Storie di ebrei torinesi

 

Torinesi in Israele

 

Nel numero scorso abbiamo parlato di israeliani a Torino, stavolta ci dedichiamo ai nostri concittadini che hanno fatto l’alià, una tendenza che negli ultimi tempi sta registrando una forte crescita nell’Italia ebraica.

(Ricordiamo che è una giovane ebrea torinese anche Rebecca Treves, autrice dell’articolo sul Centro Peres)

 

Micol Nizza

 

 

Parlare arabo per capirci

 

 

Figlia di Ferruccio Nizza e di Franca Mortara, due pilastri della Comunità di Torino, Micol si è laureata in interpretariato di conferenza nel 2008 ed ha fatto l’alià nel 2011.

 

 

Tu sei poliglotta: oltre all’italiano, all’arabo e allo spagnolo parli l’ebraico, il francese e l’inglese. Raccontami qualcosa del tuo curriculum.

Dopo il liceo scientifico, ho frequentato il corso di laurea in mediazione linguistica all’Università di Torino. Ho sostenuto l’Erasmus a Siviglia. Volendo fare la specialistica in Israele, ho sostenuto un anno di esami integrativi di arabo all’Università Ebraica di Gerusalemme. Per imparare anche l’arabo dialettale, ho frequentato dei corsi al Centro Arabo-Ebraico per la Pace di Ghivat Haviva. Tornata in Italia, ho conseguito la laurea specialistica in interpretariato di conferenza a Roma, nelle lingue francese, spagnolo ed arabo. Nel 2001 ho seguito un ulpan estivo di lingua ebraica di un mese e mezzo

al kibbuz di Mishmar HaSharon presso Netanya. Dopo aver cercato lavoro in Italia e all’estero inutilmente, ho deciso di tornare in Israele, secondo il mio vecchio progetto di alià. Quale è la tua attività in Israele?

Faccio la traduttrice ed interprete free-lance e la guida turistica, dopo aver frequentato un corso apposito in Israele. Accompagno turisti in lingua italiana, francese e spagnola provenienti da tutto il mondo. In ebraico ed in inglese non lo faccio, perché tutte le guide israeliane sanno queste lingue. In arabo no, perché di turisti arabi in Israele ce ne sono pochini… Inoltre una volta alla settimana lavoro nel dipartimento Italia della Jerusalem Foundation, ente non-profit che promuove iniziative sociali, culturali e di coesistenza nella città.

Quindi come guida porti i turisti nei luoghi santi cristiani…

Certo, anche se i veri pellegrini sono accompagnati da sacerdoti. Io accompagno turisti laici e religiosi, cristiani ed ebrei. L’altro giorno mi è successo in caso strano: un ebreo religioso, tutto vestito di nero, mi ferma per la strada (pensavo volesse una informazione stradale) e mi chiede: scusa, tu hai letto il Vangelo? Sì, gli rispondo. E lui: e cosa pensano i cristiani di Gesù? Ho cercato di rispondergli al meglio e lui: Ma tu credi in Gesù? No, gli ho risposto, perché sono ebrea. Ah, meglio così, mi ha detto, e se ne è andato tutto contento. Una situazione surreale.

Quindi per fare la guida devi essere esperta di cristianesimo…

Di cristianesimo, di Islam, di ebraismo, di storia, geografia, geologia, arte, archeologia, flora, fauna, dovrei sapere di tutto…

Come traduttrice free-lance ti danno anche da tradurre libri di letteratura?

No, lavoro soprattutto su testi tecnici stampati o su siti internet, traducendo verso l’italiano, lo spagnolo o il francese dall’ebraico, dall’inglese, dall’arabo o dalle altre lingue.

Perbacco, ma sei una bomba… Mi sembra di aver capito che i giovani israeliani, mentre sanno tutti l’inglese, ignorano l’arabo. È vero?

Sì, dopo aver studiato un po’ di arabo magari al liceo, presto lo dimenticano, perché per la maggior parte non lo usano o non amano parlare con gli arabi. I giovani che l’arabo lo imparano meglio sono di due tipi: quelli di sinistra, che hanno interesse a stringere rapporti di collaborazione con i palestinesi per iniziative di pace, e i soldati che l’arabo lo imparano per motivi di servizio. Gli arabi israeliani con cui lavoro sono molto contenti quando parlo nella loro lingua: sono ex colleghi del mio corso per guida turistica o autisti, camerieri, albergatori o negozianti di souvenir a Gerusalemme e nelle zone a maggioranza araba, coi quali ho rapporti quasi quotidiani. Certo se gli ebrei israeliani cominciassero a parlare l’arabo le prospettive di comprendere i loro vicini sarebbero più facili. A Tel Aviv c’è gente che non ha mai incontrato un arabo in vita sua. Altrettanto si può dire dei palestinesi, che non hanno mai visto un israeliano che non fosse armato. Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto a studiare l’arabo. La lingua per capirsi.

I figli degli ebrei immigrati dai paesi arabi non parlano arabo?

Il marocchino e l’egiziano sono diversi dal palestinese. E poi i figli degli ebrei cacciati dai paesi arabi non hanno proprio voluto mantenere l’arabo. Invece studiano l’arabo sia letterario che dialettale i soldati che si arruolano nei servizi di informazione intelligence dell’esercito. Quelli che svolgono compiti di picchetto ai confini di arabo conoscono solo poche parole, tipo dammi i documenti, ferma, vai avanti ecc.

Ma tu porti i turisti anche nei territori occupati?

No, il mio certificato del Ministero del Turismo israeliano non mi consente di andare nelle zone A, cioè sono escluse Gerico, Betlemme, Nablus, Ramallah ecc. dove gli israeliani non possono andare. D’altra parte nei territori occupati ci sono le guide arabe, ed è giusto che lavorino loro.

Hai rapporti con italiani israeliani?

Sì, quando, non spessissimo, vado al tempio italiano, e per contatti di lavoro. Ho buoni rapporti con gli italiani che facevano parte dell’Hashomer Hatzair e con gli altri torinesi.

E come sono i tuoi rapporti con gli arabi israeliani?

Ottimi: un mio ex collega del corso per guida turistica mi passa i clienti, e anche con autisti, negozianti e operatori turistici ho ottimi rapporti. Non ho incontrato atteggiamenti ostili nei miei confronti: è più facile trovare atteggiamenti ostili da parte di ebrei nei confronti di arabi. Un mio amico arabo che abita in un quartiere ebraico di Gerusalemme ha subito diversi atti ostili, come la rigatura dell’auto, che ha denunciato alla polizia senza alcun risultato, ed ha deciso di vendere la casa. Anche quando ho lavorato come volontaria in uno degli ospedali di Nazareth, mentre mi preparavo per la laurea specialistica e costringevo i colleghi arabi a parlarmi in arabo invece che in ebraico o in inglese, loro sono stati molto gentili con me.

Dal mio viaggio recente in Israele ho tratto l’impressione che ci sia molta meno disoccupazione che da noi, che lì i servizi funzionino, come la nettezza urbana o la manutenzione dei gabinetti pubblici, ma che queste mansioni di manutenzione siano riservate agli arabi o agli immigrati di colore. Non è così?

Certo il livello di disoccupazione è più basso che in Italia, ma se gli etiopi e i neri sono addetti ai lavori più umili di manutenzione è dovuto al fatto che vengono da paesi dove hanno avuto livelli di istruzione insufficienti. I russi invece, che hanno livelli di istruzione mediamente superiori, stanno quasi solo tra di loro e, anche dopo anni che sono immigrati, alcuni non parlano quasi l’ebraico. Nell’edilizia lavorano quasi solo operai arabi israeliani o palestinesi, ma il livello di istruzione degli arabi israeliani è mediamente superiore a quella dei palestinesi. Sia a Gerusalemme sia a Haifa le università hanno moltissimi studenti arabi.

La novità di questo nuovo governo israeliano è che i partiti religiosi ortodossi sono fuori.

Questo dovrebbe consentire di risolvere l’annoso problema dell’esenzione dei religiosi dal servizio militare e da qualsiasi servizio civile, e del peso crescente che la comunità religiosa rappresenta per le finanze dello stato. Gerusalemme è una città bellissima, dove mi piacerebbe vivere, ma il venerdì sera non sai dove andare perché i locali sono quasi tutti sbarrati. Le cose stanno lentamente cambiando, ma so che recentemente uno dei locali storici di Gerusalemme, che era aperto anche il venerdì e il sabato, ha dovuto chiudere perché il proprietario dell’immobile ha preteso dai gestori il rispetto della kasherut e dello Shabbat. A Gerusalemme dal venerdì pomeriggio al sabato sera non circola nessun mezzo pubblico, salvo quelli palestinesi, mentre a Tel Aviv girano solo gli autobus sherut, quelli per dieci persone.

Cosa pensi delle prospettive di pace tra Israele e Palestina?

Il governo Netanyahu, pur essendo a parole favorevole alla soluzione dei due stati per due popoli, ha finora considerato la controparte come inconsistente ed ha compromesso una qualsiasi soluzione negoziata, incrementando gli insediamenti ebraici nei territori occupati. Il nuovo governo Netanyahu, con l’ingresso di Bennett che è ancora più intransigente sulla questione dei territori, non promette nessuna novità, anche perché Lapid, lo speaker TV, sorpresa delle ultime elezioni, ha concentrato la sua campagna sui problemi socio-economici interni.

Sicuramente quella di due stati per i due popoli è la soluzione auspicabile, ribadita anche da Obama nel suo ultimo viaggio, ma sarà difficile se non impossibile smantellare gli insediamenti israeliani più grossi dei territori, come Ariel o i quartieri ad est di Gerusalemme. Bisognerà arrivare ad accordi di scambio territoriale, ma non ho proprio idea di quale soluzione sia percorribile per Gerusalemme capitale per entrambi gli stati, perché è una città che non può essere divisa: i luoghi santi delle tre religioni sono intersecati tra loro… D’altra parte non si può pensare ad uno stato solo, perché un dissidio di cento anni non si può cancellare e perché sarebbe abolito il carattere ebraico e democratico dello Stato di Israele.

 

Intervista a cura di David Terracini

   

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