Israele

 

Viaggio e prospettive

di Giorgio Gomel

 

JCall, il movimento d’opinione di ebrei europei nato nel 2010 sulla base di un “appello alla ragione” sottoscritto da 8000 persone (www.jcall.eu - con sezioni operanti in Francia, Belgio, Svizzera, Italia, Germania, Olanda - in Italia il contatto è jcall.italia@gmail.com - sostiene, come già illustrato in numeri precedenti di HK, una soluzione del conflitto basata sul principio di “due stati per due popoli”. Essa è condizione essenziale perché con la formazione di uno stato palestinese accanto e in pace con Israele, Israele stesso resti uno stato ebraico e democratico. Giungere a un accordo di pace e alla nascita di un proprio stato degno di questo nome è fondamentale per i palestinesi, ma lo è altrettanto per Israele e per gli ebrei del mondo preoccupati per la sua esistenza legittima, riconosciuta e sicura.

Duplice il fine del nostro viaggio in Israele e Palestina, conclusosi ai primi di maggio dopo un programma fittissimo di visite, incontri e dibattiti: da un lato conoscere meglio la situazione sul campo, ascoltare opinioni e preoccupazioni delle due società, dall’altro fare sentire la nostra voce di ebrei europei in Israele e in Europa, nel mondo ebraico, nell’opinione pubblica, e con i governi dei nostri paesi.

Qui accanto il lettore troverà impressioni sul viaggio e riflessioni che ne possono scaturire per il nostro lavoro di ebrei in Italia assertori del diritto dei due popoli ad uno status di indipendenza, di normalità e di sicurezza. Eravamo 12, noi ebrei italiani, in un gruppo di ben 100 persone di più paesi d’Europa.

Da parte mia solo un cenno sintetico per ora. Riflessioni ulteriori potranno venire più in là elaborando il ricco materiale che abbiamo raccolto.

Nel viaggio, che si è svolto fra Sderot, Ramallah, Hebron, Betlemme, Gerusalemme, Nazareth e Tel Aviv, abbiamo avuto incontri con cinque deputati alla Knesset, dei partiti di governo e di opposizione (Likud, Labor, Hatnua, Yesh Atid e Meretz), con il Primo ministro dimissionario dell’ANP Salam Fayyad, con il portavoce del Ministero degli Esteri di Israele Ygal Palmor, con i sindaci di città israeliane quali Sderot e Nazareth, con i coloni israeliani di Gush Etzion e di Hebron, segregata in modo sconvolgente tra arabi ed ebrei. Infine, abbiamo appreso e apprezzato l’opera di tante ONG sia israeliane che palestinesi, impegnate in ambiti socio-educativi, di educazione alla coesistenza, all’antirazzismo, all’eguaglianza dei diritti.

Sul piano più strettamente politico, l’attenzione si è rivolta soprattutto alla proposta di pace della Lega araba reiterata in questi giorni con modifiche importanti rispetto al testo originario del 2002, in particolare per quanto riguarda possibili “land swaps” fra Israele e il futuro stato palestinese che consentano di rettificare in parte il tracciato della Linea verde pre-1967 e di includere nel territorio di Israele buona parte degli abitanti degli insediamenti ebraici, lungo le linee dei “parametri di Clinton” del 2000, degli “accordi di Ginevra” del 2003 e della trattativa poi interrotta fra Olmert e Abbas nel 2008. La proposta offre un’opportunità importante per una ripresa della trattativa fra le parti. Certo, alcuni elementi rilevanti del piano arabo, quali la rinuncia di Israele al Golan e la divisione di Gerusalemme quale capitale dei due stati, sembrano inaccettabili soprattutto per l’attuale governo di Israele. Molto dipenderà - come è apparso anche da uno dei nostri incontri alla Knesset - dall’atteggiamento di Yesh Atid, il partito di centro secondo nei risultati elettorali del gennaio scorso.

Peraltro, proprio nei giorni del nostro viaggio circa 50 membri del Parlamento di Israele (su 120) hanno sottoscritto un appello rivolto al Primo ministro Netanyahu perché il governo di Israele risponda positivamente all’offerta della Lega araba e non la rigetti ignorandola come avvenne dieci anni fa. JCall-Europe e J-street, l’organizzazione parallela a JCall negli Stati Uniti, la sostengono pienamente.

È imperativo urgente per i governi della UE non restare passivi, ma adoperarsi attivamente con gli Stati Uniti e altri partner per sostenere il negoziato fra le parti.

Confidiamo che il governo italiano riterrà di sostenere questa linea e abbiamo espresso questa nostra posizione al nuovo Ministro degli Esteri Bonino.

Giorgio Gomel

   

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