Ghetto di Varsavia

 

Brevi note per i settant’anni dalla rivolta

 di Marco Brunazzi

 

La letteratura scientifica, storica, politica, memorialistica dedicata alla rivolta ebraica del Ghetto di Varsavia dell’aprile 1943 si è assai arricchita in questi ultimi decenni. A parte l’imponente, come di consueto, letteratura anglo-americana e in minor misura francese, tedesca, israeliana, anche sul versante polacco si sono moltiplicati studi e ricerche.

Si segnala in proposito, pur se si tratta di opera del 2001, il volume Il Ghetto di Varsavia dei polacchi Barbara Engelking e Jacek Leociak, tradotto in inglese con il titolo The Warsaw Ghetto. A Guide to the Perished City e pubblicato nel 2009 dalla Yale University Press. È un’opera monumentale, di quasi mille fitte pagine, corredate di un gran numero di documenti, fotografie e accurate mappe e planimetrie. Sotto il modesto titolo di “Guida” si ritrova una descrizione di straordinaria qualità e interesse che illumina ogni aspetto, anche minuto, di quella tragica vicenda, dalle origini alla fine.

Ciò che colpisce in un libro del genere è il fatto che esso mostra emblematicamente il percorso che la storiografia contemporanea tende a sviluppare ormai da tempo. Oltrepassata la dimensione memorialistica e documentaria, il doveroso richiamo al carattere epico ed eroico di ogni pur esemplare vicenda, è proprio la realtà della vita quotidiana che ora si cerca di riscoprire e indagare, con le sue innumerevoli sfaccettature, linearità e contraddizioni, casualità e progettualità da parte dei protagonisti sia consapevoli che inconsapevoli.

Ciò non significa, naturalmente, sminuire l’importanza e il valore storico ed etico-civile di una memoria che nella sua tragicità interpella i più alti sentimenti e principi. Né tanto meno implica il trascurare l’evoluzione intervenuta nell’arco di questi settant’anni della percezione di quella memoria: da somma di ricordi atroci e disperati di una lotta armata inevitabilmente destinata a soccombere, alla coscienza di una impresa d’inaudito valore per il lascito morale e politico che ne sarebbe stato da subito trasmesso. E quindi memoria essenziale anche per quel percorso identitario che il sionismo politico aveva condotto e poi portato a termine con la costruzione del nuovo Stato di Israele, quel “Judenstaat” profetizzato da Theodor Herzl per la salvezza e la nuova dignità nazionale di tutti gli ebrei d’Europa e del mondo.

Ma oggi, appunto, anche per la storia del Ghetto di Varsavia, come per la stessa storia della Shoah, si sente la necessità di un approccio più complesso e più attento alla quotidianità delle esistenze individuali e collettive.

Non si tratta, si badi, di una sorta di “minimalizzazione” della “grande” storia. Si tratta piuttosto di un approfondimento che individua sempre nuovi nessi, reticoli di circostanze e di accadimenti, dimensione materiale e ideale delle vite di tutti i giorni, che resta pur sempre il solo autentico snodo spazio-temporale nel quale si collocano le traiettorie condivise di ogni essere umano.

D’altra parte, scrivono Barbara Engelking e Jacek Leociak, questa ricerca è il solo luogo dove ritrovare gli abitanti del Ghetto, altrimenti scomparsi, poiché quella Varsavia di allora è ovviamente una “città delle ombre”. “Per noi che viviamo all’ombra dell’Olocausto - scrivono gli Autori - non basta più semplicemente condannare il male; noi dovremmo tentare di darvi una risposta, di compiere lo sforzo e assumere il rischio di capire”.

In questo senso, la storia della Rivolta ebraica del Ghetto di Varsavia offre una straordinaria opportunità per misurarsi su quel terreno. Essa non ci parla soltanto della smisurata tragedia dei suoi abitanti, gli ebrei polacchi rastrellati da ogni parte della Polonia occupata e trasformata in anonimo “Governatorato generale” del Reich; di quegli stessi ebrei gettati come scorie inservibili in quella che lo stesso Governatore Frank definiva all’uopo una “discarica” per loro. E non ci parla soltanto dell’inaudito coraggio di chi volle tentare comunque di opporsi con le armi agli aguzzini prima della inevitabile morte.

Essa ci parla anche di una storia nella quale la vita umana, a poco a poco, nelle più insostenibili e disumane condizioni, tenta di riaffermare la sua umanità negata. E lo fa, prima che con le armi, con la crescita di una coscienza che si libera degli inganni, delle illusioni autoconsolatorie, della cecità di una vita che vorrebbe istintivamente continuare a sussistere “come se” fosse nonostante tutto ancora possibile: anche in quella mostruosa dimensione concentrazionaria, simulacro con parvenza di “città” e non ancora di conclamato Lager.

Naturalmente, questo non avveniva per caso: le identità politiche e ideali ebbero un ruolo fondamentale per dar vita a tale inedito tipo di resistenza.

Tra l’altro, i resistenti del Ghetto interagirono, con alterne fortune e contraddizioni talora drammatiche, con la coeva resistenza nazionale polacca. E nel bene e nel male non appare certo un caso che a distanza di poco più di un anno Varsavia fosse destinata a rivelarsi, prima come il teatro della più importante lotta armata di un ghetto ebraico contro i suoi carnefici nazisti e dopo come la più grande insurrezione urbana d’Europa contro l’oppressione del Reich.

In fondo, di fronte a una storia come questa, la tentazione è sempre quella di rinchiuderla nella sua atipicità, nella sua presunta irripetibilità, nella sua monumentalizzazione e musealizzazione.

Ma, proprio come accade per la Shoah, quanto più la si “eccezionalizza” (e ce n’è ben donde, purtroppo!) tanto più si rischia di non riuscire a capirla veramente. Di confinarla in una metafisica del male e dell’orrore, ovvero dell’eroismo più sublime che si sottrae alla fine ad ogni possibilità di interloquire se non a livello mitico e mitizzante.

In questo senso, quell’intrecciarsi di esistenze disperate o inconsapevoli o rassegnate o proterve, protese talvolta nell’illusione di strappare alla pena opprimente di ogni giorno brandelli di effimera, cinica “soddisfazione” (se si potesse ancora usare una parola del genere in quel contesto!) restituisce più di ogni declamazione la verità e la comparabilità di quei giorni.

Qui sta infatti il punto. Di che cosa parliamo quando parliamo del Ghetto di Varsavia, se non addirittura della Shoah? E poi: come pensiamo di continuare a trasmettere memoria facendo soltanto storia e magari anche “buona” storia? Finita l’era del testimone, costruita la nostra doverosa intelaiatura di documenti accertati e verificati e di interpretazioni plausibili, come pensiamo di comunicarla alle generazioni che seguono e soprattutto seguiranno?

Ecco quello che Engelking e Leociak chiamano “assumere il rischio di capire”. Il rischio è infatti quello di ricondurre l’esemplarità di una vicenda all’estenuante indeterminazione e apparente inconcludenza del quotidiano. La sua incompiutezza, la sua banalizzazione, la sua esasperante frammentazione nell’insignificanza della reiterazione, perfino l’imbarazzante confrontabilità. Frequentare le ombre comporta tuttavia quel rischio. Né ci si può davvero sottrarre, se non a prezzo di una crescente afasia emotiva e quindi comunicativa.

La regista polacca Agnieska Holland ha recentemente prodotto uno straordinario film (“In the Darkness”) dedicato alla storia di un “Giusto” che riuscì a salvare una dozzina di ebrei del Ghetto di Leopoli, nascondendoli per quattordici mesi nella fetida oscurità delle fogne urbane dove lui lavorava come operaio addetto alla manutenzione. Una storia esemplare che non declama mai, non nasconde le umanissime contraddizioni delle vittime e del loro salvatore. Al contrario, ne registra le viltà, gli opportunismi, le comprensibili e reciproche diffidenze, i compromessi più o meno decenti, la casualità delle occasioni, l’imprevedibilità di una conclusione che alla fine è positiva per tutti, ma che avrebbe benissimo potuto non esserlo per nessuno. Come accadde proprio a quel Giusto, che appena un anno dopo, a guerra finita, morì travolto dall’automezzo guidato da un soldato sovietico forse ubriaco.

Naturalmente, la storia della rivolta ebraica del Ghetto di Varsavia si staglia sempre luminosa nella tragedia immane della Seconda Guerra mondiale e della Shoah.

Ma è forse in questo modo, con una narrazione più dimessa e sommessa, ma anche sempre più completa e dettagliata e lontana da ogni retorica, che riusciremo meglio a capirla. A riconoscere in essa come il senso segreto di una verità ineluttabile, l’intuizione di una promessa adempiuta e decisiva per il popolo ebraico e per suo tramite per l’umanità tutta.

Di quel tempo e di questo nostro ancora.

Marco Brunazzi

   

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