Italia

 

Il vecchio che avanza

 di Emilio Jona

 

Due partiti si sono affrontati nella recente campagna elettorale scontrandosi duramente, come se il loro contrasto fosse insanabile e due governi del tutto diversi sarebbero nati a seconda dell’esito del voto. Poi le scelte degli elettori e una legge elettorale, unanimemente considerata una porcata, mantenuta per opposte convenienze, hanno reso ingovernabile il paese, a meno di impreviste o discusse convergenze. La destra berlusconiana e la sinistra democratica, sommate hanno perso circa 9 milioni di voti, La Lega si è dimezzata, la sinistra di Ingroia e il partito di Di Pietro si sono volatilizzati, il Movimento 5 Stelle ha catturato i loro voti e ha avuto un successo elettorale ancora superiore a quello delle previsioni, non hanno votato 11 milioni e mezzo di elettori.

Nelle elezioni che sono seguite per la nomina del Presidente della repubblica, PDL e PD hanno espresso l’uno le sue pochezze, l’altro le sue divisioni. Il PDL ha mostrato, ancora una volta, la sua natura di partito personale del suo leader, la cui massima occupazione e preoccupazione resta quella di sfuggire alle condanne nei vari processi in cui è imputato e che potrebbero comportare la sua ineleggibilità in Parlamento. Il PD a sua volta, dopo una campagna elettorale dimessa, scarsamente incisiva, seduta sulla sicurezza di sondaggi che lo davano largamente vincente, ha dimostrato, nella conduzione delle trattative per la nomina del Presidente la sua natura di partito, con poche idee ma confuse, diviso per bande, dilaniato dalle correnti, come tale incapace di esprimere una posizione unitaria e con un preoccupante propensione al compromesso con i berlusconiani. Esso è apparso sempre a rimorchio degli avvenimenti, che sembrava non capire e che quindi non era in grado di interpretare e dominare, così si è messo nelle mani prima di Monti e poi di Napolitano, che da tempo auspicava una coalizione PD/PDL, cioè una soluzione che “favorisse il massimo della distensione piuttosto che rinfocolare vecchie tensioni”, ma così facendo ha abbandonato la linea politica che si era data e per cui era stato votato da milioni di elettori. Dopo aver bruciato malamente due dei suoi vecchi leader più rappresentativi, non ha esplorato la possibilità di convergere su di una prestigiosa personalità del suo passato, di riconosciuta competenza, fermo difensore delle istituzioni repubblicane, proposto dal M5S, ma assai lontano dalla loro ideologia, e dopo sole sei votazioni è ripiegato, con il plauso del PDL, sulla rielezione di Napolitano. Ci si deve chiedere la ragione di questa scelta e prima ancora del perché di tanta fretta, visto che molte volte il Presidente della Repubblica è stato eletto dopo 10/25 votazioni infruttuose, e soprattutto perché non si è tenuto conto della disponibilità, finalmente manifestata dai grillini, di aprirsi, con la nomina di Rodotà, ad una collaborazione nell’esecutivo, e perché infine si è passati, con fulminea rapidità dal “mai con Berlusconi” ad un governo che già vive sotto il suo continuo ricatto e rinnovato potere, le sue demagogiche decisioni e la collaudata furbizia. È di pochi giorni or sono l’uscita, candida e tranquilla, del direttore di un giornale al suo servizio, secondo cui una condanna di Berlusconi nei processi che lo riguardano determinerebbe la caduta del governo appena nominato.

In questa triste realtà va considerata la posizione del M5S, che dopo una sterile, aggressiva e indiscriminata posizione oppositiva aveva proposto un nome degno alla presidenza della repubblica e si era dichiarato disponibile a sostenere un governo del PD nel caso di una sua elezione. Il PD, che pur in un vicino passato aveva corteggiato inutilmente il M5S, non ha raccolto questa apertura, ha avuto paura del nuovo e ha scelto la compromissione con una delle peggiori destre europee.

Si è scritto molto in questi ultimi tempi sul M5S, sulle sue parentele e le sue identità. Si può dire con larga approssimazione che ha un’ideologia debole, ma che, come sta inscritto nelle sue 5 stelle, la sua origine è ambientalista e localista, che è sicuramente un movimento populista per il suo appellarsi al popolo contro le istituzioni, un popolo sovrano e insieme un popolo classe, ma in cui è assente la connotazione di popolo nazione e di conseguenza sono assenti gli accenti xenofobi tipici della maggior parte dei populisti, anche se alcune esternazioni di suoi esponenti, di cui si parla in un altro articolo della nostra rivista, sono preoccupanti, come lo è l’opposizione al riconoscimento della cittadinanza ai figli degli stranieri nati in Italia.

La sua critica alla degenerazione dei partiti politici è sacrosanta, interessante e innovativo l’uso della rete, ma è illusorio che essa sia, anziché un mezzo di comunicazione e un campo di battaglia, la forma della nuova democrazia e l’arma degli oppressi; inaccettabile è poi l’ottica amico/nemico che lo connota, e contraddittoria l’esaltazione di una democrazia diretta, che si appella al popolo sovrano contro le istituzioni, ma è dominata dalla presenza proprietaria e debordante di due leader carismatici. A ciò si aggiunga il suo dichiararsi un movimento non violento indipendentemente dal linguaggio becero, aggressivo e spesso ingiurioso di uno dei suoi leader.

Si tratta dunque di un movimento che va considerato per le sue novità e per le sue discrasie, non ultime quella dell’impossibile semplificazione della complessità passando dal locale al nazionale (per intenderci dall’uso del referendum per la pedonalizzazione di un’area metropolitana a quello per l’uscita dall’euro), e quella del suo ingresso massiccio nelle istituzioni, Camera, Senato, commissioni parlamentari, nello stesso tempo in cui propugna una democrazia diretta. Queste discrasie rappresentano altrettante crepe, ma anche altrettanti problemi che potrebbero andare nella direzione di una positiva e forse salutare rigenerazione della nostra democrazia e verso un possibile ridimensionamento e apporto di M5S, fuori da quella posizione di contestazione e di mera negazione dell’esistente assunta sino ad oggi.

Il PD non ha voluto cogliere quest’opportunità e favorire questo cambiamento e ha preferito partecipare ad un governo senza un programma condiviso e senza futuro, che contrasta insanabilmente con le legittime aspettative di chi l’aveva votato, col rischio di aggiungere alla pessima figura e alla pessima compagnia anche quello della sua implosione o scissione.

È dunque il vecchio, e quale vecchio, che avanza e rende oscuro e quasi senza speranze il tempo a venire.

Emilio Jona

   

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