Israele

 

Blocknotes

 di Reuven Ravenna

 

Il nodo gordiano - Come ho già scritto, ora, costituitosi a Gerusalemme il nuovo governo, l’agenda politica israeliana, nonostante la visita di Obama e le sollecitazioni internazionali, pone all’ordine del giorno i problemi dell’economia e del sociale (la vexata quaestio delle relazioni charedim-”laici” per esempio). Nel Medio Oriente in fiamme dopo la cosiddetta “primavera araba’’, un preoccupante calderone che può portare a sviluppi ancor più drammatici, l’auspicio della ripresa del “processo di pace” con i palestinesi sembra più un mantra, un “lip service” come “due stati per due popoli”. L’impasse continua, con sporadici lanci di missili da Gaza, gli echi al limite del Golan dell’inferno siriano, i lanci di pietre nella Cisgiordania contro civili e militari israeliani. Con un regime islamico a Gaza e un’Autorità Palestinese indebolita a Ramallah. Tra il Mare e il Fiume una situazione de facto binazionale. Una domanda agli amici: uno stato ebraico e democratico può dominare senza sbocchi positivi milioni di residenti ostili e frustrati? Mancano i leader che taglino il nodo che ci avvolge.

Da lontano - Ho festeggiato Yom Ha Azmaut nel Hevel Lakish, nel moshav Shekef, con tanti italkim. La prima impressione, scorgere facce nuove. Ci presentiamo. Intere famiglie di ‘olim, qui da mesi o al più da un anno. Famiglie giovani, con bambini, i primi che si inseriscono, nelle scuole, mentre gli adulti, dopo l’ulpan, sono alle prese con la ricerca del lavoro, l’ambientamento. Mi raccontano del marasma italiano. Testimonianze a viva voce, dirette, che si aggiungono a quanto, ora per ora, vedo sul mio internet. Si attendono, quest’anno, più di duecento ‘olim dall’Italia. Il riflesso atavico: crisi generali, inevitabili ripercussioni ebraiche…

Mentre scrivo leggo “Seconda fumata per l’elezione presidenziale…”. Mi consolo, in questi giorni frenetici, ammirando Papa Francesco che augura ai suoi fan “Buon pranzo!”.

Del bastone e della carota - Senza entrare nei dettagli possiamo esprimere l’impressione sui passi del governo israeliano in questa prima fase d’attività. Non dimentichiamo che le elezioni furono anticipate per far fronte all’approvazione di un budget che prevede grossi tagli per ridurre il deficit risultato assai più pesante del previsto. La nomina di Yair Lapid a ministro del Tesoro concentra l’attenzione, oltre lo stupefacente esito elettorale della sua lista improvvisata, sul brillante showman che automaticamente diventa il bersaglio degli strali del pubblico, ancor più del premier che lo ha chiamato al vertice. Il bilancio è in fase di concretizzazione e i media ci propinano, una vera doccia scozzese, da un lato progetti di riduzione drastiche delle spese anche in settori vitali, nuove tasse, e una stretta ai cordoni della borsa ai danni dei charedim e di altri settori (per es. finanziamento delle loro yeshivot, per invogliare le nuove leve al lavoro produttivo) e d’altro canto si prospettano riforme per alleggerire il carovita (i prezzi esorbitanti delle abitazioni, degli alimenti base, ecc.) e per liberalizzare il mercato, secondo l’ideologia neoliberista del Bibi di sempre. Toccando le vacche sacre dell’economia come le potenti commissioni interne dei portuali che da anni fanno il bello e il cattivo tempo a Haifa, e, soprattutto, Ashdod.

Sul fronte esterno, dopo un momento di grazia, per, così dire, della visita di Obama, i problemi permangono, anche se a basso fuoco, finché dura. Sono riprese “pioggerelle” di missili e obici di mortai da Gaza e dal Sinai (nel caos) con moderata rappresaglia dell’esercito.

Sullo sfondo le divergenze di valutazione tra Israele ufficiale e gli USA sull’uso delle armi chimiche nell’inferno siriano e la deadline nucleare dell’Iran, che ci sovrasta, nonostante il nostro escapismo a breve e a lunga scadenza. Terza Intifada? Sul terreno la protesta palestinese si limita al lancio di pietre e bottiglie Molotov, con vittime qua e là, e tentativi di far uscire le cose dall’impasse. Scottati dal passato, cerchiamo di contenere le previsioni pessimiste.

Muri e barriere - Di nuovo mi trovo al Maskenot Shannanim, uno dei luoghi più belli di Gerusalemme. All’Auditorium Adenauer, in uno dei bassi edifici, che Sir Motntefiore costruì nell’Ottocento, per offrire al di fuori della Città murata alloggi moderni agli ebrei di allora. Partecipo alla Conferenza Internazionale dedicata alla Memoria di Papa Giovanni XXIII. Un pubblico di Cardinali, di Prelati di alto e basso rango, rabbini e studiosi. I discorsi rievocano l’indimenticabile Pontefice, il Nunzio Angelo Giuseppe Roncalli, il Patriarca di Venezia chiamato alla Cattedra pietrina che stupì il mondo per la convocazione di un Concilio”Generale”. Il diplomatico a Sofia e in Turchia nel turbine della bufera che si prodigò per l’aiuto ai perseguitati con contatti con rappresentanti ebrei, a Parigi nel dopoguerra post-Shoà e nelle fasi preparatorie della votazione della spartizione della Palestina e nei, fondamentali, anni del Concilio. E la “Nostra Aetate”, rivoluzione copernicana non solo nella accezione teologica, sia pure mal digerita da molte fasce ecclesiastiche, ma pure per le conseguenze pratiche. Una studiosa israeliana, impegnata nell’insegnamento delle religioni e del cristianesimo, in ambiti accademici e soprattutto informali, ha chiaramente esposto le difficoltà, le remore, e i preconcetti, frutto di una millenaria esperienza, che sussistono riguardo ai temi legati alla storia, alle credenze e alla pratica cristiana, e cattolica negli israeliani odierni. Amos Luzzatto, veterano del dialogo, ha magistralmente toccato il nocciolo delle difficoltà dei rapporti tra ebrei e cristiani. Un dialogo nel quale le due parti sollecitano risposte a quesiti che scaturiscano dalle reciproche radicate convinzioni e da concetti ideologici condizionanti. E aggiunge che sta all’ebreo ad illustrare la propria ebraicità non superficialmente, studiando le fonti e la propria cultura. Il cammino è ancora lungo…

Ritornando all’aperto, guardando le mura di Solimano di fronte a me e nella lontananza la barriera che è stata eretta per fronteggiare le minacce del terrorismo, rifletto con un sentimento di preoccupata amarezza: abbiamo per qualche ora rievocato muri e barriere di incomprensioni, troppe volte con conseguenze letali, eppure uomini di buona volontà, come un “Giusto tra le Nazioni” come Angelo Roncalli venne chiamato dal Gran Rabbino Herzog, hanno coraggiosamente affrontato gli ostacoli e aperte brecce verso la comprensione, il rispetto reciproco e la convivenza.

Arriveremo, un giorno, anche in Terra di Israele ad un modus vivendi che attenui i conflitti, l’incomprensione e la sfiducia reciproca?

La cronaca di fine aprile conferma quanto la situazione sul terreno della sicurezza sia fluida e non rassicurante. Nelle medesime ore un abitante ebreo dello Shomron è stato ucciso da un palestinese arrivato da lontano ad un sito di autostoppisti, per “riscattare”’ le accuse di collaborazione con le autorità israeliane della sua famiglia. Il primo attentato sanguinoso nei Territori dopo un anno e sette mesi. Al Sud è stato eliminato il responsabile salafita del lancio di due missili verso Eilat e alla frontiera con il Libano e la Siria, Zahal, mentre scrivo, sta compiendo una vasta esercitazione con truppe mobilitate ad hoc.

 

Reuven Ravenna

   

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