtà prospera delle colonie; a Kiriat Arba e Hebron, d’altronde, la loro brutalità. Ci siamo confrontati in dibattiti con giornalisti, attivisti ebrei e arabi impegnati per la pace su diversi fronti, politici di ogni parte, coloni (fra cui il loro leader, Danny Dayan, un ebreo, dice, “completamente laico”) e kibbutznikim.

Al termine del viaggio, mentre tutti si preparano a fare ritorno nelle rispettive patrie, cerchiamo di fare un bilancio della nostra trasferta scambiando alcune impressioni e riflessioni in una chiacchierata con David Calef, presidente di JCall Italia

David Calef, rappresentante di JCall in Italia

 

HK: Nel confronto fra i partecipanti al viaggio che ha avuto luogo l’ultima sera non si poteva fare a meno di avvertire un certo sconforto. Né la realtà dei Territori palestinesi di Cisgiordania di cui abbiamo fatto diretta conoscenza, né la percezione che di essa ha la società israeliana nel suo complesso sembrano lasciare spazio alla fiducia e all’ottimismo. La soluzione sostenuta da JCall prevede la fine dell’occupazione e la nascita di uno Stato sovrano palestinese come unica via moralmente accettabile, unica garanzia della possibilità, per Israele, di continuare a essere uno Stato ebraico e insieme democratico.
Alla luce di ciò che abbiamo direttamente appreso e delle qualificate opinioni di molti dei nostri interlocutori di questa settimana sembra che l’ipotesi di un rientro di Israele entro, grosso modo, i confini del 1967, l’ipotesi cioè della creazione di un’autorità statale palestinese sovrana sui territori della West Bank, sia ormai divenuta inattuale, irrealistica, sorpassata dalla storia. Non si riescono a intravedere in effetti né le condizioni materiali di un esito simile, né, tanto meno, una autentica volontà politica da parte dei governanti.

Calef: Le difficoltà cui accenni esistono e vanno valutate con attenzione. Tuttavia, secondo me, esse non devono ridurre il nostro impegno, semmai, al contrario, lo devono rafforzare. Alla soluzione dei due Stati io non vedo alternative realistiche e desiderabili: un solo Stato israeliano dal Mediterraneo al Giordano dovrebbe porsi il problema dello status dei suoi abitanti palestinesi. Se si concedessero loro tutti i diritti, compreso il voto, allora, viste le tendenze demografiche, in poco tempo lo Stato israeliano cesserebbe di essere ebraico; ciò va contro le volontà della stragrande maggioranza dei cittadini israeliani, volontà di cui bisogna tener conto. Altrimenti, se una grande parte della popolazione araba rimanesse senza diritti, non potremmo parlare più di uno stato democratico, quanto piuttosto di uno sistema politico fondato sulla discriminazione etnica. La probabilità che il conflitto non trovi una risoluzione in tempi brevi non costituisce in alcun modo un deterrente per la nostra azione.

L’atteggiamento dominante all’interno della società israeliana - e in questo vedo, ahimè, poche differenze con la diaspora - nei confronti dello status quo, ovvero dell’occupazione della Cisgiordania, perpetrata in un contesto in cui si intersecano fanatismo religioso, nazionalismo e militarismo, oscilla fra l’entusiastica adesione, la connivenza e l’indifferenza. Basti pensare che tanto il partito laburista, storicamente portavoce di posizioni progressiste, quanto la nuova forza politica moderata Yesh Atid in occasione delle ultime elezioni politiche non hanno citato neanche di sfuggita la questione palestinese, scegliendo invece di incentrare la loro campagna elettorale su temi di politica interna. Lo stesso vale per le istituzioni ebraiche fuori da Israele: esse, per lo più, ignorano sistematicamente la problematica condizione dei palestinesi, sia sul piano umanitario che su quello geopolitico, e sostengono i governi israeliani incondizionatamente. In tale situazione noi non possiamo che alzare la mano e dire: “Noi non ci stiamo”. L’atteggiamento degli ebrei della diaspora rispetto a Israele non può ridursi esclusivamente al plauso acritico.

I membri di JCall hanno tutti un forte legame con Israele: spesso si tratta di un legame culturale, ma molti di noi hanno anche famiglia, amici israeliani, qualcuno addirittura il passaporto. Alcuni di noi hanno perfino combattuto per Israele, come per esempio il segretario generale David Chemla durante la guerra del Kippur nel 1973. È dunque in virtù di questo legame che siamo qui e che, tornati nei nostri paesi, continueremo la nostra attività.

Questo viaggio ha rappresentato un’occasione preziosa per JCall. È la prima volta che realizziamo un’iniziativa di questo tipo. Non la solita conferenza serale ma un’intera settimana in cui cento membri di JCall e i loro invitati sono stati insieme, rinsaldando così i rapporti e allacciando relazioni e collaborazioni durature. Il valore del viaggio è stato notevole e ha fornito a tutti noi nuovi strumenti di analisi. Inoltre credo che questa esperienza ci abbia ritemprato e preparato a nuove iniziative. Non lasceremo che lo scoraggiamento prenda il sopravvento.

 

 

HK: La direttrice dell’Osservatorio sugli insediamenti fondato da Peace Now, Hagit Ofran, nipote del filosofo e chimico Yeshayahu Leibowitz, ci ha accompagnato a visitare Hebron e Kiriat Arba. Si tratta degli insediamenti ebraici in Cisgiordania in cui il fanatismo religioso dei coloni da una parte, l’oppressione militare della popolazione locale dall’altra sono visivamente più impressionanti. La visita di questi luoghi ha lasciato molti di noi attoniti, certamente ha avuto un forte impatto demoralizzante. Hagit Ofran se n’è accorta e congedandosi ci ha detto: “Non voglio che andiate via di qui depressi, non è questo l’obiettivo della visita. Se può essere d’aiuto vi confido qual è il mio modo per non deprimermi: è pensare che sto facendo qualcosa di buono, che lotto contro tutto ciò”. Ma cosa fa JCall, in che modo ritiene di incidere sulla realtà?

Calef: Sono d’accordo con Hagit, questo dev’essere anche il nostro spirito al ritorno dal viaggio. La nostra prima motivazione è la coscienza del nostro ruolo di dissenso. JCall, rivolgendosi innanzitutto al mondo ebraico, vuole instillare il dubbio: il sostegno incondizionato alle politiche del governo israeliano è sbagliato, anche e soprattutto per gli interessi di Israele. Se si ritiene che Israele - come qualunque altro stato, l’Italia, gli Stati Uniti, la Cina - sia suscettibile di critica occorre far sentire la propria voce. Non si tratta di mera testimonianza, ma di vera e propria azione politica: l’opinione degli ebrei della diaspora (soprattutto, ma non solo, quella di chi vive negli Stati Uniti) ha un peso sulle decisioni della leadership israeliana. Se le comunità ebraiche europee e americane si esprimessero congiuntamente contro l’occupazione non potrebbero essere ignorate a lungo, e anche per i loro governi sarebbe più facile intraprendere iniziative che sollecitino Israele a interrompere l’occupazione della Cisgiordania.

HK: Durante il viaggio abbiamo incontrato molte persone attivamente impegnate in diverse iniziative di pace e di integrazione delle due popolazioni, come per esempio l’equipe del centro arabo-ebraico di Givat Haviva o gli abitanti del villaggio Neve Shalom/Wahat al Salam, per metà ebrei, per l’altra palestinesi. L’impressione è che queste persone, quelle cioè che si pongono il problema della convivenza pacifica e dei diritti dell’altro, rappresentino una fascia via via più marginale, mentre la maggioranza non fatichi a identificarsi con “l’ebreo nuovo” sognato dal sionismo di destra di Jabotinsky, cioè un ebreo che non si fa più mettere i piedi in testa, sicuro di sè, potente, muscolare, che opprime piuttosto che essere oppresso.

Calef: Gi ultimi anni hanno visto una significativa affermazione delle ideologie cui fai riferimento, non solo nel campo religioso ma anche tra le fasce più laiche della società.

Mi ha fatto riflettere, per esempio, una cerimonia cui ho assistito a Gerusalemme. Un pomeriggio, davanti al Muro del Pianto - uno dei luoghi più fortemente simbolici del paese - in mezzo alla solita folla di fedeli raccolti in preghiera e turisti si teneva una manifestazione militare: il giuramento della nuova leva del corpo dei paracadutisti (l’unico esclusivamente maschile). Fra genitori orgogliosi e fanciulle incuriosite, in un’atmosfera di grande allegria, alcune centinaia di giovani sui vent’anni, euforici e sicuri di sé nelle loro divise, si preparavano a giurare la loro fedeltà allo stato ebraico. Per l’occasione era stato allestito un palco al di sotto del quale facevano bella mostra di sé delle specie di rastrelliere su cui erano esposti, impilati gli uni al fianco delle altre, libri della Torah e mitragliatrici. Quelle rastrelliere mi hanno fatto una certa impressione: credo che siano un’immagine che dà conto di quanto la commistione di religione, nazionalismo e militarismo sia radicata nell’immaginario comune; sen­z’altro in un’istituzione centrale per Israele come l’esercito. L’ossessione del diritto divino sulle terre bibliche, nel contesto della quale è da intendersi l’esaltata sordità nei confronti della questione dei diritti dei palestinesi che abbiamo ascoltato nelle parole degli abitanti di Gush Etzion e Kyriat Arba, vive e si alimenta grazie a questo clima culturale diffuso.

HK: Esiste, è vero, una tendenza di questo tipo che cresce all’interno della società ebraica e, in qualche modo, ne corrode la fibra morale. D’altra parte occorre ricordarsi che non tutti i pericoli che corre Israele vengono dal suo interno, bensì anche dai suoi molti nemici.

Calef: Israele deve far fronte a minacce serie (Iran, Hamas, Hezbollah e l’antisemitismo diffuso nel mondo arabo e in Europa), ma non dobbiamo dimenticare che è l’unica superpotenza in Medio Oriente. Soprattutto rispetto ai milioni di palestinesi che vivono nei Territori occupati, Israele gode di una superiorità militare indiscussa, per tacere di quella economica. Eppure i governanti israeliani, con il sostegno di parte della diaspora in Europa e negli Stati Uniti, continuano a giocare la carta del vittimismo anche quando è palese che gli ebrei in Israele non sono oppressi né vittime. Al contrario sono la parte forte ed esercitano potere su milioni di palestinesi che non ne riconoscono l’autorità.

Per esercitare il potere in maniera responsabile e morale è necessario rinunciare alla parte della vittima. Compito non facile: il trauma della Shoah è ancora forte e l’antisemitismo persiste. Ma è una questione che Israele deve affrontare se vuole continuare a essere uno stato democratico. È chiaro che la società israeliana, obbligata ad armarsi dalla Storia (’48, ’67, ’73, etc.), è influenzata dalla necessità di mettere l’esercito e l’uso della forza al centro della vita del paese. Con questo non voglio dire che occorra smilitarizzare la società. Bisogna però riflettere sul fatto che Israele affronta una questione nuova, inedita per l’ebraismo: la questione dell’esercizio del potere. Questione resa particolarmente difficile dalla posizione particolare di Israele, che si trova ad aver a che fare con avversari che non tengono in gran conto i diritti universali né la tolleranza del dissenso, essendo allo stesso tempo chiamato a soddisfare gli standard democratici dell’Occidente.

Manuel Disegni

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