Comunità

 

Identità ebraica nel mondo globalizzato

di Lucia Levi

 

“Identità ebraica” e “Mondo globalizzato” sono due concetti estremamente ampi che meritano trattazioni ben più lunghe ed approfondite di quelle che potete trovare in queste mie brevi considerazioni.

Per abbozzare una correlazione tra i due concetti ho iniziato cercando qualche suggerimento da uno strumento del mondo globale stesso, e cioè da Internet. Su Wikipedia ho trovato che la Globalizzazione è “il processo di integrazione che ha come base interscambi di visione del mondo, prodotti, idee ed altri aspetti culturali”. Altrove si definisce anche come “fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti, il cui effetto principale è la netta standardizzazione economica e culturale tra i popoli ed i luoghi del mondo”.

Le definizioni trovate mi hanno immediatamente riportato al mondo ebraico del 1492. Infatti, gli ebrei fuggiti dal Gherush di Spagna hanno potuto trovare, in Olanda, in Italia, in Palestina o in qualunque altro Paese, persone con identità molto simile, scuole, usi, costumi e lingua comuni. Nei secoli scorsi, la forte identità ebraica riconducibile all’alakhà (cultura e religione) e al Bet Din (giustizia) ha permesso agli Ebrei di sentirsi cittadini del mondo, di poter creare sistemi di commercio garantiti da regole comuni, note e basate sulle proprie leggi.

Ben diverso è stato per le altre popolazioni, che fuggite dai loro paesi sono giunte nella maggior parte dei casi in posti completamente sconosciuti, con usi e costumi diversi a cui non è stato facile abituarsi.

Si può quindi ipotizzare che fin dai tempi più remoti l’aderenza alle proprie leggi in ogni parte del mondo, leggi applicate volontariamente (senza bisogno di guardiani), abbia permesso il mantenimento della propria identità proprio grazie alla globalizzazione dimostrando che “globalizzazione” non necessariamente è sinonimo di perdita della propria specificità. Altri popoli sono invece scomparsi proprio per mancanza di globalizzazione, perché incapaci di guardare oltre.

Anche se si pensa alla globalizzazione come veicolo che permette di diffondere a livello locale le informazioni globali e viceversa, non si può non pensare all’identità ebraica: in ogni luogo, anche nel più remoto, con presenza ebraica si trova una scuola, un mikvè, ognuno si è sempre lavato le mani prima di mangiare, ed ha osservato leggi ed usi “globali” senza dimenticare le leggi del luogo. Contemporaneamente, ogni qualvolta due ebrei si sono incontrati, hanno contribuito al fenomeno del pettegolezzo, dell’informazione locale divulgata a livello globale (la figlia della sorella della zia… ha sposato il ragazzo che viene dalla Comunità di… sai che il tizio che aveva quell’attività… invece ha conosciuto la nipote di…).

Passando all’oggi, dove esistono strumenti che facilitano ed accelerano le comunicazioni e la divulgazione, solo lo studio e la consapevolezza ci permettono di cogliere le grandi opportunità e riconoscere i pericoli del mondo globalizzato.

La rete e la globalizzazione forniscono ad ognuno la possibilità di trovare le risposte alle proprie domande, ma contemporaneamente accentuano la predisposizione a filtrare le risposte, evidenziando solo quelle che piacciono. Lo strumento globale può quindi essere utilizzato non per approfondire, ma per radicare i propri convincimenti.

L’uso opposto dello stesso strumento, invece, permette di confrontarsi con altre realtà, discutere e quindi approfondire ed irrobustire la propria identità.

Il mondo globale permette anche di vivere in una Comunità diffusa, con la possibilità di vivere/lavorare in qualunque parte del mondo, rimanendo connessi, partecipando a studi, lezioni di qualunque livello mediante gli strumenti di condivisione.

Si può quindi concludere che la globalizzazione nel mondo ebraico è sempre esistita, e che nel corso dei secoli sono solo cambiati alcuni degli strumenti per gestirla.

Per concludere, poiché, come mi hanno insegnato i miei maestri, a domanda si risponde con domanda: il “grande fratello”, webcam e microfoni sempre accesi che ci permettono di vivere la vita degli/con gli altri arriveranno all’estremo di permetterci un minian “diffuso” (cioè 10 uomini in una stanza virtuale)?

 

Lucia Levi

Intervento allo Shabbaton di Ivrea del 15/17 marzo 2013


   

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