Storie di ebrei torinesi

 

Torinesi in Israele

 

Nel numero scorso abbiamo parlato di israeliani a Torino, stavolta ci dedichiamo ai nostri concittadini che hanno fatto l’alià, una tendenza che negli ultimi tempi sta registrando una forte crescita nell’Italia ebraica.

(Ricordiamo che è una giovane ebrea torinese anche Rebecca Treves, autrice dell’articolo sul Centro Peres)

 

Michael Sorani

Essere fuori dagli schemi

 

 

Michael è figlio di David Sorani, direttore responsabile di Ha Keillah per 23 anni fino al 2010. Da luglio 2010 Michael vive e lavora in Israele. Lo abbiamo intervistato con Skype.

 

 

Ciao Michael, per piacere metti una lampada, perché hai la finestra alle spalle e ti vedo controluce. OK, così va meglio. Comincio con le domande imbarazzanti, se vuoi puoi anche non rispondere: cosa ti piace e cosa non ti piace di Israele?

 

Meglio iniziare da cosa non mi piace e finire con le cose positive.

Tipico degli israeliani è catalogare e semplificare tutto, vedere o bianco o nero. Poi, sono fin troppo informali e spesso ciò si traduce in trascuratezza estetica. Lo si vede dagli edifici e dal modo di vestire. Inoltre è diffuso un modo abbastanza brusco di trattare il prossimo. Quando sono arrivato qui ero già preparato, per cui ho saputo acclimatarmi senza problemi. Alle volte occorre alzare la voce per far valere i propri diritti: quando sei in coda in un negozio ad esempio. Quello che mi preoccupa è cercare di rimanere me stesso.

Veramente quando recentemente sono stato in Israele, se un passante mi vedeva con la cartina in mano, mi si avvicinava chiedendomi: do you need any help?

Gli israeliani sono tzabarim (fichi d’india): sono spinosi fuori, ma buoni dentro. Sia nel bene sia nel male non si fanno gli affari propri. Quanto si guadagna o per chi si vota non sono segreti. Non c’è da stupirsi se un taxista ti chiede quanto paghi d’affitto. Per contro si instaura facilmente un rapporto personale con tutti.

Questo è bene. E cosa c’è d’altro che ti piace?

La società israeliana è attiva, dinamica, giovane e proiettata al futuro. Qui il tempo sembra volare e i cambiamenti si susseguono senza sosta. Io ho compiuto appena trent’anni, ma nel mio posto di lavoro, pur essendo anagraficamente fra i più giovani, sono già diventato un veterano.

Auguri! Che mestiere fai?

Mi occupo, per il Ministero dei Trasporti israeliano, di un modello matematico di studio dei trasporti per l’area metropolitana di Tel Aviv. Lo scopo è fornire uno strumento in grado di simulare scenari futuri e valutare l’impatto di progetti nell’ambito dei trasporti. Il più grosso di questi è la rakevet qalah, una metropolitana leggera analoga a quella nuova di Gerusalemme.

Che studi hai fatto?

Dopo la Scuola Ebraica ed il Liceo Alfieri, mi sono laureato in ingegneria civile al Politecnico di Torino. Durante l’università ho voluto trascorrere un semestre al Technion di Haifa. Lì ho scoperto (segno del destino?) che uno dei docenti israeliani conosceva una mia professoressa del Poli. Il seguito è venuto da sé: un anno dopo ero di nuovo al Technion per preparare la tesi, seguito sia dal prof. israeliano sia da quella italiana.

Su cosa è stata la tua tesi?

Un’analisi sulle scelte comportamentali degli utenti dei diversi mezzi di trasporto, che, accanto alle tipiche variabili socio-economiche, prendeva in considerazione aspetti psicologici e dunque non facilmente misurabili, come la sensibilità per l’ambiente, il confort durante il viaggio, ecc.

Psicanalisi del pendolare?

Qualcosa di simile.

Quindi la tua alià ha avuto una motivazione più lavorativa che religiosa o ideale…

Sì, non lo nego. Anche se la decisione iniziale di venire a studiare per un periodo in Israele, piuttosto che altrove, è stata dettata da un ideale. La spinta finale me l’ha data l’insoddisfazione per la mia occupazione in Italia, semi-in-nero in uno studio professionale a fare un lavoro non mio. Non ero certo di voler fare l’alià: pensavo ad un dottorato e mi sono ritrovato con alcune offerte di lavoro. Stavo per accettarne una nel Neghev, ma alla fine sono arrivato alla ditta dove lavoro attualmente.

Qual è il tuo tipo di ebraismo?

Non parlerei di “tipi di ebraismo”, ma preferirei “modo di vivere l’ebraismo”. In breve: rispetto Shabbath e kasherùt, dico tefillà e metto i tefillìn tutti i giorni. Qui in Israele giro con la kippà all’uncinetto.

Come i fautori degli insediamenti nei territori?

Non sono gli unici. Anche se è vero che dimensioni, materiale e colore della kippà ti possono etichettare politicamente. Come dicevo all’inizio, se da un lato gli israeliani sono poco attenti all’estetica e badano alla sostanza, dall’altro si tende a voler catalogare tutto e tutti, in base alla provenienza etnica, alla religiosità, al modo di vestire. In tutto questo io rompo un po’ gli schemi, perché non sono facilmente etichettabile e non rientro appieno in nessuna categoria. E questo non mi dispiace affatto.

Quante volte sei stato in Israele, negli anni passati?

Forse una decina di volte, prima con la mia famiglia, poi con gruppi organizzati, poi con mio fratello Emanuele e i miei amici Shemuel e Baruch, poi per andare al Technion, ma da allora è stata un’altra storia.

Data la tua età non avresti dovuto fare il servizio militare?

Quando sono arrivato avevo 27 anni e pensavo che sarei stato chiamato per tre o sei mesi di servizio. Mi hanno detto che per un anno non mi avrebbero chiamato, ma ormai penso si siano dimenticati di me. Comunque posso vivere lo stesso anche senza saper maneggiare un fucile.

Frequenti gli italiani di Israele?

Molto. Nell’ultimo anno a Tel Aviv sono arrivati tante amiche ed amici dall’Italia: spesso usciamo la sera o organizziamo cene di Shabbat. Inoltre frequento molto il tempio italiano di Gerusalemme: lì mi sento veramente a casa. Qui a Ghivatàyim abito, per combinazione, a pochi minuti dalla sinagoga italiana (in realtà di rito sefardita livornese-fiorentino) di Ramat Gan: è a gestione quasi familiare e i frequentatori sono per lo più immigrati sessanta o settanta anni fa. Alcuni di loro mi hanno quasi adottato e mi invitano sempre a pranzo di Shabbat.

Magari ti invitano per farti conoscere le loro figlie…

Questo sarebbe tipico israeliano (o tipico degli ebrei in genere), ma le figlie non stanno più con loro e come età andrebbero meglio le nipoti…

E ora parliamo di politica. Cosa pensi dei risultati delle elezioni italiane?

Fa impressione e paura il successo del Movimento 5 Stelle. Se si pensa che i loro blog sono la tribuna di quanti, come spesso è successo in passato, vedono negli ebrei e in un complotto pluto-giudaico-massonico le cause dell’attuale crisi economica.

Hai votato in occasione delle elezioni italiane?

No, perché non sono iscritto tra gli italiani all’estero. Invece ho votato per la prima volta in occasione delle elezioni israeliane. Per me e per tanti ‘olim chadashim è stato un rito di iniziazione, come lo è stato a novembre vivere sotto l’attacco dei missili lanciati da Gaza: alla prima sirena ho capito che cosa significa la paura, ma alla seconda era già tutto routine. Ma non voglio divagare e torniamo alle elezioni. Qui si vota in un modo insolito: nella cabina l’elettore trova diversi mucchietti di biglietti, uno per ogni partito, infila il biglietto scelto in una busta e, uscito, la mette nell’urna.

Il risultato delle elezioni israeliane ti piace o no?

Tutto sommato sì. Bisogna vedere se i vari partiti della coalizione di governo riusciranno a mettere in pratica le promesse preelettorali. L’elettorato ha chiesto un radicale rinnovamento nel campo della politica sociale interna: anche i partiti della sinistra hanno insistito sui problemi di sperequazione sociale più che sulla questione della pace e dei rapporti coi palestinesi. L’altro tema che ha premiato e unito fra loro Lapid e Bennett (i veri vincitori, oggi entrambi al governo con Netanyahu) è stata l’uguaglianza del fardello: anche i charedim devono prestare servizio militare, lavorare e pagare le tasse come tutti gli altri. A parte quelli che come me che arrivano dall’estero con una laurea, per tutti gli altri l’aver prestato servizio militare è un passaporto indispensabile per ottenere un lavoro.

Ora in conclusione ti faccio una serie di domande per nulla impegnative sul futuro di Israele.

Ormai quasi tutti i partiti israeliani sono d’accordo sul fatto che i palestinesi abbiano diritto ad un loro Stato. Anche Bennet che non parla di Stato Palestinese è d’accordo a dare una maggiore autonomia ai palestinesi. Problematici sono tempi e modi. E poi qui la gente è stufa di sentire parlare di vuote iniziative di pace e ritiene che le priorità siano altre: il lavoro, l’economia, la casa. Al contempo la rabbia dei palestinesi non è rivolta solo contro Israele, ma anche e soprattutto contro la loro stessa leadership, incapace di rinnovarsi e di liberarsi dalla corruzione, e così ha successo Hamas. Ultimamente sono molto aumentati i lanci di pietre o di molotov contro i cosiddetti coloni e da tempo si vocifera di una terza intifada. Al di là dello show mediatico della visita di Obama, che ha invitato gli israeliani a mettersi nei panni dei palestinesi, la mia impressione è che nulla si muoverà perché occorrerebbe calmare gli animi. La pace si fa dal basso, con prosperità economica e benessere. Non la si impone. In proposito sono piuttosto pessimista…

Cosa pensi dell’ampliamento degli insediamenti nei territori occupati?

Alcuni sono vere e proprie città che non verranno mai sgomberate e non ha senso non costruirvi. Mesi fa, come ritorsione dell’accoglimento della Palestina come stato osservatore all’ONU, il governo Netanyahu propose di ampliare Gerusalemme verso Ma’alè Adumìm. È evidente che si trattava più che altro di una provocazione politica, ma personalmente non vedrei così di cattivo occhio la cosa. Suonerà un po’ retorico, ma per me Gerusalemme è e deve restare la capitale unica, unita e indivisibile dello Stato di Israele e se cresce tanto meglio.

Cosa pensi del fatto che gli israeliani non parlino l’arabo?

Non mi sono mai posto il problema. Per quel che ne so l’arabo è la terza lingua ufficiale in Israele e i ragazzi lo studiano un poco a scuola, ma pochi se lo ricordano e lo parlano. Questo è senza dubbio un peccato. Ma sarebbe bello che anche i palestinesi – che spesso studiano su libri di testo violentemente antisemiti – imparassero l’ebraico.

 

Intervista di David Terracini

   

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