Didimo

 

Racconto occitano

 di Rinaldo De Benedetti

 

Rinaldo De Benedetti era ingegnere. Nato a Cuneo nel 1903, aveva conseguito la laurea al politecnico di Torino viaggiando in treno tra Cuneo e Torino. Si alzava prima dell’alba e ritornava a casa a notte fonda. Terminati gli studi si trasferì per un paio d’anni a Nizza per poi raggiungere Milano. Pubblicò per la casa editrice Paravia. In seguito alle leggi razziali gli fu chiesto di dichiarare di non essere ebreo, sdegnato rispose che era orgoglioso di esserlo. I suoi libri furono ritirati. E venne la guerra. Rinaldo non lasciò Milano, a parte un’ospitalità offertagli dal podestà di Villa d’Adda,un commerciante di seta amico di suo cognato. Malgrado fosse un fascista convinto, costui era comunque una brava persona che non fece mai male a nessuno. Si narra come alla caduta del fascismo Rinaldo lo prendesse sottobraccio e con lui facesse il giro del paese. Quel gesto salvò l’ex-podestà dalle rappresaglie degli antifascisti.

Fu proprio Rinaldo De Benedetti all’indomani della bomba di Hiroshima nel 1945 a spiegare ai lettori del Corriere della Sera cos’era una bomba atomica. Firmandosi anche come Didimo (dal personaggio di Ugo Foscolo) o Sagredo (il nobile veneziano amico di Galileo interlocutore nel Dialogo sui massimi sistemi) pubblicò articoli di divulgazione scientifica su varie testate. Dall’Illustrazione Scientifica (da lui fondata) alla Domenica del Corriere, da Sapere al Il Mondo. È stato anche l’ispiratore e fondatore dell’inserto settimanale Tuttoscienze del quotidiano La Stampa.

De Benedetti non scrisse solo di scienza. In un contesto dominato dalla separazione tra la cultura umanistica e quella scientifica, dove la seconda non era riconosciuta neanche come tale e più semplicemente liquidata come “scienza e tecnica”, l’ingegnere cuneese scrive anche poesie e racconti.

Il testo che segue è inedito e ci è stato concesso da Anna, la figlia dell’autore. Curiosamente ambientato tra i monti che l’ingegnere, giornalista e poeta cuneese conosceva molto bene. Il cavaliere protagonista della narrazione si può identificare con Amodio Momigliano (Mondovì 1844 - Caraglio 1924).

(Prefazione di Emanuele Azzità)

 

Rinaldo De Benedetti (Didimo)

 

Gli studiosi che hanno ricercato le storie dei movimenti religiosi in Italia hanno trascurato il movimento di secessione della chiesa, che ebbe luogo ai primi di questo secolo, tra una popolazione delle Alpi Occidentali. Come esso nacque e come fu spento siamo in grado di raccontare per avervi parte non piccola nella vicenda un nostro congiunto. Questa storia chissà se meriti di uscir fuori dall’ambito familiare: comunque facciamoci coraggio.

Dicono alcune regole della scrittura che per ben raccontare un fatto bisogna dire il dove e il quando. Il dove è una valletta delle Alpi Occidentali che scende dal Colle del Mulo, per vari abitati di cui il più alto è Castelmagno, fino al capoluogo, che è Caraglio, ai piedi di un già munito castello di cui oggi resta qualche smozzicato muro. Il torrente che per la valle discende è il Grana che, dopo Caraglio, con vario errare per la pianura, mescolandosi ai torrenti Mellea e Maira, immette le sue acque nel Po.

Il tempo per indizi non certi è intorno al 1910, poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Da allora molte cose sono cambiate: la strada che in alto era un sentiero buono per i muli e per gli scarponi chiodati oggi è asfaltata e percorsa da automobili.

Quanto alla gente, nella parte più alta della valle essa era ed è di Occitani, ma chi sapeva degli Occitani allora? Essi parlavano un dialetto non piemontese: quando si chiamano da una costa all’altra le donne si sentono le voci Mario, Rosino, che vogliono dire Maria, Rosina; il femminile appunto vi termina in o. Giù verso Caraglio si è invece in Piemonte.

Un giorno dunque in una delle case borghesi di Caraglio, una domestica accorse ad aprire al trillo del campanello, si vide davanti cinque alti omoni, il cui odore commisto di tabacco, di formaggio forte e di vino, i cui grossi pantaloni di velluto, rivelavano essere montanari delle più alte frazioni della valle.

“Che cosa volete?” domandò con piglio risoluto. Era, dopo il cavaliere, la persona più volitiva della casa, e, forte di uno stato di servizio che contava oramai una trentina d’anni, faceva valere la sua autorità su tutti coloro che pretendevano di varcarne la soglia. I cinque erano venuti per parlare col cavaliere. Niente da fare, rispondeva la domestica; di sabato il cavaliere non riceve; il cavaliere non tratta affari di sabato, non lo sapevano? Sì, certo lo sapevano che il cavaliere era ebreo. Un vero ebreo, come quelli del tempo antico, capitato chissà come a vivere di questi giorni. Egli il venerdì sera dava l’addio alle cose del mondo. Si dedicava alla preghiera, alla meditazione della Torà, si concedeva qualche pagina del Talmud, qualche cauto assaggio del libro dello Zohar: cauto perché questo della Cabala è un testo pericoloso. Leggeva anche, quand’era in vena, un capitolo di una grossa storia degli Ebrei in francese. Ma, in casa sua, nessuno attendeva ad opere servili, né figlio, né figlia, né servo, né serva,e neanche l’asino come dice la Bibbia, Esodo XX, 10, se l’asino ci fosse stato. Nella Val Grana, questa sua condizione e convinzione di ebreo era conosciuta e rispettata; nessuno veniva a parlargli in quel giorno di terre o di foraggi, di fagioli o di vini; affari che il cavaliere curava con intelligenza e fortuna gli altri giorni della settimana). “E non sapete - aggiunse la domestica - che non bisogna suonare il campanello; perché suonare il campanello elettrico è come accendere il fuoco? Bussare bisogna”. Essa era una buona cattolica e praticante; ma, fedelissima alle consegne, era rigida custode delle osservanze religiose dei padroni. Aveva imparato - a forza di sentirle - certe preghiere in ebraico e le faceva recitare ai bimbi di casa, il mattino, prima di dar loro il caffelatte.

I cinque non si muovevano: “Noi siamo venuti da Castelmagno - disse uno: è ripetiamo il più alto paese della valle, dove si andava per sentieri e non per strade, dove ogni vegetazione è cessata fuorché di grame erbe, di pascoli battuti dal vento; dove la gente è più che altrove testarda, avara, vendicativa e anche nell’odore selvatica - siamo venuti fin qui apposta per parlare col cavaliere; e non torneremo indietro se prima non gli avremo parlato”.

“E sta bene: andrò ad avvertirlo che voi volete vederlo per… per che cosa?”. Quelli sembrarono un po’ incerti e si consultarono a bassa voce. Poi uno disse forte: “Dobbiamo parlargli per la festa del Santo”.

“La festa, avete detto?”

“Sì…, di san Magno”.

“Venite avanti …”. Non pareva molto persuasa; ma la sua resistenza era al termine.

Piaceva al cavaliere parlare di cose religiose; ma con uomini di studio, con qualche rabbino, con qualche dotto che veniva a fargli visita e a cui mostrava certi preziosi acrostici ch’egli componeva con le iniziali dei versetti della Bibbia; gli piaceva anche parlarne con certi suoi congiunti, ch’egli soleva richiamare alle usanze dei vecchi che andavano miseramente perdute dopo l’apertura del ghetti, “la peggiore delle nostre disgrazie”; e ne discorreva a lungo anche con un prete cattolico amico suo, degna persona, con cui già sapeva fin dove poteva andare d’accordo e dove non più e con tutto il rispetto ch’era dovuto da ciascuno alla dottrina e alle convinzioni dell’altro. Ma con i montanari di Castelmagno, dove si e no tre persone sapevano leggere e scrivere il loro nome, non aveva mai pensato di dover parlare d’altro che di terre, di fagioli, di biade, d’orzo,di formaggi. Come che fosse quei tali, come mandarli via su due piedi? Il cavaliere, lisciandosi tra imbarazzato e incuriosito la barbetta bianca, li accolse nello studio e li invitò a sedere: ravvisò in essi sindaco e consiglieri di quell’alto comune.

“Vi ascolto - disse -, ma oggi, sapete, non posso occuparmi di affari. Se sono affari, ne parleremo un’altra volta”.

Delle molte e minute osservanze della sua fede, al cavaliere stava soprattutto a cuore il riposo del sabato. Egli soleva raccontare ai suoi nipoti, che erano osservanti tiepidi e svagati, ai congiunti e ad ogni altro correligionario che conversava con lui, che avendo egli, nei tempi passati, una bottega a Mondovì, dove il mercato cade proprio di sabato, egli la teneva chiusa, proprio in quel giorno, in cui veniva dalla campagna la gente a fare acquisti, il giorno buono per i negozianti: e, ciò malgrado, Dio lo aveva fatto prosperare e là appunto aveva gettato le basi della sua presente fortuna. E soleva aggiungere ai nipoti che l’obbligo del comandamento non era solo di riposare il sabato, ma anche di lavorare gli altri giorni, perché sta scritto: “Sei giorni lavorerai, e il settimo riposerai”. Lavorare e riposare: due comandamenti ugualmente santi, che non credessero che fosse d’obbligo soltanto riposare il sabato e fosse lecito poi fare niente il resto della settimana. Ma non erano queste naturalmente cose che si potessero dire a quei montanari, e il cavaliere stava in attesa che quelli si decidessero a parlare. Ma essi parevano impacciati e si guardavano l’un l’altro, come per dire: parla tu. Finalmente uno si decise:

“Ecco noi veniamo a nome della popolazione di Castelmagno … a domandare a lei ...; noi vogliamo che lei ci dica …; insomma noi vogliamo diventare ebrei”.

“Come, come, come?”. Il cavaliere non era sicuro di aver capito bene e li guardava con aria interrogativa; E annuivano gravemente con grande dondolio di teste.

“Tutto il paese?”. Il dondolio di teste continuò.

“Ma come vi è venuto in mente una cosa simile?”. Gli ebrei non hanno la passione di far proseliti; e al cavaliere l’idea che quegli omoni, così grossi, così forti, così selvaggi, così lontani da essere affinati da secoli di una vita racchiusa e timorosa, dovessero tramutarsi in ebrei, appariva mostruosa, una cosa che non poteva essere, un fatto contro natura.

“L’idea ci è venuta così: che noi vogliamo farci ebrei e subito. Siamo tutti d’accordo; dunque non c’è più niente da dire. Siamo venuti da lei per sentire cosa s’ha da fare”.

Il cavaliere cercava intanto di raccapezzarsi. Egli sapeva che quella era la gente più materiale del mondo; cacciatori di marmotte, pescatori di trote, contrabbandieri, mulattieri, bestemmiatori, bevitori, violenti, taccagni, e manco un’ombra di religione in loro. I parroci che erano mandati lassù (ed erano scelti per quel posto tipi tutti speciali: o angelici di pazienza o ferocemente pugnaci) avevano vita difficile. Le mattine dicevano messa ai banchi vuoti. Qualche rara vecchietta faceva apparizione la domenica: solo qualche volta, quando capitava lassù a far visita al romito sacerdote un qualche suo compassionevole amico o congiunto, a portargli un po’ di conversazione umana e notizie del mondo, allora soltanto, il mattino dopo, la chiesa era piena di gente: non per ascoltare la messa, ma per vedere il forestiero. Una volta all’anno il parroco aveva molto da fare: il giorno della festa del santuario, che in un certo giorno di mezza estate era meta di gite e pellegrinaggi da tutta la vallata e anche dalle vallate vicine. In quel giorno gli osti dei luoghi preparavano ravioli con un ripieno di riso; il santuario appariva stipato di gente; si aprivano certe stanze per l’ospizio dei pellegrini, il tutto con un gran ronzare di rosari di pie donne: verso sera poi si ballava. Tutto il resto dell’anno c’era tra parroco e popolazione una sorda guerra, una ostilità appena repressa dalla consuetudine e dalla necessità di sopportarsi a vicenda. In questa ostilità doveva trovarsi la chiave del problema e in tal senso il cavaliere decise di tastare il terreno.

“Io potrei aiutarvi, se volete, ma dovreste venir qui col vostro parroco”.

Gli omoni non parvero gradire la proposta: uno strinse le labbra, un altro si mosse nervoso sulla sedia. “Quello non verrà! - gridò un terzo col tono di chi, al solo pensarci, già si indigna di un’offesa non ancora patita - No, no: bisogna fare a meno di lui”. E un altro aggiunse: “E poi bisogna far presto: prima della festa del santuario”.

“Perché prima della festa?” domandò il cavaliere.

A poco a poco la faccenda veniva in chiaro dalle risposte reticenti, smozzicate e sforzate dagli omacci: don Pellegrino, il parroco del luogo, non apparteneva al tipo angelico, ma piuttosto a quello feroce. Era un uomo combattivo e cocciuto, che, forte della bontà delle intenzioni, teneva bravamente testa all’ostilità della gente e sempre coltivava una qualche ragione di litigio con essi: trovava a ridire che frequentassero le osterie e disertassero la chiesa; che mettessero tre giorni di tempo a contrattare una vacca, bevendosi tra i contraenti e il sensale metà del valore della bestia; osava richiedere che i ragazzi andassero a scuola o al catechismo; gli dispiaceva se una figliola mettesse al mondo un marmocchio fuori dal matrimonio; diceva chiaramente al suo gregge che puzzava troppo e che doveva lavarsi di più: battaglie tutte disperate e perdute ma don Pellegrino combatteva con ardore, perché egli aveva il gusto della lotta. Giusto un’effimera pacificazione avveniva tra le due parti con l’avvicinarsi della festa del santuario; festa per cui l’autorità del prete era necessaria e in qualche modo insostituibile. Orbene, quest’anno era venuta fuori una novità. Il parroco aveva ricevuto una lettera dalla curia, deplorante che, in occasione di festività religiose, i fedeli si dedicassero a trattenimenti e balli spesso indecorosi, per lo stato di ubriachezza dei partecipanti, e contrari in ogni modo al buon costume; e che, con maggiore offesa per la religione, li tenessero sovente proprio sui sagrati delle chiese: invitava i parroci, questa lettera, ad evitare che lo scandalo si ripetesse. Essa giunse a don Pellegrino più gradita che un invito a nozze. Appena ricevutala, andò difilato dal sindaco e gli disse chiaro e tondo che quest’anno non si doveva ballare, in occasione della festa del santo; chè se poi qualcuno si fosse messo in testa di ballare lo stesso, andasse pure in qualcuna delle bettolacce che a loro piaceva di frequentare; ma non davanti alla casa di Dio, come s’era fatto negli anni passati. Chè se lui, per amore di pace aveva fatto finta di niente, lo scandalo era però giunto alla curia e il vescovo aveva espressamente proibito la cosa, ed aveva ragione. Ubriacarsi come bestie, dir parolacce, cantare canzoni sconce e palpeggiar le ragazze proprio nel giorno del santo e davanti alla porta del Santuario: cristiani siete o giudei!

Ora, il ballo sul sagrato era proprio la parte della festa più gradita ai montanari: né bisogna credere che si impuntassero tanto per tenerlo lì per fare dispetto al prete. Gli è che tra quei monti non si sarebbe potuto trovare, per miglia all’intorno, un altro spiazzo piano di uguale ampiezza. All’annunzio del divieto l’ostilità contro il parroco toccò vertici sconosciuti, con un gran discorrere ed esaltarsi a vicenda. E quel fuggevole accenno ai giudei aveva fatto venire in mente a qualcuno quello ch’era parso un rimedio e una vendetta insieme. Se quella era roba da giudei, ebbene si sarebbe andati dal cavaliere, quello che abitava giù a Caraglio: quello era ebreo e un brav’uomo; si diceva in giro che, come ebreo, valeva quanto un vescovo. Si sarebbero fatti ebrei e con lui si sarebbe fatta la festa del santuario, ballo compreso.

Non ritenne il cavaliere di addentrarsi in sottigliezze teologiche per far comprendere ai montanari di Castelmagno che, una volta che si fossero fatti ebrei, avrebbero dovuto rinunciare alla festa del santo.

 

Ma, presa tra sé una soluzione, disse loro che avrebbe pensato alla proposta, che avrebbe dovuto scriverne a qualcuno e che avrebbe fatto sapere loro una risposta prima della festa.

Un paio di giorni appresso, recatosi a Cuneo per certi suoi negozi, fece una visitina in curia e raccontò la faccenda al coadiutore del vescovo; il quale dapprincipio tentò d’indignarsi, ma poi non poté fare a meno di ridere e ne risero insieme fino alle lacrime. Ma tosto l’uno dei due e poi subito l’altro si quietarono come vergognosi e si fecero seri, contegnosi. Perché quella risata, tra loro, cordiale, incontenibile, che cos’era stata se non un’improvvisa incontenibile comune illuminazione di marca volteriana? Quanto se n’accorsero, essa era già scoppiata; si pentirono d’averci preso gusto e riassunsero ciascheduno la sua parte. Seguirono ringraziamenti, complimenti, saluti. La sera stessa partivano dalla curia disposizioni per il parroco di Castelmagno, con le quali, a parziali rettifica della lettera precedente, lo si informava che, nel caso che proibire il ballo sul sagrato ai parrocchiani dovesse portare a scandali o eccessi di altra natura, meglio era lasciar fare e solo cercare con la massima prudenza possibile che si evitassero le forme più offensive e disgustose del trattenimento, ecc. Avvertimento che il parroco non gradì affatto, perché egli, sopra ogni altra cosa, amava la lotta; ma capì che, in qualche maniera, i parrocchiani l’avevano spuntata e fece intendere al sindaco che la proibizione era tolta.

Così avvenne che per poco un vescovo non riuscì a convertire all’ebraismo i parrocchiani di Castelmagno e che un vecchio talmudista li restituì alla loro chiesa.

Rinaldo De Benedetti (Didimo)

 


Baite in Alta Val Grana

 

   

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